Roberto Carta

E’ morto un Sardus Pater, mica uno qualunque! Quale è il posto di Giovanni Lilliu nella storia delle idee in chiave sarda?

InAttualità, Cultura, Sardegna su 19 febbraio 2012 a 20:39

"Su Nuraxi" prima degli scavi e come lo ammiriamo oggi.

Giovanni Lilliu è un marchio indelebile non solo di una stagione della storia sarda, quella del Novecento, ma di una dimensione storica e ideale che è ben oltre una sessione temporale. A lui si devono diversi «incipit»: primo la scoperta del monumentale sito nuragico di Barumini, diventato poi patrimonio dell’Unesco, e il conseguente studio sistematico della civiltà dei sardi nuragici; in seguito il noto concetto di costante resistenziale per descrivere le ragioni e le tattiche della millenaria lotta dei sardi contro gli invasori di turno. Lilliu non è stato un oscuro accademico da scrivania, ma un uomo di campo sul piano scientifico, culturale e politico. Si può affermare che abbia conseguito il massimo risultato per un sardo-idealista, e cioè è diventato noto facendo diventare celebre il suo paese natale, Barumini, e, a sua volta, lanciando l’immagine della sua Isola come di terra ricca di storia e civiltà. Il suo successo scientifico ha regalato popolarità e gloria al suo paese, non senza qualche ritorno economico, e consentito alla Sardegna di uscire definitivamente dall’alveo delle terre senza storia antica. Pensiamo a un uomo che inizia a scavare “Su Nuraxi” quando era un semplice “pozzo” in cui si calavano i bambini e i ragazzi di Barumini per misurare la loro audacia. La dimensione del sogno si trasforma nella proiezione sul presente e sul futuro di giacimenti di un passato glorioso, generando, nel corso degli anni, un circuito virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e crescita reale. Dove il termine cultura implica educazione, istruzione, ricerca scientifica, conoscenza. E dove la parola sviluppo non è una nozione solo economicistica, incentrata sull’aumento del Pil o la discesa dello spread, indicatori poco realistici del benessere collettivo.
Lilliu è stato altro, non solo uno scienziato dell’archeologia. Uomo di cultura e uomo politico che ha influenzato fortemente il dibattito sull’autonomia sarda. La costante resistenziale è un’interpretazione della storia sarda nell’ordine dell’accerchiamento perenne da parte di un puntuale invasore di turno. La resistenza si consolida nel corso dei secoli e da luogo a una Sardegna interna che conserva, fino ad anni recenti, i caratteri originari del suo sentirsi invasa. Le grassazioni del periodo romano e poi bizantino e poi spagnolo, da parte delle genti dell’interno, si evolvono fino a diventare le “bardane” dell’Ottocento (l’ultima a Tortolì a fine secolo) secondo lo schema della rottura dell’accerchiamento, dell’assediato che spezza l’ordine esterno al suo territorio e depreda tutto ciò che trova, grassa, colpisce e riporta a casa quanto raccolto. Nel corso del Novecento una ulteriore evoluzione in ragione del sequestro di persona per estorsione, una grassazione ancora affine all’intreccio tra tempo mitico e tempo storico. Almeno fino agli anni sessanta, poi diventa altro. Oggi assistiamo ai retaggi di tutto ciò, nell’ottica di una balentia spicciola che ha perso di vista le sue ragioni storiche: orde di giovani e meno giovani dai paesi montani si dirigono verso i paesi costieri e depredano auto oppure bancomat. Più il rischio di essere arrestati che quello di arricchirsi e cambiare condizione. Una deriva negativa di un retaggio la cui radice si perde nella notte dei tempi. Proprio a questa notte lontana Lilliu ha dedicato la sua opera di uomo e studioso.
Eccetto pochi, esempi, Marcello Madau mi sembra quello più interessante (leggete questo suo articolo sulla politica dei beni culturali in Sardegna con riferimento ai casi del Castello aragonese di Sassari, dei Giganti di Monte Prama e di Tuvixeddu), gli accademici-archeologi di oggi sono fuori dal discorso culturale più ampio e da una presenza forte nella società sarda. Molti neo- archeologi possono conoscere tutte le dispense di Lilliu, ma se non riescono a percepire e intuire le traiettorie umane che lo hanno portato non tanto a essere il massimo conoscitore della civiltà nuragica, ma colui che ha presentato al mondo la storia antica della Sardegna, ecco, se non afferrano quest’innamoramento per la propria terra e della sua gente prima che della disciplina scientifica, non potranno mai dirsi figli di Lilliu. L’uomo di Barumini che ha scavato un nuraghe (e che nuraghe!) scavando dentro di sé, che ha insegnato che si può regalare qualcosa di importante solo operando nell’ordine dell’intreccio tra profondità interiore, culturale, sociale e politica. Sardus Pater con cui bisogna fare i conti anche se con lui non si è d’accordo, come accade con Eleonora d’Arborea, Angioy, Deledda, Ciusa Romagna, Sebastiano Satta, Gramsci, Lussu, Dessì, Pigliaru, Pira, Nivola, Masala, Salvatore Satta, Atzeni. Questa è la compagnia di Lilliu e questo, a occhiometro, senza la pretesa di essere esaustivo, è l’elenco da cui partire per una storia delle idee della Sardegna.

