Chi sono i Krugman e gli Stiglitz di Oggi? Li avessimo ascoltati 10 anni fa ora staremo meglio.

I testi di Krugman e Stiglitz cui si fa riferimento

Mi piacerebbe sapere cosa pensa l’amico Bud Fox di un particolare argomento. L’oggetto non è tanto il «periodo» economico che viviamo ma piuttosto il «fermento» che anima la fame degli studenti di economia di oggi. Dodici anni fa, ai tempi in cui io e Bud Fox abitavamo la cripta di San Francesco della Facoltà di Scienze Economiche Bancarie di Siena, lo scenario economico era caratterizzato dal boom della net economy. Chi non ricorda i salti tripli azionari di Tiscali la gallina dalle uova d’oro e regina dell’ormai defunto Nuovo Mercato (quando arrivò a capitalizzare più della Fiat)? [A distanza di anni è pacifico che Tiscali da quando è stata quotata (1999) non ha mai chiuso un bilancio in utile a livello di gruppo]. Quando leggevamo le Edizioni di Comunità  targate Einaudi e ci imbattevamo in titoli tipo Denaro impazzito di Susan Strange oppure I limiti della scienza economica di Paul Ormerod o ancora Ricchezza del mondo e povertà delle nazioni di Daniel Cohen, i dubbi ci assalivano e levigavano il nostro ottimismo. Non volevamo saperne di questi allarmi perché avevamo fede nella linearità del progresso, non si poteva tornare indietro. Pensate un po’ quanto disturbava, nel 1999, in piena idolatrazione del Nuovo Mercato, leggere il best seller di Paul Krugman (futuro Premio Nobel 2008) Il ritorno dell’economia della depressione. Stiamo andando verso un nuovo ’29? E poi è venuto anche il testo di Joseph E. Stiglitz (Premio Nobel 2001) La globalizzazione e i suoi oppositori. In un periodo apparentemente florido per l’economia mondiale e nazionale (nel 2000 il PIL italiano è cresciuto del 3,6% mentre nel 2008 ha registrato -1,4% e nel 2009 -5,1% ) le sentinelle dell’economia reale, dunque, non si lasciarono abbindolare dalla «naturalità dei fenomeni economici». Le crisi che verso la fine degli anni ’90 sconvolsero l’economia messicana, quella russa e ancora quelle asiatiche dal Giappone alle ex «Tigri» (le chiamavano così) del sud-est asiatico, venivano liquidate con sufficienza dagli analisti e commentatori, tacciate come eventi di interesse locale e portata minore causati da elementi specifici come ad esempio gli errori di questa o quella classe politica. Sembravamo invincibili perché quelle crisi finanziarie non avevano toccato l’America e l’Europa. Negli anni a cavallo tra John Keynes e Milton Friedman ci siamo convinti di essere sufficientemente pronti a evitare che le situazioni di crisi accadessero di nuovo. Ci aspettiamo che esperti banchieri e funzionari governativi siano in grado di intervenire rapidamente così da contenere le crisi prima che si diffondano. Presumiamo che l’assicurazione dei depositi e la prontezza delle banche centrali nel fornire denaro contante agli istituti di credito in difficoltà possano prevenire il sorgere di queste situazioni. Chi sarà il prossimo? Si chiedeva Krugman a pagina 182 del suo libro e immancabilmente il turno di qualcuno è arrivato. L’America e l’Europa sono alle corde e i giovani studenti di economia osservano basiti questo (l)fosco scenario. E non hanno Krugman e neanche Stiglitz. Hanno la Confindustria che fa un manifesto di interventismo statale, un imprenditore simbolo del made in italy, Della Valle,  che acquista pagine pubblicitarie sui giornali per attaccare la classe dirigente e la FIAT che comunica a Confindustria che a partire dal 2012 non ne farà più parte. Non c’è nessuna Tiscali che galoppa verso un sogno di progresso lineare della ricchezza e della capitalizzazione. Però ci sono ancora Berlusconi, D’Alema, Fini, Veltroni, Casini, Bossi, Di Pietro. Le prime linee di una classe politica alla deriva da almeno tre lustri. Non c’è più Prodi, non c’è più Ciampi, e forse li rimpiangiamo. Lo studente di economia, magari disincantato da docenti smarriti nella nebulosa della crisi, vorrebbe capire se potrà esserci un «patto intelligente» per rilanciare la crescita in un Europa spiazzata da leader lenti e confusi. La saturazione ha portato la gente a scendere in piazza contro i propri capi: rivolte non solo in Nord Africa, ma anche a Tel Aviv, Santiago, Londra e perfino negli Stati Uniti. Amico Bud Fox cosa potremo consigliare agli studenti di economia di oggi? Di urlare a favore di un incremento della spesa pubblica destinata a istruzione, infrastrutture e tecnologia? Di inveire contro la politica corrotta delle oligarchie e richiedere una politica più inclusiva? Le economie di maggiore successo oggi non sono quelle asiatiche, ma quelle scandinave e neanche noi allora lo sospettavamo. Usando il gettito fiscale per finanziare livelli elevati di servizi pubblici, questi paesi mantengono un efficace equilibrio fra prosperità economica, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. E’ questo il segreto per il benessere nell’economia globalizzata. Affinché i giovani studenti possano rendersene conto, allora, non possiamo che suggerire loro un anno di Erasmus nel Nord Europa scandinavo. Non è così male dai. Vero Bud Fox?

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Un pensiero su “Chi sono i Krugman e gli Stiglitz di Oggi? Li avessimo ascoltati 10 anni fa ora staremo meglio.

  1. bud

    Ebbene si, Roberto lo confesso: ho provato nostalgia, leggendo il tuo pezzo, nel ripensare ai tanti discorsi fatti all’epoca. Discorsi pieni di entusiasmo, forse anche di qualche ingenuità ma soprattutto pieni di certezze e di pietre di paragone che apparivano immodificabili, stabili e sicure. Facile per noi allora.
    Ora è diverso, viviamo un epoca dove tutto non è più niente. Dove non si hanno certezze. Nessuno può offrirle. Immagino lo spaesamento di tanti giovani, che vedono confutare, giorno per giorno, le certezze dispensate nei “sacri testi” di economia.
    Il loro spaesamento è anche il nostro. Ma noi lo sappiamo: l’economia non è una scienza esatta, come dicono i signori della scuola di Chicago, l’economia è una disciplina sociale. Ricordi Roberto? Almeno su questo punto avevamo ragione noi.
    In realtà, io penso, che quanto profetizzato da studiosi come F. Fukujama sulla “fine della Storia”, ovvero che con la caduta del Muro di Berlino tutto il mondo avrebbe vissuto per sempre in un sistema liberal-democratico, basato sui postulati del “libero mercato” sia completamente errato. La Storia si è rimessa in moto e come diceva Montale “distrugge quanto più può”.
    Ecco, io certezze non ne ho, e quindi non ne posso dare. Ma se, mi fosse permesso dare un consiglio ad uno studente di Economia un po’ spaesato, lo inviterei ad andare a fare un viaggio in Asia centrale, per esempio in Afganistan, o in Sud America o nel Maghreb per comprendere che, in fondo, il prezzo pagato dagli altri popoli per preservare le stanze dove albergano le nostre sicurezze dal fuoco della storia, non è un prezzo accettabile.

    PS
    In Svezia sta crollando il mercato immobiliare, e questa crisi ci ha insegnato che quando crolla il pachiderma immobiliare, dopo un paio dii anni crollano le banche. Che ci andiamo a fare in Svezia?

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