Post del 24 maggio 2012 di Natalino Piras: “La scrittura come distanza e la letteratura come storia”. Leonardo Sciascia e Salvatore Satta.

Natalino Piras

Un articolo molto puntuale sullo spirito della scrittura di due grandi autori, il siciliano Leonardo Sciascia e il sardo Salvatore Satta.

POSTATO DA NATALINO PIRAS IL 24/05/2012 su http://www.natalinopiras.com

Tornare a Sciascia, ogni tanto. Come scrittura necessaria nell’essere e nel tempo. Riflettere il presente. Per poi riprendere. Si ha bisogno di terra e di mare, di sicilitudine e sarditudine: due situazioni che  vivono di osmosi e di contrari, un gioco di memoria e di oblio. Storia privata e pubblica. Le appartenenze e le differenze, i corsi e i ricorsi, le bombe, la mafia. Gli sbandamenti.   Scrive Sciascia in A futura memoria: «Io ho dovuto fare i conti da trent’anni a questa parte prima con coloro che non credevano o non volevano credere all’esistenza della mafia e ora con coloro che non vedono altro che mafia. Di volta in volta sono stato accusato di diffamare la Sicilia o di difenderla troppo; i fisici mi hanno accusato di vilipendere la scienza, i comunisti di aver scherzato su Stalin, i clericali di essere un senza Dio; e così via. Non sono infallibile; ma credo di aver detto qualche inoppugnabile verità. Ho sessantasette anni, ho da rimproverarmi e da rimpiangere tante cose; ma nessuna che abbia a che fare con la malafede, la vanità e gli interessi particolari. Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza. Ma si è come si è». Come fare e scrivere, a proposito di depressioni portate dall’individuale al fatto storico, Noir sur noir, altro che noiristi alla moda. Come fare diario, pubblico e privato al tempo delle Brigate Rosse e della notte della prima Repubblica preannunciante la notte della seconda. Sciascia come Salvatore Satta, autore del Giorno del giudizio,  che in De profundis annota di un’Italia nello sfacelo e allo sbando dopo l’8 settembre 1943: lo stesso tempo, lo stesso sbandamento dei nostriPitzinnos Pastores Partigianos, libro in uscita da qui a qualche decina di giorni. Pitzinnos pastores partigianos  nella memoria, dopo l’oblio.  Anche a questo servono gli scrittori che Satta e Sciascia mettono in qualcuno dei cerchi concentrici come visione del mondo. Nella sicilitudine sciasciana e nella sarditudine sattiana concorrono, ancora come osmosi e come differenza, la letteratura, l’assoluto della letteratura, la verità della letteratura e la concretezza della storia: pure se letteratura e storia agitano molti fantasmi. Entrambi, Sciascia e Satta, hanno stile severo, asciutto. In questa asciuttezza, la scrittura «secca» sciasciana,  la maniera di intervenire da parte di Sciascia, di mettere insieme i pezzi del potin, della sinfonia, è quella di utilizzare i diversi generi letterari che, «a seconda dell’umore», vanno dal poliziesco a un  verbale vero e proprio di polizia. Tutto questo concorre a fare di Sciascia «un Sicilien argentin», uno che alla maniera di Borges inserisce per esempio le morti di Petrarca e di D’Annunzio, distanti tra di loro quasi seicento anni, dentro lo stesso «labirinto del tempo». Sciascia, scrive Pierre  Combescot, «nous apprende  que’n Sicile, tout est probable, mais que jamais rien n’est sur». Alla stessa stregua, e siamo nuovamente alle coincidenze e alle osmosi,  la Nuoro del Giudizio sattiano eterna i fantasmi. Per Combescot  Satta  e Sciascia sono «deux iles differentes» ma che comunque lasciano lo stesso «doute existentiel» come patrimonio: il fatto di essere entrambi dei «pauvre Robinson». Come degli stranieri in patria: quanto permette alla distanza della scrittura di indagare più a fondoNatalino Piras

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