Pietro Clemente illumina il dibattito isolano

Il prof. Pietro Clemente

 28 ottobre 2010

L’allievo numero uno di Cirese è intervenuto nel dibattito isolano double face ospitato sulle pagine de La Nuova Sardegna, da una parte i pastori che occupano luoghi pubblici, fino ad arrivare al palazzo regionale, dall’altra gli uomini politici e gli intellettuali che si preoccupano se sia o meno necessario inserire la parola “indipendente” (inteso la Sardegna dall’Italia) nel nuovo statuto regionale.  Anzitutto chi è Pietro Clemente? Presidente di SIMBDEA e di IDAST (Iniziative Demo-etno-antropologiche e di Storia Orale in Toscana), titolare della cattedra di Antropologia Culturale della Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, componente della redazione di Antropologia museale e direttore dal 2003 della rivista LARES, è membro di vari comitati di consulenza scientifica di musei e centri di ricerca.  La biografia presente sul  sito dell’università fiorentina recita che è nato a Nuoro nel 1942, ha studiato a Cagliari dove ha svolto attività politica in associazioni giovanili e nel movimento degli studenti, si è laureato in Antropologia Culturale con il Prof. Alberto Mario Cirese, ha insegnato nella scuola secondaria e poi nelle Università di Siena, di Roma e di Firenze. I suoi studi hanno riguardato soprattutto la cultura contadina, l’emigrazione, le forme del teatro e dell’arte popolare, vari temi della tradizione orale. Si è occupato di musei e di museografia. I suoi terreni di studio sono stati prevalentemente la Toscana e la Sardegna. La pagina cita anche 18 pubblicazioni principali.

Pietro Clemente è forse il più importante componente di una fortunata “scuola di antropologi sardi” figlia dei due grandi maestri, paradossalmente non sardi, che ha avuto la facoltà di Lettere cagliaritana a metà novecento: Ernesto De Martino e Alberto Mario Cirese. Oltre lui possiamo citare prof. Pier Giorgio Solinas (università di Siena), prof. Giulio Angioni (università di Cagliari),  Bachisio Bandinu (giornalista professionista ed ex direttore dell’Unione Sarda), prof. Placido Cherchi (Università di Sassari) e altri ancora sparsi per la Sardegna e per l’Italia. Il prof. Clemente è stato uno dei protagonisti del ’68 studentesco cagliaritano e uno dei teorici dell’industrializzazione in Sardegna votata alla nascita della classe sociale operaia in sostituzione della classe paleoindustriale rappresentata dai pastori. Fondatore di Potere operaio cagliaritano ha vissuto quel periodo da vero militante dentro l’interpretazione marxista leninista del mondo. Nel 1974 si trasferisce a Siena e anche lui entra a far parte della grande diaspora di cui parla nell’articolo che ha scritto per La Nuova Sardegna mercoledì 27 ottobre 2010 dal titolo “L’isola chieda aiuto ai suoi figli emigrati per fronteggiare la globalizzazione”.

L’articolo è interessante non solo perchè scritto da un prestigioso intellettuale ma per l’originalità tematica e la singolarità della proposta. Clemente propone di andare oltre il tatticismo politico e segnala da subito le più importanti cose positive accadute in terra sarda nel nuovo millennio: il master and back e Ryanair. Da qui è possibile dedurre che la linea di orizzonte non è dentro la Sardegna ma nel rapporto di rete tra Sardegna e mondo e che è necessario, oggi più che mai, non dimenticarsi che esiste una Grande Sardegna, quella della diaspora, e una Piccola Sardegna, quella che è rimasta dentro. Alla luce di questo, visto da oltre mare, un modo di accentuare l’autonomia e l’identità sarebbe quello di approfondire questo riconoscimento dei sardi emigrati come cittadini sardi a tutti gli effetti, non con Atlantide e altri miti, ma con un diritto di voto simbolico ma reale in circostanze particolari.  Una sorta di proseguimento di quella particolarità dell’essere sardi che era la continuità territoriale come ‘soft law’, forma pratica e perseguibile di differenza tra il cittadino sardo/ italiano, e quello italiano e non sardo. Una revisione dello statuto dei circoli dei sardi che li faccia diventare un avamposto dialogante con il mondo globale. Questo per dire che sono le pratiche della cittadinanza a fare la differenza, non gli statuti che ti dicono chi sei dopo che sono stati approvati. Insomma se la creatività, l’esperienza fatta, le competenze, che i sardi emigrati hanno mostrato insieme al loro tenace attaccamento al loro mondo di origine potessero essere messe a disposizione dell’isola la sua ‘carta’ si potrebbe riscrivere praticamente.  Ma la Sardegna è una periferia meridionale dell’Europa? E’ una avanguardia del Mediterraneo? È un’area nuova del Tirreno che dialoga con Corsica e Toscana e Spagna? Che tipo di soggetto imprenditoriale, politico, creativo, esportativo può essere la Sardegna? Cosa è uno statuto senza un’idea di futuro? “Facendo balzi nel futuro credo che dobbiamo renderci conto che gli scenari territoriali cambiano, che i sistemi territoriali sono in movimento, e non è più vero che le isole stanno ferme. Perché limitarsi e vedere solo il rapporto Sardegna-Italia, Roma-Cagliari?”.

