Lotta di classe o (dis)umanità? In risposta all’articolo di Giuseppe Masala pubblicato su www.statopotenza.eu il 4 febbraio 2012

Hitler, Kafka, Gramsci, Soros

Dalla lettura di queste pagine è facile capire che la mia identità di «economista» vive nella cornice del più vasto insieme delle dinamiche storiche e socio-culturali in cui l’economia si agita. Nel periodo moderno, dal Rinascimento a metà del Novecento, le discipline economiche e l’imprenditoria (grande e piccola) sono state un braccio del potere politico, monarchico, totalitario, democratico che fosse. Le influenze reciproche sono sempre esistite ma confinate in ruoli ben definiti. Dal canto loro gli scienziati e gli uomini di cultura «prestavano» la propria arte sia al potere politico, sia a quello economico. E la prestavano nell’ordine del mercato, i primi facendosi pagare per rendere sconfinata la ricchezza dell’imprenditore o del banchiere che commissionava le opere dell’ingegno in ambito tecnico, i secondi per rendere eterna la memoria dei papi o dei sovrani o dei dittatori o degli oligarchi che chiedevano di erigere palazzi monumentali, chiese, affreschi, quadri, sculture, invenzioni letterarie e  prosaiche opere politologiche.

L’Ottocento si presenta come il momento più brillante del percorso della storia delle idee. Secondo il liberalismo e il positivismo scientifico, ambiti dottrinali propri di questo secolo, era ovvio che la diffusione della scolarizzazione, della conoscenza scientifico-tecnologica e dei suoi risultati, della libertà di movimento e dei contatti fra le comunità e le merci si sarebbe accompagnata a un rafforzamento continuo del vivere civile, della tolleranza politica ed economica, dell’etica individuale e pubblica. Ciascuno di questi assiomi è stato smentito. L’istruzione si è rilevata incapace di armare la sensibilità contro l’irrazionalità omicida del Novecento, tant’è che gli intellettuali più raffinati, i più grandi creatori e fruitori d’arte, gli scienziati più eminenti si sono dimostrati pronti a collaborare attivamente per soddisfare le esigenze totalitarie, oppure, nei casi migliori, rimangono indifferenti al sadismo che li circonda. Pensiamo ad Heidegger, il più grande e conclamato filosofo del Novecento, che nel 1934 inneggia pubblicamente al Nazionalsocialismo e al suo Fuhrer; oppure a Benedetto Croce, Einaudi e De Nicola che, da Senatori del Regno, nel dicembre del 1938 non partecipano alla seduta del Parlamento italiano in cui si promulgano le leggi razziali. Il primo Novecento ci consegna concerti stupendi, mostre nei grandi musei, trattati eruditi, ricerche accademiche nelle scienze e nelle materie umanistiche che prosperano insieme con i campi della morte e dello sterminio. L’inventiva umanistica e tecnocratica risponde all’appello del disumano, o rimane neutrale. L’emblema di questa epoca è la preservazione di un boschetto caro a Goethe all’interno di un campo di concentramento. Il Nazismo, il Fascismo e lo Stalinismo nascono dal contesto, dal terreno, dagli strumenti amministrativi e sociali dei luoghi eccelsi della civiltà, dell’istruzione e del progresso scientifico e degli sforzi umanitari, d’ispirazione sia cristiana sia illuminista.

Solo ora, per una questione di tasca, dopo aver vissuto per almeno 40 anni con le tasche piene, stiamo cominciando a valutare i danni inflitti all’uomo dagli avvenimenti successivi al 1914.  Con difficoltà afferriamo la coesistenza spaziotemporale, resa oggi percepibile dalla rappresentazione grafica e verbale dei mass media globali, tra una civiltà occidentale del superfluo e la carestia, l’indigenza e la mortalità infantile che colpiscono i tre quinti dell’umanità. Vi è una dinamica di lucida follia nel nostro modo di sprecare ciò che rimane delle risorse naturali, della flora e della fauna.  Il valico sud dell’Everest è una discarica. Pochi decenni dopo Auschwitz gli khmer rossi seppelliscono vivi circa centomila esseri umani innocenti. Il resto del mondo, perfettamente consapevole del fatto, non fa nulla. Come gli Alleati che, pur sapendo dove portavano, non bombardarono mai i binari per Auschwitz.

Tutto questo, che pure andava scritto, per dire cosa? La violenza, l’oppressione, la schiavitù economica e l’irrazionalità sociale sono state endemiche attraverso tutta la storia dell’umanità, sia tribale che metropolitana. Ma per via della dimensione del massacro, del contrasto demenziale fra ricchezza disponibile e miseria reale, della possibilità che gli attuali armamenti eliminino l’uomo e il suo ambiente, il Novecento ha dato una nuova giustificazione alla disperazione. Ha reso possibile un’inversione dell’evoluzione, un ritorno alla bestialità. Proprio questo fa della Metamorfosi di Kafka la favola chiave della modernità o rende possibile la famosa affermazione di Camus «La sola questione filosofica seria è quella del suicidio». Cito Kafka perché il problema della lotta di classe non può essere sviscerato senza affrontare il problema del «diverso» e dell’alienazione/spersonalizzazione che la società impone, appunto, a chi è «diverso».  Le classi ricche osteggiano il «diverso» perché aleggia in lui la possibilità dello sconvolgimento dell’ordine mondano, dello status quo. Ma anche le classi medie e meno abbienti gli riservano lo stesso trattamento. Nella categoria del «diverso» non ci sono solo gay, tossici, delinquenti, rom, immigrati, pseudo-artisti. In questa classe viene inserito anche chi è votato alla profondità del pensiero e delle relazioni, al dipanamento delle trame del tessuto sociale, a non accontentarsi dello scontato e del constatato. La classe degli oppressi lo teme quanto quella dei ricchi perché ha paura di perdere privilegi servili, perché la figura del Kapò è comunque endemica a ciascuna classe umana. La creatività è propria del «diverso» ed è l’unica forma di pensiero che può contrapporsi al quello analitico e pragmatico.

