Claudio Magris su Norman Manea: Il dolore dell’esilio che nutre la vita.

Norman Manea

Dalla tragedia dello sradicamento una fonte inesauribile di creatività

Secondo Marx, i grandi eventi storici si presentano una prima volta in forma di tragedia per ripetersi in forma di commedia; nella storia contemporanea, scrive Norman Manea nel suo romanzo Il rifugio magico, la farsa precede la tragedia. Forse nessuno lo ha sperimentato sulla propria pelle come l’esule est-europeo fuggito in America dal nazismo o più tardi dal comunismo, superstite di tragedie grandiose e devastanti finite in indecorosa commedia e catapultato, come un alieno, in un «grande mercato carnevalesco – scrive Manea – in cui niente sembra più udibile se non è scandaloso, ma niente è abbastanza scandaloso da diventare memorabile». La realtà contemporanea appare allo scrittore un circo, un avanspettacolo di acrobati e clown che annuncia incombenti catastrofi.

Norman Manea è partito dalla tragedia, che nutre la sua narrativa di grande scrittore cui si devono grandi libri – Ottobre ore ottoIl ritorno dell’huliganoLa busta nera, per citarne solo alcuni, noti in Italia soprattutto grazie alle eccellenti versioni di Marco Cugno, suo finissimo interprete – e ha accompagnato la sua esistenza, senza piegare la sua libertà e coerenza morale e senza intaccare la sua amabile, affascinante ironia ebraica, che lo fa assomigliare a quei modesti, rispettosi e anche sfacciatamente indistruttibili personaggi della letteratura jiddisch, cui tutto va storto ma che niente abbatte e ai quali la fede ha insegnato a ridere del mondo, pur spesso così terribile, e magari anche di Dio che lo ha creato così, quasi all’ultimo momento gli fosse un po’ sfuggito dalle mani.

Nato nel 1936 a Suceava, in Romania – più precisamente in Bucovina, crogiolo plurinazionale e multireligioso di culture – Manea conosce come pochi altri «la sarcastica simmetria dell’esilio», com’egli l’ha chiamata, e ne ha fatto la chiave per capire e rappresentare il mondo e la sua incomprensibilità. Sono gli scrittori mitteleuropei ad aver vissuto con particolare intensità l’esilio quale forma di vivere, come rivela Enzo Bettiza nel suo splendido Esilio. A cinque anni Manea è stato deportato con la famiglia, in quanto ebreo, dai tedeschi nel Lager della Transnistria, in Ucraina. Nella Romania del dopoguerra ha vissuto gli anni peggiori del comunismo satrapesco, «miscuglio bizantino di demagogia, miseria e terrore» che trasforma la patria in esilio, in un luogo in cui non ci si può sentire a casa, perché tutto è diventato altro, deformato e falso. Nei suoi romanzi e nei suoi saggi la perversione totalitaria non è solo tirannide imposta all’individuo dall’esterno, ma è divenuta corruzione interiore della persona, vizio e droga alla fine difficilmente distinguibili dalla natura dell’individuo stesso. Si scrive, ma si finisce anche per vivere, in uno stile cifrato, che nasce per sfuggire alle maglie di una tirannide politica e diviene un modo di essere, un depistaggio per sottrarsi alle maglie di ogni potere, anche a quello gelatinoso delle società in cui dostoevskijanamente «tutto è permesso».

Ammirato da Heinrich Böll e da Philip Roth, Manea, sempre più vessato dal regime romeno per la sua coraggiosa indipendenza, è emigrato nel 1986 negli Stati Uniti, dove insegna al Bard College. Altro esilio: «liberatorio», come egli ha scritto con grande riconoscenza al Paese che lo ha accolto nella libertà e gli ha dato la possibilità di lavorare e di vivere, ma pur sempre esilio, esistenziale e soprattutto linguistico; «combustione in profondità» e possibile «olocausto» per uno scrittore – ha detto – privato dell’immediatezza della sua lingua e dunque incrinato nella sua identità. Tale scissione è tragicomica; lo scrittore assomiglia più di ogni altro a un clown – figura analizzata da Manea in incisivi saggi – esposto alle botte e alle manfrine della storia universale.

