Dal blog: chi c’è dietro il movimento 5 stelle?

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Articolo pubblicato da Jeremy Bentham

Si addensano malumori e certezze (negative) quando si parla di Movimento Cinque Stelle, coabitano grandi speranze, qualche dubbio e un’intensa voglia di incidere laddove se ne fa parte o si ha intenzione di votarlo. La premessa doverosa a questo articolo è in accordo con la mia correttezza: sono un attivista, simpatizzante o qualcosa del genere del Movimento Cinque Stelle, e tutto quello che sarà scritto non potrà che essere tarato senza prescindere da questa confessione. Ad ogni modo la volontà di essere laici nel discorrere di Movimento, Grillo e annessi sarà (o almeno vorrà essere) rispettata da chi scrive, sperando di conservare quel minimo di onestà intellettuale che, a torto o a ragione, credo fortemente e umilmente di possedere.

Non v’è dubbio che il Movimento non sarebbe nato se l’Italia fosse stata un Paese in salute. Alle critiche di molti che sostengono che il Movimento si alimenta solo perché c’è la crisi e cavalca il malcontento o sobilla gli animi, gli istinti peggiori, si risponde che non cavalca e non sobilla un bel niente ma, certamente, senza la corrente crisi che da ben prima ha colto l’Italia (almeno un quarantennio), le famose cinque stelle non sarebbero apparse nel firmamento politico italiano, a dir la verità piuttosto sbiadito. D’altra parte è gioco facile affermare che tolti lo zar e l’oligarchia russa il marxismo non avrebbe attecchito in Russia, oppure non fosse mai esistito l’apartheid Mandela avrebbe consumato le sue battaglie in un sol giorno o che, senza la dittatura di Fulgencio Battista, Guevara e Fidel avrebbero cominciato la guerrilla da un’altra zona del macrocosmo latinoamericano. I paragoni appena licenziati sono paradossali, il Movimento non ha assonanze con Lenin, Nelson e il Che, ma servono per esprimere un forte disagio nei confronti di chi cerca di esaurire la polemica rifugiandosi solo nei se, nei ma e in realtà del tutto ipotetiche. “Esistete solo perché c’è la crisi” è un’accusa da considerare blanda e di vago sapore tautologico; sarebbe come dire che la corruzione esiste perché ci sono i corruttori o che i politici rubano perché c’è qualcosa da rubare. In più, esistere a causa di una crisi non è una diminutio ma, semmai, una constatazione reale della crisi stessa e, chissà, l’ammissione implicita che, forse, per questa crisi, l’unico antidoto è rappresentato dal nuovo modo di fare politica che il Movimento propone.

Accusano Grillo e il Movimento di essere qualunquisti, forse scambiando la nettezza e un modus operandi diretto per generalizzazione demagogica. Chi scrive farà un’affermazione determinata che alcuni potranno considerare qualunquistica: l’Italia è al disastro, in termini economici, politici, morali. La sfida a confutare una dichiarazione simile è aperta, tuttavia se qualcuno non consideri vero quanto testé affermato farebbe bene a smettere di leggere poiché, per quanto riguarda chi scrive, non sarebbe sintonizzato sulla frequenza chiamata pianeta Terra e si troverebbe a disagio.
Il qualunquismo, certo. Per mesi si sono sprecati gli accostamenti col movimento dell’uomo qualunque di Guglielmo Giannini (perché Giannini era un uomo di spettacolo come Beppe Grillo?), con certo populismo sudamericano in salsa peroniana, con il socialismo reale; qualche insigne giornalista (Mauro Mazza, Eugenio Sclafari e altri) ha paragonato, senza soluzione di continuità, Grillo alle Brigate Rosse e a Mussolini, addirittura i più audaci si sono spinti fino ad Hitler, Goebbels (mancava soltanto il dottor Mengele). Movimento, di insulti di tale tono e colore ne ha ricevuti a iosa: comunista, fascista, nazista, giustizialista, “non fare il puro”, berlusconiano (sic?), “non avete esperienza”, “la politica si fa così” eccetera.