Siena, il Monte dei Paschi, l’Italia. Da dove viene questa crisi?

InAttualità, Economia, Politica su 17 febbraio 2012 a 19:05

Rocca Salimbeni (sede della Banca Monte dei Paschi) e Piazza del Campo il giorno del Palio

Prima o poi tutte le crisi economiche finiscono. Ma nessuna crisi, specie se di questa portata, passa senza lasciare un segno. L’economia moderna ha promesso crescita e prosperità per tutti, con la sua fiducia nel libero mercato e nella globalizzazione. Per oltre 25 anni non si è parlato se non in questi termini. La deregulation, l’ingegneria finanziaria, la new economy erano concetti garanti del tenere sotto controllo i rischi e le fluttuazioni. Queste illusioni si sono infrante e così i fiumi di inchiostro e di parole spesi da tv e giornali, i giornalisti sedicenti e gli opinionisti persuasivi. Ma accade anche di doversi rimangiare secoli di storia in cui locale e globale si sono incastrati perfettamente molto prima del «nominare», secondo le mode del politicamente corretto, questo rapporto come globalizzazione. Questo è il caso di Siena e della sua banca, il Monte dei Paschi. Gli stereotipi di Siena sono due: quello del contradaiolo furioso e festaiolo al centro di una giostra, il Palio, atemporale e non inquadrabile in alcuna categoria sportiva contemporanea; quello del cittadino senese  distinguibile in tre grandi categorie, uno in attesa di essere assunto dal Monte, l’altro che lavora per il Monte, infine quello che è in pensione dal Monte. Siena continuerà a controllare la banca Monte dei Paschi ma con una proprietà ridotta al 33%. Minimo storico.   Le economie hanno bisogno di equilibrio tra il ruolo del mercato e quello dello Stato. E hanno bisogno di importanti contributi provenienti dal mondo non commerciale non governativo. Siena per anni e anni è stato uno splendido esempio di tutto questo. Oggi cede al fondamentalismo del mercato a causa non di una battaglia delle idee ma del ruolo dei singoli, nella fattispecie quei figliocci di Berlinguer che  hanno fatto nascere il PDS dalle ceneri del PC, per poi arrivare al fenomeno da baraccone politico che è il Partito Democratico. Il Monte, per anni, è stato gestito secondo logiche da condominio politico e siccome l’ingegneria politica ha una creatività superiore a quella finanziaria, evidentemente negativa, lo sfracello è ancora più grave e sentito. La banca della città è diventata la banca dell’asservimento, l’istituto accerchiato, il piatto che fa gola ai falchi del fondamentalismo di mercato. Non sarà più la banca della gente, del Comune, della Provincia, dell’Università, del mondo farmaceutico o di un universo vitivinicolo ed enologico tra i più noti al mondo. Sarà la banca di nessuno, troppo grande per fallire ma eccessiva anche per essere toccata con mano, a misura del quotidiano della gente semplice. Le cose succedono, è vero, ma in un caso come quello del Monte dei Paschi fallisce un sistema secolare di equilibrio tra pubblico e privato, tra la gente comune e la gestione della ricchezza collettiva. Il fallimento di un sistema come questo  non è una «cosa che succede» ma un qualcosa che è stato creato e per il quale molti hanno lavorato sottilmente, speso anche tanti soldi, affinché assumesse una precisa forma. L’unica sorpresa di questa decadenza politica, economica e culturale è che abbia colto di sorpresa qualcuno. Mi pare invece un caso da manuale, non solo prevedibile ma previsto. Emblematico di una città-repubblica a sua volta emblema, nel bene e nel male, di uno stato-repubblica, l’Italia, governato più secondo i conti della serva che nell’ordine delle traiettorie alte, ovviamente presunte, degli acclamati accademici che nel loro ipocrita astrarsi non capiscono che il potere, quello vero, di loro non sa proprio cosa farsene.

La lingua è fascista: fenomenologia dell’erotico. L’amore come fondamento dell’io psicologico.

InAttualità, Cultura, Filosofia, Libri, Saggistica straniera, Società&Costume su 14 febbraio 2012 a 18:54

Eros e Afrodite

La forza della parola tra eros e scrittura è un tema affascinante cui tanto ha dedicato Roland Barthes. Leggiamo questo campionario: «La lingua implica una fatale relazione di alienazione. Parlare non è comunicare: è sottomettere», «La lingua non è né reazionaria né progressista; essa è semplicemente fascista; il fascismo, infatti, non è impedire di dire, ma obbligare a dire». E’ possibile sottrarsi alla lingua? Barthes ci dice che una delle massime finezze dell’intelletto umano è quella di barare con la lingua, di truffarla, «Questa truffa salutare, questa finezza, questa magnifica illusione, che permette di concepire la lingua al di fuori del potere, nello splendore di una rivoluzione permanente del linguaggio, io la chiamo: letteratura». Amen.