L’esilio è il tema delle Conversazioni in esilio tra Manea e Hannes Stein, edite ora dal Saggiatore nella versione di Agnese Grieco, come delle pagine errabonde di Al di là della montagna; è pure il Leitmotiv del romanzo Il rifugio magico, uscito alcuni mesi fa presso il medesimo editore nella traduzione di Marco Cugno. Parlando con Hannes Stein, scrittore e giornalista che vive a New York, in inglese («la lingua dei senzapatria», dice Stein) Manea – ironicamente e dolorosamente comprensivo di tutta la gamma dell’umano, compresi la menzogna e l’orrore, ma inesorabile nella sua precisione che è insieme onestà morale e rigorosa poetica – penetra come un coltello in quel basso ventre della cultura e della vita che è il Sudest europeo, specialmente la Romania negli anni della Guardia di Ferro fascista e poi del comunismo e di Ceausescu, perversioni non solo politiche ma, prima ancora, culturali, intellettuali ed umane.

Il caos delle leggi razziali, col loro intreccio di fanatismo orrendamente «puro» e di sudicia corruzione d’infimo grado, gli anni staliniani di depravazione e di tragedia, le proteiformi trasformazioni e rinascite dell’antisemitismo vecchio e nuovo emergono con vivezza, tracciando l’immagine di un mondo pervertito in cui, paradossalmente, la falsificazione totale della vita pubblica sembra stimolare, quale estrema resistenza, un’integrità di vita privata, una raccolta interiorità che in Occidente appare più indifesa, più esposta a una sorta di videogioco in cui non si distinguono più passioni recitate e passioni vere, volti in carne e ossa e immagini digitali, così come si finisce spesso per non distinguere alla tv le scene di un film dalle interruzioni pubblicitarie. E Norman Manea, con la sua aria dimessa e sorniona, si rivela, in queste conversazioni, uomo di valori forti e di sentimenti profondi, come indicano i concisi accenni alla sua vita affettiva e in particolare al suo matrimonio d’amore e alla sua vita con Cella, sua moglie. Siamo amici da molti anni, uniti da parecchie affinità, fra cui una comune difficoltà a staccarci da qualsiasi cosa, persone, paesaggi, lingua, casa. Non sembriamo fatti per l’esilio…

Nelle Conversazioni e nel Rifugio magico l’esule approdato in America viene talora risucchiato nelle sabbie mobili di quella grande e spesso cialtronesca cultura romena che ha genialmente indagato e talora pasticciato e falsificato l’universo del mito, disprezzando le ideologie (quelle liberali e democratiche) in nome delle ineffabili verità dell’occulto e compromettendosi con la più pacchiana delle ideologie, col fascismo e con l’antisemitismo nazistoide. Mircea Eliade, il più grande rappresentante di questa cultura in adorazione del Minotauro, è presente infatti, in un personaggio centrale ricalcato su di lui, nel Rifugio magico e, nelleConversazioni, quale mostro sacro, oggetto di un culto intollerante di ogni critica, come ha sperimentato in passato Manea stesso nelle reazioni a un suo articolo su di lui, tutt’altro che privo di ammirazione per la grande opera di mitologo, ma scevro di ogni succube devozione liturgica.

Manea ha ben presente la forza di certe intuizioni di quella cultura che comprende anche altri nomi famosi, ad esempio Cioran, e nel romanzo fa dire al «Vecchio», figura nella quale è adombrato Eliade, che l’unica salvezza è ampliare il labirinto, il regno del Minotauro, sino a includere in esso il mondo intero. È il tono ieratico e iniziatico di quella cultura, così vezzeggiata in Occidente, che Manea demistifica, mostrando la banale volgarità di tante sue pose. Il mito, così profondamente studiato da Eliade, rivela una verità solo quando lo si guarda con spirito illuminista, sfatando la sua pretesa di esser preso alla lettera, che lo declassa a goffo idolo. Nel romanzo di Manea questa cultura esoterica – che pretende di abitare l’ineffabile non-tempo del mito ed è intrisa di esaltato nazionalismo storicamente datato – è come una medusa arenata sulla spiaggia, che perde le sue iridescenze. La verità dell’esilio è anche lo smascheramento del Minotauro, la scoperta che può essere un trucco da baraccone; allineati negli appositi reparti del supermarket universale e offerti a buon prezzo, quei magici amuleti rivelano la loro componente kitsch; l’antisemitismo, del resto è per eccellenza un cocktail di orrore e kitsch, una cartina tornasole che rivela quanto sia facile declassare i Misteri eleusini a tunnel dell’orrore di un luna park. L’occulto, scrive Manea, diviene così «un soggetto da commedia», una farsa, come i sospetti della polizia segreta comunista che vede ovunque trame oscure. L’esule, che proviene dal mondo atroce e atrocemente ridicolo della Guardia di Ferro e della Hiroshima di Ceausescu (così la gente di Bucarest chiamava i quartieri della città demoliti dal Conducator per costruire il suo faraonico palazzo del potere), sa di recare in se stesso questa degradazione, di essere, come si dice nel romanzo, «un buffone est-europeo».

