Pino Arlacchi “Perché non c’è la mafia in Sardegna”

Pino Arlacchi

Il saggio di Pino Arlacchi “Perché non c’è la mafia in Sardegna” (editore AM&D, € 22,00) ha avuto il merito di inserire il dibattito sulla questione sarda all’interno di un discorso che volge lo sguardo alla piaga sociale della criminalità organizzata  e come questa si infiltra e radica in un territorio. Un tema profondamente dibatutto, su scala planetaria, vista l’internalizzazione del potere economico mafioso. L’analisi dell’autore intende verificare se in un contesto particolare come quello sardo, in un periodo storico caratterizzato da cambiamenti totali e repentini e che va dagli anni sessanta ad oggi, possa essersi radicata la cultura criminale mafiosa. Il titolo offre una risposta che fa discutere. Patrizio Rovelli, autorevole penalista del Foro cagliaritano, e con una vasta esperienza in processi un cui il fenomeno mafioso è emerso o intuito, afferma che “contrariamente a quanto sostenuto dal noto saggista e docente universitario, sono diversi i segnali che testimoniano di infiltrazioni di clan della criminalità organizzata siciliana o campana che vanno gestendo investimenti ed intraprese in diverse località isolane” (Fonte: Sardegna Economica n. 1/2008).  L’avvocato di Cagliari nel suo articolo elenca  i casi sospetti, i possibili ponti con il mondo mafioso e alcuni tristi esempi in altri campi malavitosi: la banda di is mirrionis, il processo al mondo sindacale ogliastrino, la presenza di mafiosi nelle supercarceri sarde (Luciano Liggio muore proprio a Badu ‘e Carros), l’arrivo nei primi anni novanta di una colonia di sorvegliati speciali appartenenti alla Stidda siciliana, la relazione del gennaio 2008 del Presidente della Corte d’Appello di Cagliari nella parte in cui da conto dell’oramai accertata presenza “di pericolose organizzazioni che operano nel traffico di sostanze stupefacenti e nel riciclaggio di proventi illeciti”, un’indagine della Procura della Repubblica di Milano che accerta come probabile l’ipotesi che guadagni sporchi della ‘ndrangheta siano stati riciclati attraverso l’acquisto di importanti aree edificabili nel nord Sardegna, la colonna sarda delle brigate rosse agli inizi degli anni ’80, i drammatici fatti di piazza Matteotti a Cagliari in cui furono coinvolti i terroristi Savasta e Libera. La Sardegna, quindi, non è proprio immune da contatti e legami malavitosi e anzi, con un coinvolgendo di tutte le sue aree territoriali, ha partecipato a momenti di condivisione deliquenziale su scala come minimo nazionale.

Il testo di Arlacchi però supera questa dimensione semplificatrice della recente  realtà isolana in campo criminale. I casi di cui sopra sono veri e tutti accertati, il problema è capire se si tratta di fatti riconducibili a un’idea di organizzazione del crimine con presa del territorio oppure  traffici deliquenziali che non permeano la società nel suo complesso. Ad esempio è possibile  parlare di un mondo politico colluso con poteri mafiosi? Oppure di una classe imprenditoriale che nalla sua interezza paga il pizzo e una percentuale sugli appalti? Esiste una organizzazione della violenza atta a intimidare e vessare  il popolo sardo urbano ed extraurbano? Queste domande traducono il titolo del libro. Ciò che non esiste è una mafia imprenditrice nello stile casalese o corleonese, una mafia a 360° che all’insegna della corruzione, dell’estorsione e dell’accaparramento dei fondi pubblici procede nell’accumulazione violenta della ricchezza e nella colonizzazione della società. Probabilmente l’isola ha conosciuto investimenti sporchi, riciclaccio, traffico di droga, ma tutto ciò non ha mai fatto parte di una rete provinciale o regionale che controllasse il territorio e agisse da Stato nello Stato. Secondo Arlacchi il genius loci ha impedito la fragilità sociale necessaria alla strutturazione del clan mafioso. Le citazioni sulla comprensione della cultura sarda e della sua evoluzione si sprecano, Antonio Pigliaru e Michelangelo Pira, il valore dello scambio sociale a titolo gratutito, la società di reciproca conoscenza. Avendo presente la dimensione linguistica sarda il lavoro sarebbe potuto essere ancora più puntuale.

