A proposito di Shame…e della solitudine dell’uomo…e della dipendenza sessuale…e di tanto altro nichilismo

Le locandine di Shame e di L'ultimo tango a Parigi

Nel 1972 il film L’ultimo tango a Parigi venne sequestrato con l’accusa di «esasperato pansessualismo fine a se stesso». A distanza di quarantanni il film Shame ripropone l’intreccio tra sessualità e solitudine. Non voglio entrare nel merito di una disputa sulla forza cinematografica del regista di allora, Bertolucci, e di quello di oggi, Steve Mc Queen; oppure sulle interpretazioni dei due attori protagonisti, Marlon Brandon per il primo e Michael Fassbender per il secondo. No, il punto non è questo. L’ordine del discorso preferisco spostarlo sul versante del deserto emotivo che caratterizza Shame rispetto a L’ultimo tango a Parigi. Mentre Bertolucci/Brando spiegano le ragioni in cui sprofondano le ossessioni erotiche del protagonista (il fallimento personale, la moglie suicida), Mc Queen/Fassbender non ci offrono alcun motivo scatenante questo delirio. Posso presumere che le ragioni del disagio non siano ascrivibili ad una traiettoria individuale, nel senso che il male non è psicologico. E infatti il male mi pare culturale, idealmente rappresentato dall’analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e dargli un nome. Che nome dare a quel nulla che ci pervade e ci affoga? Un po’ di musica sparata nelle orecchie per cancellare tutte le parole, un po’ di droga per anestetizzare il dolore o emozionarsi, tanta solitudine tipica dell’individualismo esasperato indotto dalla persuasione che ci si può salvare solo da soli. Il personaggio forgiato da Steve McQueen offre l’idea di un disagio che non è suo ma di cui lui è la  vittima, martire della mancanza di costruzione di senso, della latitanza del pensiero, dell’aridità del sentimento. In questo senso il problema non è esistenziale ma culturale, è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna interrogarsi. Che cosa significa nichilismo? Nietzsche risponde «Che i valori supremi perdono ogni valore». A parere di Heidegger il nichilismo di Nietzsche non è un evento casuale, un fatto storico che poteva anche non accadere, ma è «il processo fondamentale della storia dell’Occidente, e l’interna logica di questa storia». La malinconia che invade questo film è la tristezza del tramonto, la concezione dell’uomo moderno e il suo tempo come una fine, il futuro che non è una promessa ma una minaccia. La disposizione apocalittica non è limitata al pericolo atomico o nucleare, il rischio della fine è cominciato molto prima, e affonda le radici in una catastrofe molto più segreta, profonda e invisibile. Nel buio del cinema si dissolvono lentamente i capisaldi del passato occidentale, la sua secolare organizzazione sociale a partire dallo smantellamento dell’autorità. Ma  se anche l’autorità non c’è più Edipo dovrà comunque cercare un padre da uccidere. La sessualità che diventa pansessualità (cioè un orientamento sessuale caratterizzato da una potenziale attrazione sessuale  per qualcuno indipendentemente dal sesso o dal genere o da legami parentali) fine a se stessa inizia embrionalmente con L’ultimo tango a Parigi e si evolve fino rivelarsi totale e stordente in Shame. Se nel primo caso la redenzione dal male  è cercata con la rivelazione di sé e della propria identità, nel secondo, invece, l’elemento salvifico è la donna/sorella, legata al fratello da un rapporto di dipendenza, morboso, sul filo dell’incesto. Più edipico di così si muore.

Il finale di Shame è comunque strepitoso, una discesa negli inferi, fisica e psicologica, simile a quella di Tom Cruise in Eyes Wide Shut (anche se questa si è limitata all’aspetto psicologico senza un coinvolgimento fisico diretto del protagonista). L’erotomane Fassbender compra tutto ma non riesce a guadagnare affetti, passa dal fallimento della possibile relazione “normale” al rapporto prima etero e subito dopo omossessuale; procede con l”orgia e finisce per riempirsi le mani del sangue della sorella che tenta di uccidersi. Tutto in una notte.

Ma da dove viene la «vergogna» cui rimanda Shame?

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7 pensieri su “A proposito di Shame…e della solitudine dell’uomo…e della dipendenza sessuale…e di tanto altro nichilismo

    1. Oe’ Fabrizio, grazias meda pro sos cumplimentos e pro su saludu. Ma cando est chi resessimus a nos videre? Nessi su tantu de nos faghere una arrejonada comente si toccat…

      Istami ‘ene,
      Roberto

  1. Secondo me è un po’ una paraventata tutto il film… Forma nuova, storia vecchia: aridità di sentimenti e nichilismo? A me invece il film pare un bel minestrone dove ci si butta di tutto e di più… Il finale poi credo(il colore bianco di cui è vestita e il sangue) sia un chiaro riferimento a un incesto tra i due nei tempi passati di cui non si parla mai(perché così fà più figo), ma anche quando lei arriva in cucina si comporta più come una ex ragazza di lui che come una sorella… a meno che tu non sappia già che è la sorella ovviamente. Secondo me il segreto poco segreto di Shame sta tutto lì: in questa colpa “atavica” di un antico tabù violato.
    Anche io farò prestissimo una recensione di Shame comunque!
    Ci si becca sui blogs!

