Pensieri sparsi su alcune cose che dovrebbe dire un “vero” partito oggi.

  1. È ora di smetterla nell’affermare che il tasso di disoccupazione è un problema di natura strutturale e dunque non può essere risolto nel breve periodo. Dicono che dobbiamo concentrarci sul lungo periodo. Il problema, diceva Keynes, è che nel lungo periodo siamo tutti morti. Possibile che, quando le cose vanno male, questi grandi geni di economisti e politici sappiano solo dire che a tempesta passata il mare ritornerà calmo? Il vero problema, per i giovani di oggi, non è l’eredità del debito pubblico, ma la mancanza di posti di lavoro che impedisce di avviare la propria attività lavorativa. Quando si parla di disoccupazione strutturale è molto probabile che si voglia evitare di affrontare la realtà e trovare così facili vie di fuga.
  2. È ora di frenare la minimizzazione delle morti-suicide per il lavoro, si tratta pur sempre di una reazione alla tensione sociale. C’è chi spara agli altri e c’è chi si spara a se stesso. Può anche essere vero che dal 2009 a oggi questi suicidi siano diminuiti e che adesso suscitino più clamore a causa della crisi, ma l’errore è stato quello di non essersene occupati con la giusta attenzione allora e non di parlarne troppo oggi. Siamo una società angosciata dalle paure economiche, i suicidi dei piccoli imprenditori, ad esempio, rappresentano una nuova «narrazione» di questo timore collettivo, arrivano dalle zone economicamente forti, dalle province del Nord, dai luoghi in cui si è affermato il fenomeno del «capitalismo dell’uomo qualunque». Proprio qui la Lega ha fatto breccia nei cuori della gente, chi prenderà il suo posto? I temi sono disoccupazione (di nuovo), tasse eccessive, caduta dei mercati. L’identità individuale e la coesione sociale si fondano sul lavoro, se questo manca crolla il modello e occorre rifondarlo. Chi offre soluzioni?
  3. È ora di dire, a chiare lettere, che la Germania sfrutta la sua egemonia sulla politica europea per farsi i cavolacci suoi. Bisogna cavalcare il vento d’Europa e battersi per una nuova politica europea, per la revisione del patto fiscale, per pianificare interventi di stimolo all’economia e smetterla di puntare tutto sull’ossessione (molto tedesca) dell’inflazione. Grecia, Spagna e Francia, pur se con modalità diverse, danno segnali ben precisi in questa direzione, l’Italia cosa vuole fare? Permettere alla Germania di decidere da sola le sorti dell’Europa? La Merkel ha negato gli aiuti ad Atene, quando il salvataggio era ancora possibile e a costi ragionevoli, tutto ciò per puro opportunismo elettorale. Alla fine ne è uscita ugualmente sconfitta.
  4. È ora di sostenere una vera campagna riformista. Ed è necessario partire dall’aspetto più elementare: le pari opportunità di candidatura (a una competizione elettorale importante, regionali o politiche). Attualmente per affrontare una candidatura alle politiche è necessario versare in media 50.000 euro al proprio partito e allestire un’attività promozionale individuale (pubbliche affissioni, pagine pubblicitarie sui giornali, spot televisivi) di pari budget se non superiore. Questo vuol dire che la candidatura è possibile solo per chi dispone di risorse importanti, investire 100.000 euro, infatti, è possibile solo per chi ne ha molti di più (politici di carriera, professionisti affermati, imprenditori). La libertà promozionale di sé diventa un dispotico strumento di diseguaglianza. Ci sono le eccezioni, un caso è quello di Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, ma pongo una domanda: se il suo partito non fosse uscito completamente azzerato e distrutto dalle politiche del 2008, sarebbe stato sempre lui il candidato per le primarie contro l’oligarca Cabras? Se non si rilanciano le pari opportunità per potersi candidare, qualsiasi riforma elettorale e/o istituzionale sarà vuota e non riuscirà a far eleggere i migliori ma semplicemente i più benestanti.
  5. È veramente ora di imporre un codice deontologico sul numero di candidature consecutive per la Camera e/o per la Regione. Non è sopportabile avere parlamentari e/o consiglieri regionali che vivono e vegetano su quelle poltrone per 20-30 anni. Questa scelta, con l’immediato passo indietro dei vari oligarchi, consentirebbe di accelerare e permettere un rinnovamento della classe dirigente e di arginare, almeno in parte, il problema della stagnazione della politica, sempre ripiegata sulle stesse idee e sulle stesse persone.

Mi fermo qua, consapevole di non esaurire i reali problemi dell’amministrare e del governare. Credo si debba andare avanti per piccoli passi e sono convinto della bontà di un partito (o più partiti) medio-grande che presenta gente nuova, fa sedere in panchina gli oligarchi, offre l’opportunità di candidarsi anche a chi guadagna 1.200 euro il mese, indica una propria visione della politica economica e dei rapporti con i partner europei, sa cogliere le pieghe della tensione sociale che si respira e non si limita a liquidarla come fisiologica e/o strutturale. Un partito così purtroppo non esiste.

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