Barare con la lingua significa non farsi trovare mai là dove si è localizzati, individuati, cercati. Questa possibilità di sottrarsi alla lingua accade quando la scrittura non è di soggetto scrivente – il giornalista, il saggista, il pubblicista –, ma scrittura di scrittore. Scrittore, dice Bachtin, è colui che indossa la veste del tacere; e il tacere è l’unico modo per sottrarsi alla lingua fascista, che vuole sentirci, vuole definire, determinare, distinguere. Tutto secondo le convenzioni sociali, opportunamente nominate e concettualizzate. L’artista, semplice parlante o poeta/scrittore, compie scelte libere.  E’ libero, barando con la lingua, di istituire infiniti universi del discorso entro i quali assegnare valori di verità scelti e selezionati arbitrariamente. Così viene fuori l’Homo Significans, l’uomo che fabbrica senso, e non l’uomo ricco di certi sensi.

Ma anche l’innamorato compie scelte libere; colui che ama, poiché ama indipendentemente da una scelta, da qualsiasi deliberazione, dalla propria volontà, riceve, meglio si potrebbe dire, subisce, la grazia dell’amore. Non è casuale che “innamorato” suona come al passivo, “essere innamorato”. L’innamorato è fuori posto o fuori luogo, come lo scrittore. L’innamorato parla: così comincia Frammenti di un discorso amoroso di Barthes. L’amore va da un io a un tu e nella sua unicità si sottrae allo sguardo di un terzo. In questo sta la discrezione dell’amore, la sua «solitudine costitutiva», una «solitudine essenziale», di chi ama, omologa a quella di cui si parla a proposito dello scrittore. Questa parola in prima persona, discreta e non ostentata, non è oggettiva, non usa la lingua, e di conseguenza non è ad essa funzionale e da essa usata. Piuttosto è parola che tace e in questo modo è altra, capace di sottrarsi al silenzio assordante della comunicazione, secondo un ordine convenzionale del discorso. Questa parola taciturna, questo discorso dell’innamorato, come discorso dello scrittore, disturba  perché è non funzionale ed è sovversivo.

Nel rapporto d’amore l’effetto di straniamento che si produce su l’io stesso comporta non tanto quella che Barthes indica come “domanda tragica”, “Chi sono io?”, ma quella che egli indica come domanda comica, “Sono io?”. Il passaggio dal tragico al comico è il passaggio da un io che è al centro e che si autovaluta e che si autocompiace e si autocompiange ad un io decentrato e detronizzato, che si vede con lo sguardo di un altro e che è ridotto alla propria caricatura. L’amore come fondamento dell’io psicologico. Il discorso amoroso, fatto necessariamente in prima persona ma da un soggetto disarcionato, non può che essere frammentario. Il tempo diventa attesa. Il movimento che lo misura è lo stato di non quiete provocato dall’altro, dall’attesa dell’altro, dall’appuntamento mancato.

La scrittura letteraria la sa lunga sull’amore, dell’ambivalenza del linguaggio, della tendenza contrastante a velare e a svelare al tempo stesso, della seduzione, dice della possibilità di barare col linguaggio (Barthes), di truffare il potere, la Legge. Per sua natura aperta, ambigua, dialogica, sfuggente, incerta, perturbante, il linguaggio poetico è esso stesso discorso amoroso. Gli amanti sono eccedenti e perciò trasgressivi rispetto alle coordinate dell’ordine del discorso; sono ambigui, sfuggenti: essi fanno incursione l’uno nell’io dell’altro, reciprocamente si scoprono.

Come la scrittura d’amore, la scrittura letteraria non è trascrizione dell’ordine, ma quella pratica perversa dove giocano un ruolo fondamentale il parlare indiretto, l’ironia, la parodia, il tacere tramite lo scrivere. Ad esempio, due persone si frequentano assiduamente, a un certo punto è come se la «Lingua» intervenisse per imporre a ciascuno di nominare il rapporto, di dire qual è fra quelli previsti nella semantica e nel lessico vigenti, di dire qual è, e di comportarsi di conseguenza. In questo senso la «Lingua» è fascista non perché ti impedisca di dire ma poiché ti costringe a dire, a nominare, a stabilire etichette.

«Scrittura» è tutto ciò che attesta l’apertura all’infinito, all’altro, la rottura della totalità, la predisposizione all’innovazione, alla creatività, all’inventiva. La scrittura consiste nel “gioco del fantasticare”, nell’opera intesa come movimento senza ritorno verso l’altro. La scrittura che viene prima della lettera, prima del parlare. La scrittura d’amore e l’amore per la scrittura.

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