    1. Che ci sia volontà di indicare una forma di annullamento (quindi nichilismo) relazionale mi pare evidente. I protagonisti non intendono annullarsi individualmente, anzi pur dentro una sessualità malata la vitalità si intravede comunque. Fratello e sorella, piuttosto, distruggono ogni forma di relazione solida, non propongono dialoghi sottili ma solo banali. La vergogna, forse, parte da un esempio individuale (l’incesto?) per poi volare a simbolo di un universo socio-culturale che presenta innegabili segni di tramonto, poiché il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto. L’unico modo per non farsi stordire è quello di una ordinarietà ripetuta che, in questo caso, si perpetua per mezzo della perversione sessuale fine a se stessa. Un ritorno alla bestialità nell’ordine del sociale.

      1. Concordo su tutto, sul trasferimento del dramma da individuale a culturale, ma la bestialità non c’entra proprio nulla: è la società il problema, che ora è messa malissimo ma che prima del tramonto era ancora peggio, altro che circolo dei valori. Sono proprio i circoli mistificanti di cosiddetti valori ad aver provocato tutto questo sfasamento. Non è questione di bestialità: è che ciò che è stato rimosso da qualche parte dovrà pur rifluire e di certo non lo farà in modo sano. E’ palese che a quest’uomo non piacciano le persone dell’altro sesso in sé, ma semplicemente tutto ciò che gli sa di perverso e che la società gli ha insegnato essere tale. Non è che ha problemi con una determinata donna perché ci sono “sentimentoni in ballo”: è che associa il rapporto con l’altro sesso con il perverso e attraverso il perverso infatti rientrano anche rapporti con lo stesso sesso. Comunque non mi lungo perché tra poco dovrò affrontare il mio articolo. Un saluto!

  2. mrsobiettivi

    Sai, è vero quando dici che i motivi per cui il protagonista ha una sessualità malata non sono spiegati, ma non sono d’accordo con te quando dici che pare quasi che si dica che il problema sia solo culturale. Se ci pensi, anche la sorella del protagonista ha problemi, comportamentali sicuramente e molto probabilmente anche sessuali (visto finisce a letto con il capo del fratello dopo 20 min.). Lei stessa le dice “non siamo persone cattive, è che veniamo da un ambiente sbagliato”. Certo, il regista non ci racconta nello specifico gli espisodi scatenanti di questo loro malessere, ma credo sia sufficente pensare che le radici del loro male vadano ricercate nel loro contesto familiare.
    E tutti gli altri personaggi del film? Secondo me la loro presenza è prodronomica per spiegare che anche il contesto sociale non sta aiutando, ma anzi… Alla fine,lì, nessuno esprime la propria sessualità per entrare in intimità con l’altro, ma piuttosto per chiudere subito il rapporto: la donna nel tram è impegnata eppure sarebbe stata disposta alla avventura; la donna manager che rimorchia il tipo e poi ha un rapporto fugace lì per strada; il capo sposato che tradisce la moglie e via dicendo.
    Secondo me,poi, momento topico del film è quando il protagonista si blocca con la donna di colore, proprio con l’unica donna con cui aveva interagito. Appunto, il messaggio del film, a mio avviso, è che accanto a problematiche ereditate dal contesto familiari, la società di oggi è vivaio di analfabetismo sentimentale, anaffettività e seri problemi nel riuscire a creare relazioni interpersonali soddisfacenti.
    Il finale anche mi è piaciuto: stavolta, la donna del tram si è alzata per uscire dal mezzo e lui è rimasto seduto. Almeno c’è il desiderio di voler cambiare la propria realtà (compreso anche il rapporto con la sorella) , nonchè la presa di coscienza che questo cambiamento è necessario.

    1. Come hai potuto leggere non l’ho voluta mettere sul “piano tecnico” delle soluzioni narrative ma solo sul tentativo, riuscito o meno, ben costruito o parziale, di offrire una certa direzione di senso. Sul piano individuale può anche darsi che un passato incestuoso, o un altro trauma di famiglia, abbia irrimediabilmente compromesso la sessualità e il quadro relazionale dei due. Questa è un’ipotesi valida, cui l’autore presta il fianco. Ad ogni modo il tratto dominante del film mi pare l’incapacità di gestire la profondità dei rapporti umani, di praticarli nell’ordine della solidità piuttosto che in quello della superficialità. Non c’è un solo dialogo profondo in tutto il film. E’ in questo senso che mi trasferisco sul piano collettivo, dunque non più psicologico-esistenziale ma culturale, e penso a come i due protagonisti non solo non sono in disarmonia con l’ambiente che li circonda, ma non stridono minimamente e con esso diventano un tutt’uno. L’unica eccezione la bella collega d’ufficio che nonostante il fallimento del precedente matrimonio vuole avere un’altra chance. Anche tu fai esempi che si muovono sul piano culturale-sociale piuttosto che prettamente individuale, o comunque esemplifichi con un chiaro tratto socio-culturale piuttosto che psicologico.
      L’annullamento di un valore forte rappresentato dall’universo delle relazioni sentimentali, nella solidale condivisione della cornice sociale, indica quel nichilismo vissuto negativamente che porta alla ricerca di profondità di superficie. Manca l’inizio, l’atto scatenante, e non è un caso. La nostra cultura ormai non ha più incipit, è orientata solo verso il tramonto. L’atto finale, la notte vissuta come in un delirio, indica questa volontà di correre verso la fine. All’ultimo momento però l’autore opta per l’elemento “salvifico”, forse prevedibile.
      Non è un capolavoro ma, dai, offre spunti per riflettere.

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