Giannini e il suo uomo qualunque al grido di “non rompete le scatole” riuscì ad ottenere una trentina di seggi in Assemblea Costituente nel 1946. Andava contro tutto e tutti, ce l’aveva persino con i partigiani e la Resistenza, semmai il Movimento è accusato di essere troppo attaccato a tali valori e alla Costituzione (ne propone l’insegnamento obbligatorio a chiunque abbia un incarico elettivo in un’istituzione). Già l’anno dopo (1947) il prode ribelle Giannini, al grido di “noi contro tutti”, cercava alleanze con la Democrazia Cristiana o il Partito Comunista. Proprio così: come uno Scilipoti qualunque, appunto. Chi scrive si permette il lusso storiografico di entrare in questo gioco delle somiglianze suggerendo un altro movimento che potrebbe essere usato dai detrattori per distruggere le ambizioni dei Cinque Stelle: il poujadismo francese. Si sviluppò negli anni cinquanta difendendo gli interessi dei piccoli commercianti ed artigiani, durò, come si direbbe oltralpe, l’espace d’un matin, anch’esso assorbito dalle forze golliste di governo nel 1958. I paragoni con il qualunquismo di Giannini o l’UFF di Pierre Poujade sono depotenziati, però, da una consonanza fin troppo meccanicistica e motivati dal fatto che entrambi, almeno prima di essere sterilizzati dai partiti ufficiali, difendevano gli interessi dei piccoli contro quelli dei grandi (governi, amministrazioni centrali, multinazionali ecc.). Per dovere di citazione, un grande storico come Marc Bloch, uno dei padri dell’École des Annales (la Scuola delle Annales), metteva in guardia lo storico, o chi si presentava come tale, dal demone dell’analogia con la quale spesso si tende a risolvere questioni complesse in aride sintesi che hanno più a che vedere con i quiz televisivi o i libriccini propedeutici all’arte copiativa dell’esame di maturità piuttosto che a sviscerare una seria valutazione delle mutazioni storiche, culturali ed economiche che fanno tutta la differenza del mondo tra un Giannini e i movimenti populistici della Storia da una parte e Grillo dall’altra.

Prima di essere assorbiti o di cercare apparentamenti col potere, democristiano e comunista in Italia, gollista e comunista in Francia, il qualunquismo e il poujadismo vissero rispettivamente un anno e due anni. Se non altro il Movimento è nato nel 2009 (dura da tre anni) e non ha mai cercato alleanze né mai si è presentato con altri partiti. Si possono trovare idee convergenti con esponenti di altri partiti in qualche consiglio comunale o regionale (dove il Movimento è ormai presente con più di 240 eletti) ma mai coalizioni strutturali e programmatiche (sebbene senza un programma condiviso), i cui tanti disastri sono stati a detrimento della Seconda Repubblica – il pasticciaccio del Governo Prodi 2006-2008, l’accozzaglia PDL, Fini e Lega dalla quale è conseguita la distruzione di tutti e tre.
Il Movimento si presenterà da solo alle prossime elezioni politiche e lo farà anche alle Comunali o Regionali. Non gareggerà alle Provinciali dove, com’è noto, non partecipa perché è contro le Province, al pari degli alti papaveri della tecno-burocrazia europea (rileggere la famosa lettera Trichet-Draghi del 2011), considerate centri di spesa inutili, incontrollate e soprattutto feudi di negus di zona che nutrono la clientela personale e del partito che li candida. Basti pensare all’evidenza eloquente che, all’indomani della legge che dimezza le Province, a presentare esposti e ricorsi e proteste non sono stati i cittadini o i dipendenti defraudati di un ente locale che giudicavano indispensabile, ma solo i rappresentanti derivanti da carica elettiva che si sono risentiti perché la loro eterna permanenza è stata in parte messa in discussione. E adesso come faranno a piazzare uomini e donne (voti) e a distribuire appalti? Come faranno, in sostanza, ad oliare le loro clientele? Come se le Istituzioni non fossero a rappresentanza e a servizio del cittadino ma territorio privato di chi le occupa attraverso il voto del cittadino.

