Il Presidente della Repubblica in Sardegna: vince il tappeto persiano (a discapito di quello sardo). La “vergogna di sé” è sempre operante?

In alto il tappeto persiano che ha arredato il teatro sassarese. In basso particolari del tappeto di Nule tratti dal sito www.

*Questa riflessione nasce dalla lettura del post di Giuseppe Masala pubblicato sul blog http://zeroconsensus.wordpress.com e intitolato «Tappeto di Nule e decolonizzazione».

Nella ele­mentare dialettica operante a livello della coscienza di tanti sardi (passati, presenti e magari futuri), la lingua sarda e i «segni» sardi passavano e passano per essere gli elementi e i simboli del vecchio, del sottosviluppo, della rozzezza, mentre la lingua italiana e gli oggetti «italiani» avevano e hanno in sé tutte le connotazioni dello sviluppo, dell’e­mancipazione, della modernità. Insomma, in epoche non tanto lontane, se le «cose sarde» pesavano come un marchio, quelle italiane erano l’unico orizzonte del desiderio. Oggi, almeno a parole, forse non è così, ma nei fatti? Ad esempio, quanto tempo deve passare perché tutto questo, per un sardo, cambi di segno e si trasformi in un sentimento diverso? Non saprei dire con pre­cisione, ma ho la presunzione di credere che il passaggio si verifichi in coincidenza con il recupero delle figure «tradizionali» dei genitori e dei nonni e con il riconoscimento cre­scente di dette figure. C’è una fase, l’avvento dell’eta adulta, in cui le vecchie vergogne provocate dagli atteggiamenti  o ragionamenti dei parenti stretti più “avanti con gli anni” si tra­sformano in fierezza. E cominciano ad apparirci epiche le loro battaglie per resistere alla corale pressione di TV, giornali, riviste, pubblicità a favore del nostro mascheramento. E’ così iniziamo a essere loro grati per non aver acconsentito a darci totalmente in pasto a tante coglionate arri­vate da lontano. Direbbe Placido Cherchi «La metanoia genealogica, insomma, è stata pure una metanoia sul piano della nostra autocoscienza culturale».

Ma si dipana anche un altro percorso, lo sviluppo di una lenta riflessione sul perché la nostra iden­tità di sardi interiorizzi in forma quasi esclusivamente depressiva l’egemonia simboleggiata dall’italiano. La vicenda che coinvolge la sardità dei sardi, impone un atteggia­mento di autosvalutazione rispetto alla acritica stima che spesso si è dispo­sti ad avere degli altri. Cioè, la nostra identità è fondamentalmente debole e basta un nulla per indurci a preferire il mondo del nostro interlocutore di turno, piuttosto che quello che abbia­mo alle spalle. Ma il problema dell’identità debole fa corpo unico col problema della “vergogna di sé”. Proprio per questo, vorrei fermare l’attenzione su tale nesso.
Quesito, perché i modelli che ci seducono sono eurocentrico-occidentali e mai mediterranei o orientali? Perché mai l’italiano-lingua che ci sembra bello è sempre caratterizzato dalle par­late settentrionali e mai da quelle che si incontrano nel Mezzogiorno? La risposta rimanda in modo necessario alla geografia storica e alle forme di potere con cui abbiamo avuto a che fare in tempi recenti. Ma dovrebbe pure rimandare a quell’altra forma di potere che continua a essere operante anche quando l’egemonia politico-statuale del dominatore di turno viene meno. Il potere del capitale e la sua capacità di modellare le coscienze e la vita, lavorandoci ai fianchi attraverso la sfera dei bisogni. Di quelli che abbiamo realmente e di quelli che, per “svilupparci”, dovremmo avere. E si tratta di uno sviluppo nel sottosviluppo, economico e culturale.
Il capitale è stato tendenzialmente settentrionale ed eurocentrico, e parlare della contrap­posizione fra nord e sud, tra capitale e lavoro, tra modernità e persisten­za, significa parlare sempre della stessa cosa. Il nord che ci seduce ha un piglio capitalistico e parla il linguaggio della merce e del consumo. E se è vero che il capitale ha sempre avuto antipatia per le specificità, è facile capire che  esso si faccia sostenitore di una cultu­ra di portata nazionale e schernisca ciò che appartiene alla cultura periferica. La dimensione linguistica è quella che conferisce una forma immediatamente sensibile ai conflitti impliciti in tali contrasti. Le lingue minoritarie sono sempre state viste come una condizione che blocca lo sviluppo dello “sviluppo” (o del sottosviluppo…). Da tempi non sospetti il capitale ha sempre rovesciato la resistenza degli specifici e si è sbarazzato delle lingue poco aperte alla circolazione delle merci.

