E’ morto Tabucchi, letteratura «forte» dove il racconto prevale sul romanzo

Lo scrittore e letterato Antonio Tabucchi

E’ morto uno scrittore letterato, figlio di una letteratura «forte», radicata nell’impegno sociale, ben oltre l’esercizio stilistico e la banalità della profondità in superficie. Scrittore di Notturno indiano e Sostiene Pereira. Nel primo caso un esperienza «on the road» sulle strade non troppo scontate dell’India, incontri insoliti, universi altri che si sfiorano, combinazioni visionarie ben dirette da un «pastiche» di generi letterari. Misterioso, esotico e documentaristico insieme. Sostiene Pereira è diventato il libro cult della sinistra anti-berlusconiana post Prima Repubblica ed anche uno splendido film con un grande Marcello Mastroianni. Il tema è quello della scrittura e dell’informazione sotto e dentro la dittatura, dove Pereira altro non è che Tabucchi stesso. Letterato, traduttore e interprete, a  Parigi, negli anni Sessanta, si imbatte per caso in un libro di uno scrittore allora sconosciuto, ma a cui, da quel momento in poi, legherà la sua vita: Fernando Pessoa. Sarà l’amore per questo poeta a trasportarlo nella dimensione della lingua e della letteratura portoghese, a farlo diventare uno dei massimi studiosi dell’opera di Pessoa, a considerare il Portogallo la sua patria d’elezione e Lisbona la città più amata. Racconta Tabucchi “Risultai il miglior studente all’esame di portoghese. E così mi fu detto che c’era una borsa di studio, e se la volevo potevo andare in Portogallo. E io ci andai. E poi la vita ha fatto il resto”.

Intellettuale attento e spigoloso, ha coltivato l’idea che, al di là delle specificità nazionali o di certe aree linguistiche che condizionano inevitabilmente le posizioni dei singoli, si possa individuare un elemento comune a tutta la cultura occidentale del Novecento: l’inquietudine. Esistono fratture che separano l’inquietudine novecentesca da quella dei secoli precedenti e in particolare dall’inquietudine romantica. La più importante è la coscienza concreta che l’umanità può scomparire dalla faccia della terra. Non è l’unica, ci sono  altri elementi distintivi di questo sentimento. Il più evidente, a parere di Tabucchi, quello che rende la nostra ansia diversa da quella dei nostri antenati, è il fatto che essa sia stata, nel Novecento, sistematizzata, innanzitutto dalla psicoanalisi e da Freud. Nell’Ottocento c’è solo un annuncio dell’inquietudine moderna, il Novecento la esprime chiaramente. Un sentimento fatto di disagio, insofferenza, malessere, desassossiego, come si dice in portoghese. Pessoa già nel 1910 lo esprimeva in maniera compiuta nel suo Livro do desassossiego. Altri grandi esponenti di questo disagio, di questa «età dell’ansia», sono Kafka, William Auden, Gadda, Camus, Borges, Beckett, che rappresentano un’inquietudine a tutto tondo, che tocca profondamente tutti gli aspetti dell’esistenza.

Tabucchi si è sempre opposto all’obiezione che in tal modo l’immagine del Novecento viene legata ad una letteratura angosciata, infelice. Ha sempre pensato, invece, che anche la letteratura dell’inquietudine sia una «letteratura felice». Nel senso che è possibilissimo essere felici creando una letteratura «non felice». Il poeta altro non è che un fingitore.

«O poeta é um fingidor.

Finge tão completamente

Que chega a fingir que é dor

A dor que deveras sente»

Fernando Pessoa (1931)

« Il poeta è un fingitore.

Finge così completamente

Che arriva a fingere che è dolore

Il dolore che davvero sente. »

Una delle ultime opere è Tristano muore (2004). In uno stato allucinatorio e terminale, il vecchio Tristano racconta di sé ad uno scrittore perché sia testimone della sua agonia e dei ricordi di una vita. Fantasmi di donne amate si sovrappongono nel delirio e poi la guerra, combattuta in Grecia, la scelta della libertà e della Resistenza. Alla fine della vita tutto appare uguale a se stesso, un incubo che tutto sovrasta e tutto circonda. Inquietudine. La letteratura come vita sognando, e scrivendo, la vita come letteratura.

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