Le Province e il finanziamento pubblico ai partiti sono due esempi di come le istanze del Movimento non sono lettera morta da statuto derogante (come spesso appare quello del PD) e neppure annuncio a suon di tromba a cui il berlusconismo ha abituato la stampa e gli italiani. Il Movimento è contro le Province e non si presenta alle elezioni, così come è contro il finanziamento ai partiti e rinuncia ai rimborsi a cui aveva diritto dopo le elezioni regionali del 2010, restituendoli interamente allo Stato tramite un assegno. Quale partito si comporta o si è comportato in questa maniera? Non hanno forse bisogno di scandali (da ultimo quello delle Regioni) per prendere o accettare decisioni che, comunque, non sono di portata radicale ma miseri pannicelli di lisa stoffa?
Come si evince dal caso delle Province, il ripudio dell’amministrazione della cosa pubblica è cominciato quando i partiti, quasi da sempre, hanno preso a nutrirsi solo della loro esistenza. Hanno selezionato classi dirigenti a cui dicevano che l’elemento più importante era il voto, l’elezione, le relazioni con le componenti più potenti della società, non in nome di una dialettica democratica ma unicamente attraverso l’inchino, il lobbismo, i rapporti di dare/avere e l’utilitarismo.

La questione delle così dette “caste” ha ormai travalicato gli odiosi elementi economici (“questi guadagnano troppo e hanno privilegi eccessivi”) palesandosi, piuttosto, come un problema di potere, accumulazione e sopravvivenza di esso. I partiti hanno creduto che formare i dirigenti fosse una meta cinica, dove i più forti, in virtù (spesso) di oliati sistemi, meccaniche di scambio e apparentamenti più o meno oscuri con le criminalità organizzate, diventano coloro in grado di portare tessere, voti, radicamento sul territorio, insopportabile perifrasi dietro la quale si cela il clientelismo, i favori, le tangenti, la mafia. Da ciò è conseguito l’aver aperto le porte dei partiti a personaggi capaci di attrarre voti e soldi a scapito della trasparenza, della preparazione, della voglia di studiare i problemi.
In questo scenario, condito da macchine burocratiche, statali e locali, degne di un cubo di Rubik da non consentire velocità ed efficacia alle idee vogliose di materializzarsi in provvedimenti attuativi e reali, Beppe Grillo ha fondato la sua retorica della denuncia partita dagli anni Novanta e strutturatasi nei successivi anni zero del Duemila. Ha urlato, ha insultato, ha fatto della parola greve una cifra stilistica. Talvolta è risultato volgare ma ha avuto il merito, da uomo libero, di dire la sua. E in un Paese affettato, sterile e appiattito come il nostro, già questa è un’impresa di non poco conto: affermare una parola che non sia quella massmediale e mediata a cui il cittadino italiano si è da anni avvinto.

Vero, molti di quelli che si sono avvicinati al Movimento non l’avrebbero fatto se non mossi da indignazione. Ma è un morbo così tremendo l’indignazione? Un male essere capaci di avere un sommovimento quando attorno a sé si vede ingiustizia sociale, mancanza di equità, il blocco perpetuo della scala sociale ecc.? Male sarebbe fermarsi al momento del malcontento (eternamente giusto se giustificato), male sarebbe far sfociare questi rivoli in fiumi di rabbia sociale, paramilitare e chincaglierie et similia (vedi in Grecia, Olanda, nella civilissima Finlandia, tanto per citarne alcune, dove il terreno dell’indignazione è stato occupato da croci uncinate, xenofobia e disprezzo della democrazia) e, ancora, male sarebbe rinchiudersi in presuntuose prese di posizione individualiste dove da una parte ci sono io, intelligente acuto e capace di discernere il bene dal male, e dall’altra quella teppaglia dei partiti e dei menefreghisti, arruffoni cittadini che li votano solo per un interesse particolaristico di guicciardiniana memoria, o più prosaicamente per ragioni attinenti al sempre in voga “tengo famiglia”.

