Giornata della memoria o retorica della memoria?

Heidegger, Pio XII, Croce, Einaudi

Il più grande pensatore del Novecento, il tedesco Heidegger vissuto in Germania nel periodo dell’apoteosi nazista, in un discorso del 1933 inneggiò al nazismo e al suo Führer. Nulla ebbe a dire sul destino degli ebrei sotto le grinfia naziste. Non disse nulla, almeno ufficialmente, il Papa di allora, l’italiano Eugenio Pacelli, passato alla storia come Pio XII°. I Senatori del Regno Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Enrico De Nicola (il primo il più importante e influente intellettuale dell’epoca, gli altri due, in seguito, diventeranno Presidenti della Repubblica) disertarono la seduta parlamentare del 20 dicembre 1938 con la quale il legislatore nazionale approvò le leggi razziali. Le cattedre lasciate vuote dagli accademici ebrei vennero occupate da altri senza troppi patemi d’animo. E così per i posti pubblici e le imprese espropriate. Gli stessi Alleati conoscevano i binari della morte che portavano ad Auschwitz, ma non li bombardarono. Di fronte a questa tragedia, nella premessa e nel suo compiersi, regnò tanto silenzio, pubblico e privato.

Tra i testi che meglio raccontano la Shoah, quella vissuta da dentro, uno in particolare, anche se tra i meno noti al grande pubblico, merita di essere divulgato e presentato lontano dalla retorica della memoria. Il canto del popolo Yiddish messo a morte,   scritto da Itzac Katznelson, si articola in quindici canti che ripercorrono, con straordinaria forza evocativa, l’annientamento dell’ebraismo polacco, dall’invasione nazista al rogo del ghetto di Varsavia alla deportazione nei campi della morte. Yiddish, da dove viene questo popolo? Lo Yiddish è una lingua germanica parlata dagli ebrei originari dell’Europa orientale, scritta con i caratteri dell’alfabeto ebraico. Katznelson è uno di questi ebrei, originario della Bielorussia ma di fatto polacco. Insegnante di Ginnasio, dopo l’invasione nazista della Polonia  finì rinchiuso nel più grande ghetto ebraico d’Europa, quello di Varsavia, che arrivò ad ospitare fino a 500.000 persone. In questo ghetto la comunità ebraica si pose il problema dell’ordine di priorità della salvezza umana. Chi salvare per primo? Chi aiutare a fuggire? Il genere d’uomo da salvare tra i primi fu il poeta, affinché potesse perpetuare con la forza della parola la memoria di quell’orrore, permettendo alla memoria stessa di superare la morte fisica e l’annientamento di un popolo.  Katznelson si salvò a Varsavia, scappò, ma una volta raggiunta la Francia venne catturato e deportato presso il campo di Vittel. Proprio qui, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944, scrisse Il canto del popolo Yiddish messo a morte, prima di essere deportato definitivamente ad Auschwitz dove morì.

A Vittel, una volta liberata la Francia nel 1945, grazie alle indicazioni di una sopravvissuta  venne ritrovato un manoscritto sotterrato, proprio come si fa con i tesori, scritto da uno ma appartenente a un intero popolo. L’invenzione poetica sa essere questo,  se popolare diventa più forte  e importante dell’autore che le ha dato vita. Siamo nell’ordine della forza della scrittura, nella traiettoria del pensiero che diventa memoria, del linguaggio come appello e dell’interpretazione infinita. Un perfetto intreccio tra storia, letteratura e filosofia, dentro la tradizione culturale ebraica che conserva il suo splendore anche se condannata a morte. Di questa narrazione e del suo autore si è parlato poco. Ed è un peccato. Poiché essa è l’emblema della  capacità della parola di interagire con la memoria. Il popolo ebraico è il popolo della memoria per antonomasia, l’unico che ha trasportato la sua patria ovunque  e solo grazie al ricordo. Memoria e identità. Gli ebrei sono rimasti ebrei non da una o due generazioni, ma da 2700 anni, dall’inizio della grande diaspora.

