“Scuote l’anima mia Eros”. Tre volte Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari

E sono tre. Tripletta di libri per Eugenio Scalfari dal 2008 ad oggi. L’uomo che non credeva in Dio (2008), Per l’alto mare aperto (2010), Scuote l’anima mia Eros (2011). Cosa spinge un uomo di 87 anni a questa prolificità pubblicistica? Di sicuro non il denaro. L’antiberlusconismo? Banale, in quasi un secolo il fondatore di Repubblica  è passato dal Re d’Italia alla fine di Mussolini, dalla Dc al modello consumistico e all’avvento politico di Berlusconi. I giornalisti delle Terze Pagine berlusconiane vedono in questa appendice un richiamo al complesso di superiorità della sinistra intellettuale. Possibile? I critici letterari come Ferroni nello spendersi in sfavore di Baricco parlano «di un piccolo Montaigne metropolitano e scalfariano, proiezione di un pensiero in movimento, che si sviluppa si svolge e riavvolge, si dipana e si addipana, nell’atto stesso dello scriversi». Asor Rosa e Segre invece intonano cori di giubilo per uno scrittore che «come pochi scala le vette della modernità chiamando a raccolta gli autori che più l’hanno caratterizzata». Scalfari ha dimostrato talento pragmatico e analitico. Forse il lato creativo non è stato alla pari degli altri due e proprio per questo, magari, è in atto un estremo tentativo di offrirsi alla creatività? Si definisce un moderno, uno degli ultimi, pensa di concludere la sua vita in una cornice contemporanea transitoria, in un momento nomade, in un tratto del percorso umano che porterà ad un nuovo modo di essere e concepire l’esistenza. Una terra comunque incognita, non crede nel postmoderno come fase nuova. In questi saggi biografici  combina il privato con riflessioni filosofiche e letterarie secondo l’idea che è sbagliato raccontare le nostre vite a partire dalla nascita, ma il miglior modo di narrarsi è iniziare dalla propria morte (Salvatore Satta?). La tensione della fine pervade gli argomenti e le lezioni da trarre. Si tratta di un testamento? Morale o spirituale? Scalfari è un relativista per cui l’unico testamento possibile parrebbe il secondo. Coerente con il tratto giornalistico non ha ceduto alla tentazione di immergersi in una scrittura veramente letteraria.  Ha optato per un saggio leggero come un romanzo che rischia però la ricerca della profondità in superficie. Non è un trattato filosofico e neanche un opera narrativa e questo essere ibrido fa aleggiare una tragicità della vita in senso collettivo piuttosto che individuale. E’ la storia dell’uomo nel suo errare ma manca il respiro trionfale dell’inettitudine umana, il disarmo dell’ultima scrittura, la fallibilità del giudizio finale. Scalfari guarda se stesso da lontano, come cultura osservante. Si percepisce l’assenza del dramma interiore che ogni sconfinata esistenza porta con sé. Un bignami del pensiero moderno con spruzzate di vita propria. Scalfari ha sempre parteggiato per gli illuministi piuttosto che per i romantici.

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