La filosofia al Teatro Massimo di Cagliari. Prima giornata del festival: Bodei, Delogu, Loche, Zagrebesky.

Il filosofo Remo Bodei

Studenti e curiosi da tutta la Sardegna per il primo Festival di Filosofia al Teatro Massimo di Cagliari. Sala gremita due vole, prima per ascoltare Remo Bodei e Antonio Delogu discutere della «Paura della libertà» e poi il duo Anna Maria Loche e Gustavo Zagrebelsky su La leggenda del Grande Inquisitore racconto nel racconto di quel capolavoro che si intitola I fratelli Karamazov di Dostoevskij.

Bodei e Delogu discutono di coscienza etica, di nuovi possibili modi di convivenza, di ricerca di spazi autentici di relazione, di coinvolgimento attivo. Bodei, filosofo di spessore internazionale nativo di Cagliari, comincia con il racconto di Kafka La tana (1924), metafora dell’indecisione tra tranquillità e pericolo. Tutte le uscite sono di insicurezza e non si può chiedere alle persone di essere libere se non lo sono, e la strada della sicurezza è più facile della ricerca di un futuro ricco di opzioni. Agire provoca una perdita dell’innocenza, ammonisce il filosofo. Molto più comodo obbedire, respingere la responsabilità, far parte di un gregge. L’altro interlocutore, Antonio Delogu dell’Università di Sassari, inizia dal concetto di società liquida di Bauman sottolineando il carattere effimero della libertà di cui godiamo. Siamo piuttosto facili vittime del conformismo e del consumismo, dell’automatismo del soggetto anonimo, nella declinazione dell’individuo collassato su se stesso, privo di ogni responsabilità.

Nel secondo incontro Anna Maria Loche, professoressa all’Università di Cagliari, e Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, discutono trasversalmente di letteratura, filosofia e teatro, grazie alla lettura e interpretazione de La leggenda del Grande Inquisitore. Dostoevskij ricorda che la libertà è sacrificata da secoli per la sopravvivenza del genere umano e, secondo Zagrebelsky, proprio in questa opera si ha la prima premonizione della società di massa e il segreto dell’obbedienza politica. L’Inquisitore ha come obiettivo di controllare l’eccesso di vitalità degli uomini, la tensione verso la libertà che fa nascere confusione e conflittualità. L’unico modo per controllare è privare della libertà. In tal senso Dostoevskij descrive la società attuale, oppressa e resa infelice da un potere invisibile.

La preferenza umana all’obbedienza piuttosto che al rendere pratico il desiderio della libertà sembra la cifra comune ai primi due incontri del Festival. La paura della libertà è fortissima, Bodei segnala che abbiamo perso il carattere spontaneo e collettivo dell’essere liberi. La libertà ha perduto la sua primitiva idea di spontaneità per diventare individuale e non naturale. Sempre Bodei, per fortuna, ricorda che non è solo la viltà che impedisce agli uomini di essere liberi e autonomi. E’ la mancanza di sicurezza e il bisogno di protezione a farli oscillare continuamente tra paura e speranza.

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