Il più influente filosofo della Scuola di Francoforte, Adorno, affermò che «scrivere una poesia dopo i campi di sterminio è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». La non possibilità della poesia dopo Auschwitz indicava l’impossibilità della cultura di ergersi a segno discriminante rispetto alla barbarie. Troppo vive le immagini dei nazisti che si commuovevano ascoltando musica classica, gli stessi che disumanizzando e sterminando interi gruppi umani salvavano con ossessione maniacale le opere d’arte. L’ideale tanto celebrato del progresso dell’umanità, di classico stampo positivistico e ottocentesco, era del tutto scomparso. Nonostante il monito di Adorno le prime forme di recupero di quella tragica memoria nacquero nell’ordine della finzione letteraria, a dispetto delle difficoltà di questi autori a trovare editori, a sdoganare la loro esperienza, a imporre la propria testimonianza. Si vergognavano profondamente. Brani teatrali, musiche, lavori di finzione di vario genere pullularono sopratutto negli Stati Uniti e nel Sud America, lontano, e non è a caso, dall’epicentro dell’orrore qual’era il Vecchio Continente. Tra i libri che gli ebrei dedicarono all’annientamento del loro popolo, Yossl Rakover si rivolge a Dio, di Kolitz Zvi pubblicato in Italia da Adelphi solo nel 1997, non è tra i più recenti né tra i più noti. Il racconto è breve, soltanto 18 pagine di eccezionale intensità. E’ l’eterna domanda di Giobbe, più precisamente è la lotta di Giacobbe con il Dio che ha nascosto il suo volto nella notte del male, nel ghetto di Varsavia. Esso appare per la prima volta nel 1946 su una rivista in lingua yiddish di Buenos Aires, presentato come l’ultimo messaggio di un abitante del ghetto di Varsavia, sigillato con cura in una piccola bottiglia e  ritrovato tra i cumuli delle pietre e i poveri resti carbonizzati delle vittime.

Qual’è stato, dunque, il primato della finzione/invenzione letteraria nella memoria della Shoah? Se vogliamo percorrere un viaggio in questa memoria  è opportuno partire proprio da detta finzione, da un lato, come disse Adorno, dalla sua dichiarata impossibilità di «darsi», e dall’altro dalla sua innegabile capacità di trasfigurare la tragedia e il trauma del genocidio nelle straordinarie potenzialità della lingua. Si trattò di anestetizzare il dolore e il trauma, e per quanto questo sembrasse immorale solo la scrittura di finzione permise di conciliare la violenza della realtà con la bellezza della parola. La letteratura rese dicibile l’indicibile, cristalizzò gli orrori della psiche nelle tecniche di scrittura letteraria.

Alla luce di quanto scritto mi pare evidente che rispetto alle parate di grandi papaveri, così direbbero Tex Willer e Kit Carson, sia molto meglio gustarsi la messa in scena di opere come Il canto del popolo Yiddish messo a morte o Yossl Rakover si rivolge a Dio. Opere non commerciali, marginali a una logica della memoria come retorica, che non si offrono alla moda del sublime basso. D’altra parte la Arendt, scrivendo della banalità del male, affermò che la belva, il demoniaco, il male assoluto, che talvolta echeggiavano anche nella poesia di memoria della Shoah, nella realtà non esistono. Il male è l’uomo comune, e proprio per questo è ancora più insidioso e insopportabile. Lo sterminio degli ebrei d’Europa, a fatica, può diventare memoria collettiva d’Europa, avvicinando i vivi ai morti di Auschwitz e celebrando come cattivo ricordo i diritti dell’uomo morti, ma non per sempre, in quei campi di sterminio. Tutto ciò è possibile a patto di non trasformare la Giornata della memoria nella Retorica della memoria.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...