 Clemente prosegue citando un antropologo americano che ha usato l’espressione ‘entità costituite’ per descrivere forze che non sono nazioni ma ne hanno la natura di fatto: i narcotrafficanti e la mafia sono la tipologia cattiva, l’Onu, certe reti di associazioni di base ne sono un altro (Amnnesty, Emergency, Unesco). Un futurologo francese prevede la leadership globale resterà ancorata a lungo agli Usa, e poi sarà contesa anche da Cina, Brasile, India. E sono riflessioni basate su nessi tra nuove tecnologie, lavoro, competizione, mercato, finanza.  “Io dico che la Sardegna dei suoi emigrati c’è già nella rete di queste trasformazioni. Se vuole essere un soggetto di storia futura dovrà trovarsi uno scenario in questi orizzonti, essere una entità costituita che si connette con altre, entra in rete. L’autorevolezza per unire i sardi in un ‘soggetto’ la si può trovare in un progetto di grande unità per il futuro, non in un mondo che guarda al passato”. Nel finale del pezzo l’illustre antropologo scrive “Io vorrei capire da che parte starà la Sardegna futura, per i miei nipoti soprattutto, ai quali mi sforzo, pur essendo nati a Siena, di insegnare a guardare verso occidente non solo come uno spazio di libertà estiva assai amato ma anche come uno spazio di possibile futuro”.

La lezione dell’articolo è molteplice. Clemente ricorda a tutti che esiste una Sardegna nel tempo e nello spazio rappresentata dalle centinaia di migliaia di sardi fuori dell’isola che prima dei conterranei non emigrati ha vissuto, a volte subendole a volte attivandole, le complesse dinamiche della globalizzazione e della rete trasnazionale. E’ rilevante in tal senso la rappresentatività di impieghi e carriere di alto profilo su scala nazionale e internazionale e non è trascurabile il fatto che l’unione tra sardi sia storicamente più facile al di fuori dei confini isolani, in una sorta di tutti per uno se vogliamo, favorita dalla reazione al confronto culturale con altre comunità. Frizioni di mentalità motivano trait d’union altrimenti impensabili. Clemente segnala che non può esistere statuto o costituente senza un’idea di futuro e che, nel nostro caso, a tracciare le possibilità del domani, deve essere convocata anche la legione straniera, quella che va oltre gli schemi provinciali, che è veramente al centro delle relazioni che contano, che conosce il globo in modo diverso da quelli che sono rimasti e che spesso si ostinano a rappresentare una retroguardia pendolare votata alla resistenza, alla conservazione di trame inattuali del passato. Ho conosciuto Pietro Clemente sul finire degli anni novanta da studente dell’Università degli Studi di Siena, non dietro la cattedra ma come attivista del locale circolo sardo intitolato a Peppinu Mereu. Con lui abbiamo conosciuto,  senza timore e senza superbia, la lezione del Giorno del Giudizio di Satta, il nuovo cinema sardo, gli esordi di Flavio Soriga, allora fresco vincitore del Premio Calvino con “Diavoli di Nuraiò”, le produzioni artigianali isolane, il trauma post sequestro di Giuseppe Soffiantini, la poesia improvvisata e il canto a tenore. Noi ventenni e lui verso i sessanta, ormai lontano dall’orizzonte leninista marxista, abbiamo dato vita ad una rivista intitolata “Argyroflebs” (l’antico nome che i greci diedero all’isola), diretta dal nuorese Gianfranco Coizza, nella quale sono state pubblicate interviste a Marcello Fois e Giulio Angioni insieme con Tzvetan Todorov e Declan Burke-Kennedy. Quel numero di esordio è stato dedicato a Francesco Deiana, venticinquenne nuorese trovato morto, misteriosamente, in una notte di novembre ’97  in una stradina del centro di Siena. In quell’edizione abbiamo affrontato la questione dell’identità su scala internazionale, oltre l’autoreferenzialità e verso l’altrove. Con Pietro Clemente abbiamo  discusso di futuro, di Sardegna, di orizzonti possibili, mai di accademia, nonostante, di quella università, lui fosse un professore prestigioso e io, per diversi anni, il Presidente del Consiglio Studentesco.

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