Il Sertão tra leggerezza e giudizio. Mettere insieme il Grande Sertão, Il giorno del giudizio e Passavamo sulla terra leggeri

I libri di Guimaräes Rosa, Salvatore Satta, Sergio Atzeni

Passavamo sulla terra leggeri è il felice titolo di un romanzo epico e potrebbe essere lo slogan di una pubblicità il cui soggetto è la generazione TQ (Trenta-Quaranta). Questo insolito endecasillabo contrapposto al settenario Il giorno del giudizio offre la direttrice dell’orizzonte tra un periodo e l’altro. Vent’anni, 1977/1996. In mezzo un mondo  che è passato, andato, un universo nuovo che si affaccia, promette. I due titoli conciliano nel riferimento al tempo, ma nel passaggio, in ordine cronologico, dal primo al secondo è facile notare uno stravolgimento. In Il giorno del giudizio il tempo è escatologico, formalmente e sostanzialmente, condiviso passivamente, rimanda al mistero della fine, conduce alla biblica frase “Verrà il giorno…”. Passavamo sulla terra leggeri evoca una traiettoria temporale condivisa attivamente, una continuità circolare sfondo del mistero delle origini, nella dimensione della fabula, del “C’era una volta…”.
Esiste un luogo al mondo che contempla questi due affreschi, il Grande Sertao di Guimaräes Rosa. Epica e introspezione, rigore e rispetto per una scrittura che non informa ma crea e distrugge, eliminazione dell’interazione che rende possibile solo l’ascolto. Il tempo in Guimaräes Rosa è totale, stordente. Il ritmo e la musica delle parole offrono una comprensione intima, subconscia al rimorso-angoscia e alle opposizioni manichee. «Vivere è molto pericoloso», dice il vecchio narratore Riobaldo rivolto alla cultura osservante. Soprattutto dove la geografia si fa storia e il nomadismo non è esigenza spirituale ma materialità della vita.
Grande Sertao, discorso-scavo consolatore e strano come Passavamo sulla terra leggeri, diverso e terribile come Il giorno del giudizio. In tutti e tre manca un centro, il protagonista è un abisso. Gli uomini non muoiono, restano incantati.

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