(1) Sardegna e Sicilia, “Il gattopardo” e “Il giorno del giudizio”, Satta e Lampedusa. Un grande Alessandro Carrera.

Le copertine dei due romanzi

Prima parte: la tesi sostenuta.

Uno splendido saggio di Alessandro Carrera, datato 2001, per i tipi Pieraldo Editore, dal titolo “Il principe e il giurista. Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Salvatore Satta”, mostra una possibile indagine, tra le pieghe profonde della coscienza collettiva, per mezzo della letteratura. Come unire «Freud», «Eleonora d’Arborea» e lo «Sbarco dei mille»?  Partendo dal «Romanzo familiare del nevrotico». Freud coniò l’espressione nel 1908, premurandosi di precisare che che non va confuso con il delirio psicotico di chi afferma di essere il diretto discendente di divinità o di dinastie regali. Il «Romanzo familiare del nevrotico», infatti, non si sostituisce del tutto alla realtà, anzi vuole che il mondo reale gli creda.  Il protagonista è sempre un figlio sconosciuto che deve essere ammesso a un pantheon familiare dal quale era stato escluso. Pur di ricongiungersi con la propria famiglia immaginaria tutto gli è lecito. Il romanzo familiare è riconducibile a una ferita narcisistica di cui il figlio ritiene responsabili i genitori reali. L’invenzione di antenati potenti copre la carenza di ascendenze illustri, placando l’ambizione frustrata del figlio e giustificando il suo fallimento. Ma dichiarando di discendere da un padre e da una madre regali il figlio riafferma anche la propria dipendenza da un modello forte di genitore, edipicamente amato e che concede, nella fantasia, quelle pulsioni erotiche che il genitore reale non può soddisfare. Sono state, in Sardegna, le Carte d’Arborea*, un romanzo nevrotico collettivo capace di sedurre un’intera cultura, o una parte di essa, per lo spazio di più generazioni? I romanzi familiari che non divengono miti fondatori, poiché non ne hanno né il tempo né il modo, promettono un’identificazione che non trasformano mai in un’identità, e aspirano all’onnipotenza perché non hanno accesso al reale. Rappresentano simbolizzazioni confuse che non permettono di passare dal romanzo al mito, e negano implicitamente il passaggio successivo, che va dal mito alla storia. Il romanzo familiare, dunque, nasce sulla soglia della crisi dell’Edipo, quando tutto deve cambiare nella posizione del soggetto di fronte al mondo, anche a prezzo del delirio. Il romanzo collettivo, dal canto suo, è il sintomo di un Edipo sociale che preferirebbe che nulla cambiasse, e che la dipendenza edipica non venisse minacciata.

Dove trova terreno fertile questa forma di romanzo? Fra le minoranze etniche, nonché tra le comunità isolane e isolate, in quei momenti di crisi nei quali all’esasperazione per essere stati emarginati dalle forze egemoniche si affianca la consapevolezza che alcune possibilità di integrazione sono dopotutto praticabili. A suo modo, il romanzo nevrotico collettivo è una rivoluzione che porta l’immaginazione al potere. E’ la risposta di una comunità, o di una parte di essa, non solo al senso di inferiorità indotto dall’emarginazione, ma anche e sopratutto al timore che l’unica via per porre termine all’emarginazione consisterà nel barattare la nuova promozione sociale con la perdita della vecchia, rassicurante identità comunitaria. Due le sollecitazioni storiche. La prima si verifica quando una nazione fa il suo primo ingresso in una condizione multiculturale. La seconda quando la nazione in questione accede a una condizione postcoloniale, in cui una popolazione ex colonizzata ha appena iniziato un processo di ricostruzione d’identità. Il loro romanzo collettivo nevrotico è un’operazione ansiosamente difensiva: è elaborato da una comunità che teme di perdere le proprie radici, e che per sfuggire a tale pericolo si aggrappa a radici che in quel terreno, forse, non sono mai cresciute.

La prima tesi che Ferrara sostiene è che due opere importanti della narrativa italiana, “Il Gattopardo” e “Il giorno del giudizio”, costituiscano una risposta alla condizione postcoloniale nella quale, con l’avvento dell’Unità d’Italia, erano entrate la Sicilia e la Sardegna. La seconda tesi è che le opere di Lampedusa e di Satta costituiscano la sottile rielaborazione, da parte dell’arte del romanzo, di quegli stessi elementi narrativi che formano il romanzo nevrotico siciliano e il romanzo nevrotico sardo.  Più ancora, Ferrara sostiene che è possibile leggere “Il Gattopardo” come romanzo nevrotico nazionale, nel quale l’intera Italia si è volentieri riconosciuta figlia di un’aristocrazia tanto nobile e orgogliosa quanto inefficiente e antimoderna, e si è quindi assolta delle sue resistenze storiche alla modernizzazione liberale, marxista e capitalista. Allo stesso modo vorrebbe leggere “Il giorno del giudizio” come una riflessione sulla condizione postcoloniale sarda; un’opera che condanna e insieme giustifica l’insularità che denuncia, in nome di una metafisica del giudizio che annulla ogni contingenza storica e che forse costituisce l’ultima rielaborazione fantastica del periodo giudicale della storia della Sardegna. L’ultima, se si vuole, dalle Carte d’Arborea.

Continua

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