Francesco Demuro, dal “Cantu a Chiterra” al “Metropolitan” di New York. I sardi capiscono la propria cultura?

Locandina del Metropolitan

Quante volte abbiamo sentito dire che su Cantu a Chiterra è osceno, grezzo, rozzo, fuori dal tempo? Quante volte abbiamo ascoltato  aggettivi simili sui poeti improvvisatori, sul ballo sardo, sul canto a tenore, sulle launeddas? La miglior risposta a queste cattive considerazioni è la notizia di un sardo trentatreenne che  da “cantadore” diventa cantante d’opera e in pochi anni ottiene la parte di Alfredo nella Traviata al Metropolitan di New York, il teatro newyorchese che nel 1972 celebrò Pavarotti dopo i nove do di petto consecutivi nella Figlia del reggimento con 17 chiamate ed ovazioni al sipario. Francesco Demuro di Porto Torres, fin da ragazzino, fa crescere le sue doti vocali con le corsicane  e i canti in re, cibandosi di quella tradizione musicale millenaria che è il canto sardo. “In che lingua parla? – chiede Gramsci alla sorella Teresina in una lettera dal carcere del 1927, interessandosi all’educazione dei nipotini – Spero che la lascerete parlare in sardo…..E’ stato un errore, per me, non avere lasciato che Edmea (figlia del fratello Gennaro), da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé – quantunque non abbia una grande letteratura – ed è bene che i bambini imparino più lingue… Ti raccomando, proprio di cuore, di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino nell’ambiente naturale in cui sono nati”. Quest’ultima frase è tanto naturale per Gramsci, che lentamente muore nel carcere, quanto vera per Francesco Demuro. La sua “promozione” al Metropolitan, al teatro che ha visto nascere leggende del bel canto, è qualcosa di più di un avanzamento professionale individuale, è il simbolo di riscatto per chi è stato sempre visto come retrogado e inadeguato a causa della sua passione per la musica sarda e l’universo culturale più strettamente autoctono.  E’ la conferma che chi sottovaluta il mondo tradizionale domestico è spesso fomentatore della retorica del sublime basso, cioè della convinzione di poter dare un impiego alto ad una materia bassa (senza fare nomi reality show, gossip, pseudo-mode, ecc.), oppure di poter utilizzare le teorie del mondo liquido di Bauman per affermare che la Sardegna non esiste in quanto dalla riunione di un milione e mezzo di sardi non si riuscirebbe mai ad individuare concordemente gli elementi portatori di sardità. E’ la rivincita nei confronti di quei ballalloi che hanno fatto delle discoteche marine la misura della loro vita trattando a pesci in faccia il passato della propria terra. E’ la riscossa del “Cantu a Chiterra”, genere che inizia ad essere snobbato a partire dalle generazioni nate  nel secondo dopoguerra sull’altare di una banale e passiva modernità consumistica e pseudoindustriale e che oggi, invece, si dimostra  trampolino di lancio per i migliori auditori mondiali,  segnale di una formazione musicale e canora “vera”  e di levatura assoluta. Quanta miseria impasta certa presunzione di modernità. Mentre scrivo ascolto la gara di “Cantu a Chiterra” tenutasi presso una campagna di Telti (Aratena) nel 1994, dove un Francesco sedicenne canta insieme a Francesco Falchi di Ardara, Franco Denanni di Chiaramonti, Franco Demuro di Oschiri. E penso a questo salto oceanico, dalla minuscola Aratena, dalle campagne di Telti, passando prima per tutti i palcoscenici isolani come cantadore, Videolina, Sardegna 1, poi per quelli nazionali da “Tenore”, per la penna dei critici come Paolo Isotta del Corriere della Sera o Lorenzo Arruga di Panorama, le tournè internazionali e infine arriva, prevista per il 2013, la chiamata al Metropolitan. Paolo Fresu parte dalla piccola banda del suo paese e diventa un trombettista di fama mondiale, Gian Franco Zola dalla Corrasi arriva ad essere il miglior giocatore della storia del Chelsea, Salvatore Mereu inizia da un cortometraggio su alcuni bambini sardi dell’interno e viene premiato a Venezia nel 2003, Franciscu Sedda vince il premio per la miglior tesi di laurea italiana nel 2002 “traducendo semioticamente” il ballo sardo,  Flavio Soriga vince il Calvino nel 2001 per una grande capacità di raccontare e di creare personaggi che pur nella singolarità e nel radicamento locale delle vicende narrate riescono a disegnare una condizione umana nella quale ciascuno si può ritrovare,  Salvatore Niffoi vince il Premio Campiello nel 2006 ed emozionato dichiara «Un premio condiviso con la Barbagia. Affinché la cultura non sia solo un modo di sopportare il male di vivere, ma una forte speranza di riscatto. Il primo colostro linguistico che ho ciucciato è quello di una lingua nitroglicerinica: il sardo. Io non uso il dialetto. Dialetto è un termine razzista. Io uso una lingua locale», Michela Murgia vince il Premio Campiello nel 2010 e dice «Non dedico questo premio alla Sardegna perché la Sardegna è capace di sollevarsi da sola, ma lo dedico a Sakineh, la donna iraniana che rischia la lapidazione perché è una donna forte che sta lottando».  Caro Francesco, la dedica morale di questo invito al Metropolitan è per tutti quei cultori che ti hanno applaudito e a cui hai fatto ascoltare timbri e sonorità che arrivano dalle viscere di una profondità culturale il cui eco si perde nei millenni. È per quegli appassionati che la parte becera della modernità ha sempre guardato con sospetto suggerendo loro la vergogna di sé. Sono convinto che quando sarai al Metropolitan, almeno una volta, anche se solo per qualche frazione di secondo, ti verranno in mente i colori dell’estate sarda, gli allestimenti poveri delle nostre feste patronali, gli uomini anziani in prima fila, davanti ai palchi, che non si sono mai vergognati di sé e che, pur non sapendolo, saranno lì ad applaudirti.

Cantadore
Cantante d’opera

Annunci

2 pensieri su “Francesco Demuro, dal “Cantu a Chiterra” al “Metropolitan” di New York. I sardi capiscono la propria cultura?

  1. Salvatore Carboni

    Un bel pezzo, complimenti… meno male che il pensiero di Bauman è ben più valido dell’uso che ne fanno i suoi poveri epigoni che, giustamente, Carta deride.. Trovo opportuna e commovente la lista dei sardi che si fanno valere: non è quistione di quanti siamo infatti,(direbbe il Ghilarzese), quello che conta è l’intelligenza e l’onestà intellettuale nel guardarci intorno. Come diceva Tolstoj: il tuo villaggio è il centro del mondo, racconta il tuo villaggio e racconterai del mondo. Buon Primo Maggio a tutti.. p.s. ho usato il termine Ghilarzese per rispetto alle fatiche di Gramsci come lavoratore precoce e di scarsa salute al Catasto di Ghilarza, spero che gli amici di Ales non se adombreranno.. Salvatore Carboni

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...