Da Kafka si dipana, metaforicamente e letterariamente parlando, il viaggio suicida della socialità umana verso l’angoscia e il surreale, i concetti che allarmano la nostra vita di oggi e che campeggiano sui titoli dei giornali e che ascoltiamo dalle voci, altrettanto surreali, dei conduttori dei TG. L’uomo comune, seppur istruito e meno «incosciente» dell’uomo comune di Kafka, nel capacitarsi di quanto accade intorno a sé, e soprattutto del fatto che la linearità del progresso non esiste, ha accumulato un ritardo secolare rispetto all’invenzione letteraria che ha predetto angoscia, surreale e nichilismo (la filosofia, tra cui anche Marx, lo ha predetto ancora prima della letteratura kafkiana).

Non è forse surreale constatare che le conquiste sociali ottenute dopo lotte durate decenni stanno svanendo come se nulla fosse da un mese all’altro? Non è angosciante pensare che nel mercato del lavoro giovanile i più deboli sono in genere i più scolarizzati e istruiti? Da dove viene questa apocalisse? Magari dalla struttura propria del capitalismo, devastante nei confronti di tutte le minoranze che possono costituire un ostacolo alla circolazione delle merci e del denaro. Stiamo attenti però, oggi assistiamo alla punta dell’iceberg e gli esempi di cui sopra sono solo effetti. Le cause regine sono da ricercare nei «tipi umani» che l’evoluzione della specie non ha mai debellato e nelle nuove forme del potere sviluppatesi dalla metà del Novecento ad oggi. Il cambiamento non è in atto, è già avvenuto, tramite un processo che ha travolto definitivamente l’occidente secolare e lo ha consegnato a quella civiltà dei consumi dotata di un centralismo che non lascia più spazio alle culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie). Ad imperare  è stato il «modello televisivo» che ha imposto un paradossale  avvicinamento tra borghesia e sottoproletariato. I ragazzi sottoproletari si imborghesiscono e i borghesi si sottoproletarizzano. Un Potere dal volto «bianco», caratterizzato da una falsa tolleranza, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista quanto il consumatore. Il sistema che si è venuto a configurare permette la nascita continua di episodi di lotta di classe rovesciata, in cui il vero nemico (il Potere) usa speculativamente classi di poveri contro classi di altri poveri. Durante gli anni cinquanta-sessanta, in pochi anni, gli uomini del potere politico sono diventati delle maschere. A sollevarle non si sarebbe trovato nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: solo il nulla, il vuoto. La spiegazione più plausibile è che l’occidente vive fin da allora un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé. Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, come ci sono giunti gli uomini del potere politico? Come diceva Pasolini, per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità, la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una normale evoluzione, ma stava cambiando radicalmente natura. Il potere reale ha proceduto senza di loro: ed non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto. Il potere dal volto bianco, ovviamente, altro non può essere che la finanza speculativa, con il suo asservimento mass mediatico pedagogico, che non crea valore aggiunto e che non è economia reale, ma solo un potente propulsore di ricchezza per pochi eletti che, come dicono gli economisti, sfruttano le «asimmetrie informative».

Soluzioni economiche? Non saprei che dire, e proprio per questo ho preferito scrivere nell’ordine dell’antropologia e secondo la traiettoria della storia delle idee. Nella comprensione delle cose umane antepongo il primato della cultura, in genere anticipatrice, a quello delle discipline tecnico-sociali. Il primo a predire il Berlusconismo è stato Pasolini mica un Premio Nobel per l’economia. La questione mi pare più intima di una lotta per bande, più dentro il cuore di una umanità che nonostante l’evoluzione della specie conserva i suoi eterni e immutabili caratteri originari. Come scrisse Baudelaire a proposito dei moderni nel saggio Il pittore della vita moderna: «La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile». I destini personali oscillano fra questi due estremi, l’effimero e il fuggevole, l’eterno e l’immutabile.

I destini collettivi? Auguriamoci che l`esperienza generata dal confronto con un evento o un contenuto “surreale”, davanti al quale si è impreparati, inneschi una serie di meccanismi cerebrali di ricerca di senso in grado di potenziare le abilità conoscitive nell’ordine della condivisione collettiva. Coloro che si sono cimentati con le pagine più difficili della storia umana, in genere, hanno sviluppato un approccio più accurato nel tentativo di ricostruire il significato di ciò che li circondava.  Di fronte all`imprevisto si aguzza l`ingegno e si stimola il cervello ad elaborare schemi di comprensione della realtà adatti a decifrare un oggetto conoscitivo più oscuro. Anche quest’ultimo pensiero, evidentemente, segue le traiettorie dell’ordine antropologico. Non posso che concludere scrivendo che non abbiamo più inizi. Nel mondo occidentale di oggi i nostri riflessi e schemi di percezione sono orientati (osservate la presenza attutita della luce nascente in questo verbo…così direbbe il grande critico George Steiner…) verso il pomeriggio e il tramonto. Una stanchezza profonda caratterizza lo spirito della nostra epoca. Noi siamo e ci sentiamo ritardatari.

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