Roberto Napoletano: “Padroni & fardelli d’Italia”

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Il paese della grande illusione. Così Roberto Napoletano, direttore del Messaggero e noto saggista, scrive dell’Italia in un saggio pubblicato nel 2006. Con lo spirito del trentenne precario scopre un paese “dove si è pronti a correre solo per comprare quattro mura e chiudersi in faccia la porta del futuro”. Il Paese che non c’è, un popolo di affittacamere di lusso, esteti della cravatta e del calzino. La voglia di competere e costruire è dépassé, si confonde la creatività con il capriccio, il talento con l’improvvisazione, il successo con il furto. Depressi ma proprietari di casa, mentre i visionari del mondo che vivono nel futuro stanno in affitto, pronti a muoversi per cogliere ogni opportunità. Cosa dire di un Paese dove si iscrivono a ingegneria spaziale e aereonautica in 192 mentre in più di 25.000 scelgono scienze del beni culturali e quasi 14.000 scienze e tecnologie delle arti figurative? Dove c’è un chimico ogni 10 «scienziati» della comunicazione e il rapporto tra fisici e partecipanti al casting del Grande Fratello è alla pari, uno a uno? A Caltagirone fa ricordare che “quando ero giovane le canzoni americane erano al primo posto ma quelle italiane erano al secondo. Nella cinematografia eravamo ai vertici e leggevamo libri di autori italiani”. A Confalonieri, a proposito di nobiltà decaduta fa dire che “I nobili decaduti erano quelli che volevano mantenere i loro privilegi. I nobili erano nobili quando erano guerrieri. Poi si ritirarono a corte e persero la voglia e l’orgoglio di combattere. Oggi per i più ricchi la corte è la barca di Porto Rotondo, per quelli meno ricchi il viaggio alle Maldive o alle Isole Vergini. Se penso a Milano mi viene in mente l’orchestrale che vuole mantenere i suoi privilegi facendo fuori il direttore. E ci sono pure riusciti. La loro Brioche è la testa di Muti”. Caltagirone e Confalonieri, pensate un pò.  Commovente. Tra i migliori rappresentanti di un capitalismo la cui storia, a detta di Napoletano, assomiglia a un campionario di occasioni perdute. Eredità, relazioni, accomodamenti, rendite, protezioni. Lungo le pagine sfilano in teorie interminabili altri degni rappresentanti di questo mondo: Montezemolo, Colaninno, D’Amato, Profumo. L’Italia, nel 2004 24.000 iscritti in scienze della comunicazione e poco meno di 4.000 in matematica e fisica.

Di questo libro molti ricordano l’episodio di un insegnante che ad un colloquio con il genitore di una ragazza decisamente brava disse “Signora, sua figlia è bravissima, intelligente, rapida, diligente. Però, ha un difetto molto grave che va corretto subito: ha una terribile voglia di primeggiare”. Ma in pedagogia paga di più lo spirito competitivo o quello cooperativo?

Un libro ben scritto,  da leggere. Commiserevole nel parlare dell’Italia che non c’è, mancante di coraggio nel non parlare dell’Italia che c’è e che magari, per contrasto, ci ricorda che il saggio sarebbe stato più bello senza la retorica di Confalonieri, Colaninno, D’Amato, Caltagirone, Profumo.

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