Perché non si parla mai di chi ha il coraggio di restare in Sardegna? (O in Italia?)

L’altro giorno ho letto un post facebook di Francesco Bellu, corrispondente per La Nuova Sardegna e Sassari Notizie, che a proposito di un‘articolo di Sardinia Post che raccontava della fuga di un cervello sardo, testualmente scriveva «Non è l’unica che è “scappata da casa” e di certo a malincuore…mi chiedo però perché non raccontare anche chi rimane qua a resistere, si RESISTERE in questa terra bellissima e maledetta per cercare di fare qualcosa..E’ la strada più difficile, perché la voglia di fare armi e bagagli e mandare tutto all’aria è tanta! Perché da anni si racconta solo di gente che va via e non che rimane? E non certo per codardia o lassismo, ma lo fa in maniera cosciente? E’ una provocazione la mia? Si, però ragioniamoci su!». Ragioniamo allora.

I media puntano i riflettori su chi va via e su carriere professionali altisonanti  perché è fashion, forse glamour e molto utile a una confezione patinata della notizia. Per carità la decisione di partire o di non ritornare, come qualsiasi scelta di vita, è rispettabile, più che altro si corre il rischio di omettere una questione sociale importante. I giovani (o adulti simil-giovani) che sono rimasti, con esperienze di studio e/o di lavoro «importate» e «qualificate», sono proprio quelli che consentono alla società sarda di acquisire le pulsioni del globale, coloro che le sperimentano per primi e le traducono per la realtà in cui vivono. Con tutte le complicazioni del caso: non essere compresi nell’immediato, la difficoltà a condividere i propri interessi o il proprio modo di vivere e pensare la vita (questo sopratutto nell’interno), la sofferenza causata dalla rigidità di alcuni schematismi sociali, il rischio di sentirsi, e capita più frequentemente di quanto si pensi, involti dentro un’idea di solitudine sia morale che culturale, il venire respinti sull’uscio della porta dalle diverse classi/caste dirigenti (politico rappresentative e di partito, ordini professionali vari, media regionali, associazioni sindacali, accademie universitarie, amministratori di enti locali). Accettare questa premessa sociale, respirarne le insane difficoltà e, ciononostante, rimanere, è una scelta di coraggio e realizzativa importante. La realizzazione in cosa consiste? Nel donare il proprio tempo psichico, culturale, etico e morale a una società che a grandi strati non è sempre pronta per riceverlo; nel permettere che, seppur gradualmente, le cose possano migliorare ed evolversi e si riesca ad andare oltre la solita politica de su porcheddu, secondo cui è sufficiente andare a un funerale o a un matrimonio o, ancora, organizzare una cena sarda e invitare tanta gente per meritare di essere votati; nell’avviare un superamento del discorso centro-periferia perché nel globale che viviamo c’è una molteplicità di reticoli e non un senso unico delle cose. Non esiste un globale che non sia sperimentato localmente ed è proprio grazie a chi resta che avviene la conformazione di questo globale e si impedisce che diventi solo “prevaricazione”. Se non ci fosse chi sceglie Sardegna cosa rimarrebbe di questa terra? I “cervelli” che restano impediscono che l’Isola diventi una squallida periferia di un “centro” dominio e, sopratutto, consentono di preservarla e farla camminare con il mondo senza dimenticare di essere sarda, connotata, caratterizzata, tutto ciò magari anche e a favore dei “cervelli” medagliati che ritornano per le vacanze o, definitivamente, per la pensione. Rimanere qui e non tentare la carriera professionale altrove può essere un atto di amore verso la propria terra. Perché, allora, non parlare anche di questi profili dimessi, poco appariscenti ma ricchi di dignità morale e culturale che lavorano alla costruzione di un locale come coscienza di appartenenza e, allo stesso tempo, di relazione con circuiti più ampi? Parlare, magari anche in sardo, la trasformazione della Sardegna vuol dire avviare un lavoro locale di elaborazione, sperimentazione e simbolizzazione dei processi della rete internazionale. E dunque sono tanti i giovani rimasti che con il loro agire quotidiano nei luoghi di lavoro, di produzione, di scambio, di cultura e intrattenimento, proiettano quest’Isola nel futuro, altrimenti, se rimanessimo ad aspettare quelli che fanno altre scelte di vita, seppur nel loro condivisibile interesse,  staremmo freschi.

Ad ogni modo, parafrasando l’antropologo Pietro Clemente,  sono cosciente del fatto che esiste una Sardegna nel tempo e nello spazio rappresentata dalle centinaia di migliaia di sardi fuori dell’isola che prima dei conterranei non emigrati ha vissuto, a volte subendole a volte attivandole, le complesse dinamiche della rete trasnazionale. La “legione straniera” per avere un senso non solo individuale ma anche sociale in chiave sarda, e quindi far parte attivamente delle dinamiche dell’Isola, può essere convocata sopratutto dai “cervelli” rimasti (giovani o adulti che siano), pur se questi non hanno magari pari rappresentatività di impieghi e carriere di alto profilo. Affinché la Sardegna possa essere un soggetto di storia futura è necessario “unire”, “collegare”, chi è rimasto con chi è partito, mettere insieme la Sardegna della diaspora che soffre di saudade con quella che malinconicamente nutre le sue giornate di aspettative frustrate. Perché non esistono “cervelli” di serie A e di serie B, ma facce della stessa medaglia che fanno scelte di pari dignità.

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Un pensiero su “Perché non si parla mai di chi ha il coraggio di restare in Sardegna? (O in Italia?)

  1. La Sardegna che non fa i conti con se stessa non potra’ mai diventare adulta ne prendere in mano l proprio destino. Ci sono nodi che si possono sciogliere e altri talmente incancreniti o fossilizzati che richiedono un trattamento speciale, vedi l’invidia. Certo che se le nostre comunita’ potessero vincere la paura di chi ritorna ( at mandigadu pane dae 7 furros…), e sostituirla con l’amore che si dona al Figliol Prodigo, la nostra crescita inizierebbe la discesa o l decollo…ma come? Secondo me la strada da seguire e’ quella aperta dal coraggio di Roberto che semplicemente dice: parliamone. Si che la comunicazione e’ alla base di tutto, il Mattone di Dio. Trovare la forza e l coraggio per parlare delle debolezze e delle sconfitte ci donera’ l’energia d cui abbiamo bisogno. Ka una Die ja amus a binchere…

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