In Al di là della montagna, Manea si confronta con due grandi figure che hanno assunto su di sé – come il Messia peccatore della tradizione ebraica, che prende realmente e non solo metaforicamente il Male nella sua persona per distruggerlo insieme a se stesso – l’orrore, la tenebra e la menzogna universale. Uno, poco noto in Italia, è Benjamin Fondane, filosofo e scrittore romeno, ebreo d’origine tedesca dai molti nomi, trasferitosi a Parigi da dove, durante la Seconda guerra mondiale, è stato deportato e assassinato ad Auschwitz. L’altro, simbolo ormai per il mondo intero di una poesia che per essere autentica deve bruciarsi insieme alla vita dell’autore, è Paul Celan, ben noto in Italia soprattutto grazie alle splendide versioni di Giuseppe Bevilacqua. Due esuli; nelle pagine loro dedicate, arricchite da un dialogo con Ilana Shmueli che fu amica e per breve tempo amante di Celan, Manea va al cuore di un esilio che riguarda non un Paese, una patria o una lingua, ma la vita stessa.

Celan non è morto a Auschwitz, ma in un Lager nazista sono morti i suoi genitori e, come è stato detto, egli «scrive come se scrivesse dopo la sua morte», dopo il suo suicidio nella Senna. Ben più dei grandi mitologi suoi connazionali. Affascinato dai misteri orfici, egli ha portato all’estremo lo spegnersi della poesia nella notte orfica dell’assoluto e della morte, il canto d’amore che è, come testimonia pure Ilana Shmueli, rinuncia all’amore, impossibilità di vivere insieme. Adorno, in una celebre frase, ha detto che dopo Auschwitz non si possono scrivere poesie; sentenza sbagliata e non solo perché smentita – ad esempio da Celan – ma perché proprio dopo Auschwitz è necessario scrivere poesie. Adorno si è corretto, precisando che dopo Auschwitz la poesia autentica non può abbandonarsi al sentimento di lasciarsi vivere, ma ha bisogno di assumere su di sé quella stessa freddezza, quella mancanza di calda umanità normale che alla fine ha permesso l’inumanità di Auschwitz. Celan l’ha assunta e non ha retto a questa assoluta negazione, a questa necessità di sacrificare l’umanità alla poesia.

L’esilio è necessario alla vita e alla creazione; senza l’esilio da Troia, la stirpe di Enea non fonderebbe Roma e l’Esodo, come racconta la Bibbia, è necessario alla Storia Sacra. L’esilio si identifica con la vita, perché – ha scritto Manea in un suo romanzo – «ha inizio nel momento stesso in cui lasciamo la placenta materna». Ma Norman è troppo ironicamente esperto del circo e del mercato universale per non sapere che anche l’esilio – come il mito – può diventare slogan politico o spot pubblicitario. «Esuli di tutti i Paesi – si dice nel Rifugio magico – unitevi».

*Nato in Bucovina (Romania) nel 1936, lo scrittore ebreo Norman Manea (nella foto), perseguitato prima dai nazisti e poi dai comunisti, vive e lavora dal 1986 a New York. Nel 2011 è stato tradotto in Italia il libro di Manea «Il rifugio magico» (traduzione di di Marco Cugno, Il Saggiatore, pp. 364, € 19,50), mentre quest’anno sono usciti il suo volume «Al di là della montagna» (traduzione di Marco Cugno, Il Saggiatore, pp. 177, € 17) e il dialogo di Manea con Hannes Stein «Conversazioni in esilio» (traduzione di Anna Grieco, Il Saggiatore, pp. 124, € 16)

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