La scolarizzazione ha realmente migliorato l’ignoranza?

Il Proteus tipico della civiltà del consumo

I fatti più salienti dell’attualità politica e sociale riguardano: la crisi delle leadership forti, la corruzione oppure collusione dentro i partiti politici, l’elezione di Monti, Passera e company a salvatori di una patria nata morta, ben prima del 1943, in anticipo rispetto all’opera “De profundis” dell’oscuro quanto strabiliante Salvatore Satta, con la quale il tema della “morte della patria” diviene visibile.
Di fronte agli editoriali tiepidi dei vari Severgnini, Della Loggia, Panebianco, Scalfari, Giannini, Merlo, temperati lo sono di sicuro sopratutto in confronto con quanto hanno scritto su e contro Berlusconi in precedenza, rispetto a questa moderazione, appunto, mi chiedo se davvero questo Stato chiamato Italia dispone di una classe intellettuale migliore di quella manageriale e politica.

La politica è corrotta ma i rappresentanti li sceglie il popolo. I leader carismatici sono deboli e collusi, dentro fino al collo in questa corruzione, ma anche loro sono acclamati dalla gente comune. Nei partiti si ruba e, ancora una volta, chi sceglie i funzionari di partito nei congressi sono persone per lo più semplici, che hanno a cuore determinati ideali e si danno all’impegno civile senza doppi interessi. Accettiamo comunque il tasso di politicizzazione più elevato del mondo occidentale, la politica sovraintende a tutto: dal controllo della banca nazionale (vedi PCI, PDS, DS, PD in rapporto al Monte dei Paschi di Siena) a quello della banca locale (vedi il rapporto tra Lega Nord e banche padane), fino ad arrivare all’affidamento diretto al professionista o all’impresa locale sotto i 20.000 euro nella provincia o nel comune più sperduto d’Italia. La gente che dice? Che è così, punto.

A cosa è servita la scolarizzazione? A cosa è servito abolire il numero chiuso, a indebolire la severità, l’autorità e l’autoritarismo della scuola e dell’università? I numeri sempre più crescenti di esperienze scolastiche fortunate hanno dato valore aggiunto nella capacità di scegliere i propri rappresentanti politici locali e nazionali? Hanno posto le basi per una classe dirigente  al passo con i tempi (non solo politici ma anche imprenditori, professionisti, docenti universitari, sindacalisti, ordini vari)? A distanza di ottant’anni, nonostante non siamo più analfabeti e disinformati, ci facciamo comunque attrarre dalla figura del capopopolo carismatico a cui delegare carta bianca. Non solo Berlusconi, ma pensiamo a Bossi, Vendola, Formigoni. Leader conclamati che non si mostrano troppo oltre la demagogia e i peggiori luoghi comuni del fare politica.
Probabilmente non si è trattato di vera istruzione e forse i pochi realmente istruiti sono dei commercianti del sapere, i sofisti del 2000. Qualcuno può dire che Belpietro, Feltri, Sechi e Ferrara non siano intelligenti, abili, con un’ottima cultura generale, sapienti nel dominio della parola? Lo stesso dicasi per il fronte «debenedettiano» di Repubblica-Espresso, i vari Giannini, Merlo, Serra. Potremo poi parlar male delle qualità di Mieli, Ostellino, Severgnini, Rodotà, Galli Della Loggia, Panebianco, condottieri in casa Corsera? Nemmeno.
Ciò che realmente manca non è il sapere, la conoscenza o le competenze. Manca l’educazione alla moralità ed è conseguentemente scomparso il valore assoluto dell’intenzione morale. In una società di individui soli ci si dimentica che non si può essere giusti da soli, che se si è giusti da soli si cessa di essere giusti. La cura di se è indissolubile dalla cura della «città» e dalla cura degli altri. Il male non è psicologico ma continua a essere culturale.

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