A supporto dell’autore calabrese possiamo citare Indro Montanelli quando sul Corriere della Sera del 1 giugno 2001 scrive “Che una mafia sarda non sia mai esistita, è un fatto. Il perché è un interrogativo che io, pur non essendo un sociologo né pretendendo di darmene le arie, spiego così. La mafia è il prodotto di una società in dissoluzione. Il mio vecchio amico Virgilio Titone, storico siciliano un po’ pazzo, ma geniale, ne faceva risalire l’ origine alla morte di Federico II, il grande Imperatore del Duecento, il cui esercito era formato soprattutto da mercenari saraceni. Rimasti senza padrone né protettore, costoro si rifugiarono nell’ interno della Sicilia formandovi delle società di mutuo soccorso, da cui in seguito si sviluppò la mafia. Questo mi sembra che somigli più a un romanzo che a una genesi storica. Quindi mi contento di cominciare da tempi più recenti: quelli della formazione dei grandi latifondi, elemento base della economia siciliana. Lei mi dirà che il latifondo c’ era anche nell’ Italia continentale, in Toscana, in Emilia, nella Pianura Padana. È vero. Ma qui aveva una caratteristica: che il latifondista, cioè il padrone, sulla terra ci viveva, a contatto coi contadini, e c’ investiva i suoi soldi per apportarvi quelle migliorie di cui anche il contadino profittava. Il latifondista siciliano, «il Barone», viveva nel suo palazzo di città, non nella «fattoria» di campagna dove non metteva quasi mai piede lasciandone l’ amministrazione al «massaro» che tanto più guadagnava la sua fiducia e cresceva d’ autorità quanto più sfruttava il lavoro dei contadini e li vessava. Fu in questa specie di classe media interposta fra padrone e servo (quale il contadino veniva considerato e trattato) che si formò la mafia e crebbe sfruttando sia l’ uno che l’ altro. Furono loro a fare prestiti a interessi strozzineschi al barone impoverito, a estrometterlo dalle terre, e a sostituirlo nella gerarchia sociale come avviene nel «Gattopardo» di Lampedusa. Ora, lo so, tutto è cambiato perché il latifondo non esiste più e il barone è morto o emigrato. Ma l’ origine della mafia è questa, e di questa reca tuttora i caratteri: quelli di una classe nuova e brutale che si sostituiva a quella, in decomposizione, dei baroni. In Sardegna non è mai avvenuto nulla di simile. Latifondi non ce n’ erano nemmeno ottanta o più anni fa, quando io, ragazzo, ci vivevo e crescevo. La ricchezza (si fa per dire) non si misurava dagli ettari di terra quasi tutta a pascolo, ma caso mai dai capi di bestiame. La sua popolazione era fatta di solitari pastori, che non conoscevano né padrone né massaro, vivevano la vita delle loro pecore, nutrendosi dei loro prodotti, e a casa ci tornavano ogni due o tre mesi. Il banditismo nasceva quasi esclusivamente dall’ abigeato, non diventava mai brigantaggio e non contaminava la società creandovi centri d’ infezione perché il bandito (rispettosamente chiamato «latitante») dalla società si separava per vivere alla macchia fidando sulla solidarietà del pastore, anche lui «fratello separato». A spingerlo a questa vita libera e solitaria era quell’ infuso di orgoglio e di coraggio che fa obbligo al sardo di non lasciare impunita nessuna offesa e che nel suo linguaggio si chiama «balentia», valentia. Almeno finché resta nel suo ambito naturale, il banditismo sardo non ha nulla di contaminante. È quando emigra in continente che diventa brigantaggio e delinquenza come quella dei sequestri di persona. Ecco la mia diagnosi, se così possiamo chiamarla. A differenza della mafia che come un cancro infetta e corrompe la società, il banditismo sardo era soltanto una casistica di vicende individuali senza nesso fra loro. I «latitanti» di Orgosolo, i più genuini di tutti, non hanno mai ricattato né sequestrato nessuno. Ci sono cresciuto in mezzo. E mai mi sono sentito più sicuro come fra loro”.

Ad ogni modo Pino Arlacchi ci offre un’occasione di confronto non scontata che consigliamo di leggere e aggiungere alla biblioteca personale. Il link che segue apre un video con la presentazione del libro in parola tenutasi ad Oschiri la scorsa primavera  alla presenza dell’autore, del noto antropologo Placido Cherchi e da me moderata.

http://www.youtube.com/watch?v=g0UBi8X-JBQ

 

 

 

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Un pensiero su “Pino Arlacchi “Perché non c’è la mafia in Sardegna”

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