La “Comune” di Oschiri anni ’70. Aldo Berti, il ‘ragazzo di vita’ ai margini dello spaghetto-western

Aldo Berti

Un anno fa circa è morto Aldo Berti, attore di film Spaghetti Western. Volto noto della Oschiri (OT) della seconda metà anni ’70, protagonista della insolita e controversa (dal punto di vista degli oschiresi) Comune sorta sul lago Coghinas nella proprietà dell’austriaco William Berger (altro attore di Spaghetti Western di maggiore fama).

Nello storico e monumentale film di Sergio Leone, C’era una volta il west, Aldo Berti interpretò il giocatore di poker e lavorò con attori del calibro di Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale. Donne della sua vita Barbara Steel, Sarah Churchill e Gabriella Ferri (anche quest’ultima frequentatrice della Comune “oschirese”).

Un uomo dai mille volti, Aldo Berti, dalle grandi speranze e dagli interminabili sogni, ha vissuto una vita, forse due o anche tre. “Ho sempre avuto voglia di altro -racconta-, non l’erba del vicino, l’incognita, il buio, pour azard, come dicono i francesi. Quindi, una vita senza appuntamenti. Ho conosciuto in quel decennio tutti i personaggi dell’epoca che ancora oggi traboccano in televisione, ma era diverso: prendere il cappuccino con Fellini per me era noioso. Aveva sempre la domanda in bocca ed io odiavo le domande come le sue, e così, da buon campagnolo, lo evitavo. Un giorno mi convocò, ma conoscendolo un po’ mi sentivo a posto. Un’idea ce l’avrà, pensai, ma non seppi mai quale fosse perché, entrato in ufficio, si mise a parlare al telefono con Rizzoli ed io, al suono della voce di Federico, m’addormentai. Mi svegliò all’una e uscimmo, con i suoi collaboratori che ridacchiavano, per andare a pranzo. Non mi riconvocò più ed io mi son guardato bene dal chiedere che cosa avesse avuto in testa”.

Nel suo libro di poesie, intitolato Canto Finale, Aldo si descrive così: “Non ho altro destinatario che me stesso, oltre la finestra l’ossido di Roma. È inverno. È Gennaio. È freddo.” Aveva ormai 37 anni, conosceva le sue potenzialità di artista e “non sopportavo più l’odore dei cavalli. Dove potevo andare? Dove si faceva cinema naturalmente, quindi o Parigi o Londra o Los Angeles. Andai in tutte e tre le capitali, incontrando amici, colleghi, progetti, tantissime feste, soprattutto a Londra, e portandomi dietro una delusione che cresceva a vista d’occhio. Quando sbarcai in America, avevo allontanato istintivamente il motivo che mi aveva spinto laggiù, lasciandomi prendere dalla mia vecchia passione: il viaggio”. Colombia, Perù, Ecuador, Jamaica, Bahamas furono alcune delle sue tappe americane. Una breve pausa in Italia, spesso in Sardegna e rpecisamente a Oschiri, per ripartire nel ‘79 alla volta dell’India “dove per Paese Sera condussi un’inchiesta che mi portò attraverso mezzi di fortuna nei posti che la gioventù bianca aveva scelto come luoghi simbolo della loro induizzazione e che il giornale pubblicò per tre giorni di seguito in prima pagina col titolo allarmante: 20.000 italiani persi in India”. Da qui i viaggi di Aldo si intensificarono in foreste, tribù, popolazioni ai limiti della civiltà e della sopravvivenza, fino alla notte del 14 Febbraio del 1984, quando risalendo il Nilo per raggiungere Juba, dove si era formato il primo nucleo di Medici senza Frontiere che erano l’obiettivo primario del viaggio, i barconi sui quali “viaggiavo (6 zatteroni a due piani carichi di donne, uomini e bambini trainati da una Motrice) furono attaccati a colpi di mitra, bombe a mano e dati alle fiamme. L’inferno durò venti minuti, in cielo la luna era piena, anche le acque del Nilo erano piene di piccoli corpi galleggianti. I bambini tornano a galla prima degli adulti, lo scoprii allora.” Dopo una breve prigionia, Aldo fu liberato assieme agli altri cinque sopravvissuti grazie, in particolar modo, all’interesse del governo francese per il suo fotografo Paul le Carrè. “La notte del 14 febbraio 1984 io sono morto insieme alle altre centinaia di persone. Tutta la vita prima di quella data è come se appartenesse a un altro. Ricordo tutto, ma non sono cose mie. Sono nato quella notte, e sono nato con la vergogna di essere sopravvissuto. Nessuno può misurare l’ingiustizia dolorosa che vive chi è partorito dalla morte degli innocenti”. Fu questo l’episodio che cambiò la vita di Aldo, di un uomo che aveva vissuto tutto, interprete dei più svariati film, scrittore e poeta, amico dei maggiori artisti, attori e registi del tempo, un uomo che aveva interpretato, nel ‘66, Gli Angeli del Fango, girato a Firenze. “La vita è come un film, deve esser diretta da un solo regista, questo l’ho cercato di fare fin da giovane. Essere nati è privilegio di tutti, esser vissuti privilegio di pochi”.

Biografia: Aldo Berti è deceduto a Firenze, il 26 dicembre 2010, a causa di un tumore al cervello. Aveva 74 anni. Il cancro gli era stato diagnosticato nel mese di ottobre ed era tornato in Italia per affrontare la morte. Nato il 29 febbraio del ’36 a Firenze, l’attore era apparso in oltre 40 film dal 1956: da “Tempo di villeggiatura”, con Vittorio De Sica,  a “Il Mantenuto” con Ugo Tognazzi, da “Venere imperiale” con un’impeccabile Gina Lollobrigida fino al 1972 con “Spirito santo e le 5 magnifiche canaglie”. La metà dei suoi film sono stati nel genere western all’italiana tra i quali: “Uno straniero a Sacramento”, “Ehi amigo sei morto!”, “La taglia è tua… l’uomo l’ammazzo io”, “Vajas con Dios, gringo”, e molti altri. Berti è stato  uno degli interpreti, nel ‘66, di “Gli Angeli del Fango”, girato a Firenze.
Da citare la partecipazione al film C’era una volta il West (1968) di Sergio Leone dove  interpreta la parte del giocatore di poker. La sua è stata una vita nomade e, dopo aver rinunciato al mondo del cinema, si è dedicato alla scoperta del mondo.

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