Cosa resta di Banditi a Orgosolo. Una eredità lunga 50 anni

Murales a Orgosolo

Nel 2011 Banditi a Orgosolo compie 50 anni. Il neorealismo in salsa sarda proposto da De Seta, a seguito di una fortunata stagione di rivisitazione antropologica della Sardegna nella declinazione chiamata Orgosolo, mantiene vivo il grido di dolore a cui il film presta voce. Se è vero che la storia sarda rappresenta una faccia fedele  dell’umanità mediterranea, a partire dalla storica disputa pastori/contadini,  il lungometraggio di De Seta allora parla sia della Sardegna sia dei popoli, e lungo il mediterraneo sono tanti,  la cui esistenza si caratterizza a partire da questa contesa. Il dizionario Morandini scrive di “asciutto rigore”, ” un pò chiuso nel suo argomento”, “un mondo contadino povero con i suoi comportamenti e valori”. L’occhio distratto dell’occidente moderno ha perso di vista il dualismo nomade/stanziale che pone le premesse necessarie a distinguere un mondo pastorale da quello contadino. La recente glorificazione del “Pastoralismo” a patrimonio dell’umanità, via Unesco, arriva un pò tardiva ma ri-attualizza discorsi sopiti che ciclicamente ritornano. La vulgata etnologica di metà novecento contrassegnata da un lato dalle cattedre di De Martino e Cirese a Cagliari e dall’altro dall’indagine di Cagnetta a Orgosolo ha avuto il merito di una prospettiva delle cose sarde a partire dalla lezione del geografo Maurice Le Lannou che nel 1941 diede alle stampe il libro “Pastori e contadini di Sardegna“.  E’ necessario esporre, sia pur schematicamente, il nodo dei problemi cui il film si riferisce. Nel 1954 un intero numero di «Nuovi Argomenti»  raccoglie i saggi e i risultati delle indagini condotte da Franco Cagnetta tra il 1950 e il 1954, pubblicate con il titolo: “Inchiesta su Orgosolo”. Pochi giorni dopo la pubblicazione  il ministro dell’Interno Mario Scelba denunciò all’autorità giudiziaria sia Franco Cagnetta che i direttori della rivista, per i reati di “di vilipendio delle forze armate” e “pubblicazione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico” e chiese—ottenendolo—il sequestro della rivista.  Nel marzo 1955 il Giudice Istruttore del Tribunale di Roma decise l’archiviazione. Nonostante la scarsa tiratura e gli effetti del sequestro il lavoro di Cagnetta sollevò un eco immediato sulla stampa italiana (vedi Il Corriere della Sera, Il Contemporaneo, L’Avanti, Paese Sera, La Stampa ed altri) e su quella straniera (vedi The Times, Le Figaro) dove vennero pubblicati numerosi estratti. Tale eco fu rinnovato nel 1961 quando, alla Biennale di Venezia, fu assegnato il Premio opera prima al film di Vittorio De Seta Banditi a Orgosolo. Bisognerà aspettare fino al 1975 per la prima pubblicazione in Italia, per i titoli di Guaraldi Editore (Banditi a Orgosolo, Pag. 301), con un’introduzione di Luigi Lombradi Satriani  e una nota dell’autore, che si aggiungono alla prefazione di Alberto Moravia già apparsa nell’edizione francese.

Il polverone sollevato da Cagnetta a metà anni ’50, quindi,  muove le acque e attrae sguardi nuovi sulla Sardegna e su Orgosolo. Nel 1958 il trentacinquenne documentarista siciliano Vittorio De Seta realizza due documentari sul paese barbaricino “Pastori di Orgosolo” e “Un giorno in Barbagia“. Il preludio del film. Il tratto documentaristico d’altra parte pervade l’intero lungometraggio, un cinema artigianale, fatto con pochi mezzi, che si nutre di spirito per l’improvvisazione, di sceneggiature che tratteggiano la pellicola delle suggestioni provate nell’atto del filmare. Di Banditi a Orgosolo si è sempre parlato come di un film che realizza i motivi di una Sardegna anti-stato, giustificativo delle reazioni alla repressione, del passaggio usuale e spesso scontato da pastore a bandito latitante. L’offerta però comprende anche altro, ed è un qualcosa che si allaccia al dramma delle società a metà tra nomadi e stanziali e che su questo crinale elaborano forze e debolezze. Lungo lo scorrere della pellicola non troviamo un solo sorriso, neache verso la conclusione nel momento di festa che il regista riprende. Quel banchetto è senza riso, è un attimo di tregua non sufficiente a dispensare ilarità e gioia, è un compendio cerimoniale che non deve far dimenticare che il dramma della fine è sempre possibile. Vagare e dormire insieme con il gregge alla ricerca di una fuga o di un pascolo rende la componente maschile di questa società nomade a tutti gli effetti. Man mano che la disperazione assale i protagonisti il fratello minore viene ammesso al mondo degli adulti e ottiene risposte alle domande essenziali  che pone. Nel suo osservare il ballo sardo c’è tutta la sconfinata bellezza dello sguardo di un bambino e di un popolo che guarda con distacco anche se stesso. L’oggettività utile a distinguere le cose buone da quelle cattive, i valori dai disvalori.  Il decennio che ha portato alla gestazione di Banditi a Orgosolo svela i motivi millenari di un rapporto con lo Stato «ospite», dipana le ragioni di un modo di essere, coglie l’intimità della questione sarda che non è, e mai sarà, questione meridionale nel senso italiano, ma insieme possono essere le due diverse facce di una medaglia chiamata mediterraneo.

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