Cultura e morale non sempre vanno d’accordo

Hitler, Kafka, Gramsci, Soros

Il 20 marzo, sul suo blog zeroconsensus.wordpress.com, Giuseppe Masala ha scritto un post dal titolo «Poesia…economia», proponendosi di affrontare un tema per lui insolito. Si domanda «Da dove traggono origine le idee che stanno alla base del pensiero economico liberista? Mi riferisco in particolare all’idea che la ricerca della soddisfazione personale e dunque l’egoismo, siano alla base del benessere collettivo grazie a quella famosa “mano invisibile” immaginata da Adam Smith». Nell’argomentare la risposta parte dalla citazione del poemetto satirico di Bernard de Mandeville “Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits” (La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù) il quale chiude così: «Abbandonate queste vane chimere!/Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti». Il nostro si sorprende del fatto che un poeta possa esprimere concetti così moralmente futili e allo stesso tempo che possa aver offerto una giustificazione morale a quegli economisti suoi contemporanei che davano vita al pensiero liberista.

Prendo ad esempio il rapporto poesia (o, comunque, invenzione letteraria) e Shoah. Il più importante filosofo della Scuola di Francoforte, Adorno, al termine della Seconda Guerra mondiale affermò che «…scrivere una poesia dopo i campi di sterminio è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie». L’impossibilità della poesia dopo Auschwitz indicava anche – tra i tanti possibili significati e sfumature di quella famosa dichiarazione – la impossibilità della cultura di ergersi a segno discriminate rispetto alla barbarie. Erano forse troppo vive le immagini dei nazisti che si commuovevano ascoltando musica classica, gli stessi che disumanizzando e sterminando interi gruppi umani salvavano con ossessione maniacale le opere d’arte? Insomma se i nazisti avevano svelato il volto arcigno, crudele della modernità e della “civiltà”, significava che l’etica borghese, che l’ideale di un progresso dell’umanità così tanto celebrato era del tutto scomparso. Eppure, nonostante il monito adorniano immediatamente divenuto, nel dibattito tedesco, una sorta di indicazione normativa per una nuova poetica post-Shoah, le prime reazioni che presero forma, che cercarono di dare un senso alla tragedia, furono proprio quelle della “finzione narrativa”, della poesia. La poesia poteva giungere a risultati altissimi, sprigionando le potenzialità del linguaggio lirico nel cogliere ciò che la ragione non riusciva a spiegare, a far sentire la Shoah proprio agendo sul rapporto tra parola ed emozioni. Se vogliamo percorrere un viaggio nella memoria della Shoah è opportuno partire proprio dalla poesia – da un lato dalla sua dichiarata “impossibilità” di darsi, e dall’altro dalla sua innegabile capacità di trasfigurare la tragedia e il trauma del genocidio nelle straordinarie potenzialità della lingua del modernismo – nella capacità di conciliare la violenza della realtà con la bellezza della parola, rinunciando all’armonia. Si trattava proprio di estetizzare il dolore e il trauma – e se ciò può sembrare immorale, vero è che solo la poesia o la scrittura di finzione permette al dolore di esprimersi attraverso una trasfigurazione letteraria che rende dicibile l’indicibile, che permette alle sensazioni, alle paure, agli orrori della psiche di cristallizzarsi nelle tecniche di composizione letteraria.

Tutto questo per dire cosa, anzitutto che la poesia è la prima forma di comunicazione sociale compiuta, prima ancora della storia; che, come strumento di comunicazione appunto, se ne può fare anche un uso distorto; che la poesia morale, sul piano della storia, prevale su quella eticamente laica; che la poesia è in grado di dire tutto, anche l’indicibile; ancora, che la poesia non è ideologia ma se ne può fare un uso ideologico.

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