Berlusconi: la sentenza Dell’Utri scontenta tutti

Marcello Dell'Utri

Depositate le motivazioni con cui i giudici di Palermo hanno condannato a 7 anni il senatore Pdl per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo i giudici Dell’Utri ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso, ha svolta un’attività di “mediazione” quale canale di collegamento tra Cosa nostra e Berlusconi, ha permesso attività estorsiva ai danni di Berlusconi imponendogli il pagamento di ingenti somme di denaro in cambio di protezione. Il mafioso Vittorio Mangano è stato il garante dell’incolumità del Cavaliere a partire dagli anni settanta e per almento due decenni,  Spatuzza viene considerato inattendibile, Ciancimino junior inaffidabile e il patto tra mafia e Stato o tra mafia e Forza Italia non provato.

Le motivazioni di cui sopra non accontentano né i detrattori né i difensori del Premier. Se da un lato viene accertato il “contatto” tra Berlusconi e la mafia aristocratica, Bontade in primis, dall’altro si riduce il tutto a una relazione tra un soggetto parassitario, Cosa nostra, e una preda come un’altra, il Cavaliere, senza alcun cenno alla possibilità di un rapporto di scambio con il quale il clan Berlusconi possa aver ottenuto ingenti risorse finanziarie da investire in affari comuni. Proprio quest’ultimo è il teorema degli Arlacchi e dei Travaglio, cioè la concreta possibilità che Berlusconi abbia riciclato il tesoro della mafia palermitana di allora, anni settanta, nel 1974 Dell’Utri viene richiamato dalla Sicilia per lavorare alla Edil Nord, e grazie alla vittoria dei corleonesi sulle famiglie Bontade-Inzerillo, avvenuta nei primi anni ottanta, non abbia poi dovuto restituire quel denaro se non in quantità irrisorie. In coincidenza con la vittoria corleonese, precisamente nel 1982, Dell’Utri diventa dirigente responsabile di Pubblitalia, la concessionaria di pubblicità del gruppo finivest, ed eserciterà questo ruolo fino al 1995.  I difensori del Premier e giornali propagandistici come Libero e Il Giornale irridono al solito teorema del Berlusconi mafioso che di tanto in tanto magistratura e stampa avversaria rispolverano e sventolano al popolo antiberlusconiano. Sull’ingresso di Berlusconi in politica Arlacchi e Travaglio si dividono, mentre il primo considera irrealistico pensare sia ad una trattativa ufficiale tra mafia e  Stato e sia ad un patto tra Forza Italia e mafia, il secondo ritiene foriere di piccole verità entrambe le posizioni.

Giuseppe D’Avanzo su Repubblica scrive che ai vecchi fantasmi si affiancano i nuovi. Vantiamo un Premier accompagnato, almeno fino al 1992, dalle cosche siciliane e oggi sotto la pressione e i ricatti del campano Cosentino, il politico, secondo la magistratura, maggiormente compromesso con gli interessi dei casalesi. La testa di ponte che ha consentito che i rifiuti sparissero in un batter d’occhio quando serviva e che oggi ricompaiano e sommergano la Campania e con essa il governo Berlusconi di invereconde sconcezze. Secondo D’Avanzo “è uno stato di dipendenza, di oscurità, di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare. Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi – e della sua storia – da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico”. Amen.

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