Tornando a noi, se il capitale sembra poter appagare meglio de su connotu (della tradizione persistente) gli orizzonti del desiderio, e se è vero che si presenta carico di promesse, diventa chiaro perché le sue capacità persuasive seducono la debole iden­tità dei sardi. I ponti d’oro che ogni cedimento della nostra espressività “sardo-linguistica” prepara all’avvento dell’italiano sono ponti che ciascuno di noi, vergognandosi della propria differenza, ha contribuito a preparare. La parabola del sardo-lingua è la più calzante metafora della “vergogna di sé”, ed è davvero difficile inventare situazioni più convincenti per dire con altrettanta pienezza di quanta miseria sia impastata la presun­zione di modernità operante secondo quest’ordine. Non so se si percepisce fino in fondo la portata del torto che il sardo fa a se stesso vergognandosi di essere sardo. Altrettanto odioso è l’atteggiamento di coloro che escono dalla sindrome riaccettandosi attraverso gli occhi degli altri. Una identità di accatto che è la manife­stazione più squallida della mercificazione della propria differenza, facilmente dimostrabile con le modalità di riaccettazione folkloristica della propria immagine. Certo, in tutta la fenomenologia dell’essere “vergognosi di sé”, non c’è nulla di più segnato dalla “vergogna’, perché si riaccetta l’im­magine di se stessi solo per una gentile concessione accordata dall’ester­no.

Eppure – paradossalmente – anche la “vergogna di sé” è una conseguenza della nostra raffinatezza. Una forma implosa e autodepressi­va della nostra civiltà, un accessorio indesiderato dell’accumulo di retaggi su cui si è venuta formando la nostra fisionomia. Proprio la capacità di comprendere e accettare l’altro è diventata una condizione che ha contribuito a indebolire la nostra identità. Passati a situazioni di confronto non più paritario e dialogico siamo rimasti disarmati. Senza parola e senza passato, vittime di quella stessa “paralisi da inaccessibilità” che azzerò le civiltà precolombiane, quando la rozzezza dei conquistadores le fece precipitare in un abisso di non-senso prima che in un lago di sangue. Annullati dallo sgomento, a poco a poco ci siamo spogliati delle nostre ricchezze, perché ritenute inutili, e abbiamo cominciato a recitarci imitando le inflessioni delle truppe d’occupa­zione aqquartierate nei nostri paesi durante la seconda guerra mondiale. La condizione primaria per una buona riuscita della mimesi diventava, naturalmente, il distacco dalle radici e l’insofferenza per tutto quello che rischiava di tradire le nostre origini.

Il Presidente della Repubblica Italiana, nella sua visita sassarese, è stato fatto accomodare su una sedia posta su di un bel tappeto persiano. Perché persiano e non un tappeto di Nule oppure Sarule? Quello di Nule, ad esempio, è tessuto su telai verticali ancora simili a quelli raffigurati sui vasi greci del VI secolo a.C.,  unico in Sardegna per questa sua particolarità, è uno dei più alti esempi di artigianato d’arte del mediterraneo. Occorreva grande intelligenza per pensare ad un tappeto sardo e non a uno persiano come arredo e corredo per una cerimonia ufficiale in cui si riceve un Capo di Stato?
Oppure si tratta di un «atteggiamento» inquadrabile in una continua e attuale evoluzione della “vergogna di sé” in salsa sarda, dentro la sfera dell’attività psichica i cui eventi si svolgono sotto il livello della coscienza e al quale di tanto in tanto riaffiorano? Non più a parole, ma nei fatti.

** Questa riflessione nasce anche, naturalmente, dagli insegnamenti di Placido Cherchi.

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Un pensiero su “Il Presidente della Repubblica in Sardegna: vince il tappeto persiano (a discapito di quello sardo). La “vergogna di sé” è sempre operante?

  1. E’ come se esista una forte soggezione nel confronto con l’altro, il costante timore di non essere suoi pari, di valere meno. Ed è un gran peccato immiserirci a tal punto, sarebbe ora che iniziassimo a guardarci con occhi differenti.

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