Chi fa parte del Movimento ha deciso invece di far parte della democrazia, non solo con la protesta e il dissenso, sacrosanti diritti che la stessa, per dirsi tale, deve garantire ai suoi cittadini, ma cercando di dare forma a quella forza vitale, impetuosa e non corruttibile, chiamata impegno civile.
Intendiamoci bene: non si vuole con questo sussumere che i “grillini” (questo è il nome spregiativo che si dà loro) sono martiri in nome del civismo, francescani col saio, individui disinteressati che agiscono solo in nome della propria etica, che pure deve esistere in chi fa politica. No, coloro che si impegnano lo fanno perché il nostro Paese ha più di duemila miliardi di debito pubblico, è in recessione, e anche quando non lo era viveva di crescita stantia, non ha concorrenza, è inzuppato di compromessi morali e corruzioni di ogni genere e tipo e, forse, è lo Stato europeo dove maggiormente le varie rendite di posizione sembrano irremovibili a svantaggio di una libera gara anche tra chi non vive di patrimoni e raccomandazioni. Ecco perché si possono considerare altamente offensive le parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando, all’indomani della vittoria di Parma, delegittimò il Movimento irridendolo con una battuta di disprezzo. Napolitano, che mai si era permesso di attaccare una forza politica, in quell’istante ha preso in giro eletti ed elettori che non hanno brutalizzato una città (come Alba Dorata in Grecia) ma che, con rispetto e osservanza delle regole, hanno partecipato alla competizione democratica.

Per comprendere meglio lo spirito del movimento sarà di aiuto citare qualche esempio pratico. Se in una città si paga una quota eccessiva di TIA, la tariffa d’igiene ambientale, per avere una raccolta differenziata ben al di sotto di quanto richiede la direttiva comunitaria, il 65%, è bene denunciare e indignarsi ma è altrettanto importante studiare per capire dove intervenire per formulare proposte solide, coperte economicamente, che cerchino di rendere la città più pulita, sostenibile e, possibilmente, pagare il giusto a fronte di risultati visibili.
Il Movimento, per mezzo dei meetup (gruppi di cittadini nati sulla Rete), si riunisce dopo che qualcuno del meetup, previa consultazione telematica, indica il luogo e la data dell’incontro per parlare del problema dei rifiuti. Durante l’incontro i cittadini uniscono le forze: si acquisiscono informazioni, si leggono atti, delibere, ci si procura modelli diversi di raccolta dei rifiuti attuati in altre realtà cittadine e ci si dà appuntamento per la volta dopo quando i partecipanti avranno studiato e approfondito per cominciare, in questa maniera, ad elaborare un piano industriale per una proposta condivisa. Domande: dentro i partiti si fanno questi studi? I partiti sono centri di aggregazione per i cittadini che vogliono capire, studiare e risolvere i problemi oppure, quest’ultimi, vengono lasciati ai tecnici, ai dirigenti interni, una volta che un sindaco, un presidente, una giunta, un parlamento si sono insediati a capo di un’amministrazione?
Le semplici procedure tecniche per aderire al Movimento sono elencate sinteticamente nel Non-Statuto, provocatoriamente chiamato così per sottolineare il fatto che questa forza politica non intende né adesso né in futuro trasformarsi in un partito, con leader, strutture verticistiche, segretari, soldi – il Movimento conduce le campagne elettorali con poche migliaia di Euro donate da attivisti e cittadini comuni: a Parma la campagna elettorale è costata circa ottomila Euro. Non vengono richieste quote associative o d’iscrizione ma basta inviare la propria richiesta d’adesione inoltrandola tramite Internet. Come recita il Non Statuto, l’adesione verrà verificata nella misura in cui ciò sia concesso, sulla scorta delle vigenti disposizioni di legge, sempre attraverso la Rete verrà portato a compimento l’iter di identificazione del richiedente, l’eventuale accettazione della sua richiesta e l’effettuazione delle relative comunicazioni. La partecipazione al MoVimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei requisiti di ammissione.

Detto in parole povere: è sufficiente iscriversi al sito http://www.beppegrillo.it/movimento/, inviare online una fotocopia di un documento, non essere iscritto ad un partito e il dado è tratto. Ci si può allora candidare solo attraverso un’iscrizione ad un sito? Ovviamente no. In occasione delle elezioni, che siano per il Parlamento, il Consiglio Regionale o Comunale, i cittadini che intendono candidarsi dovranno essere incensurati e non avere in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque sia la natura del reato ad essi contestato. L’identità dei candidati a ciascuna carica elettiva sarà resa pubblica attraverso il sito internet appositamente allestito nell’ambito del blog; altrettanto pubbliche, trasparenti e non mediate saranno le discussioni inerenti tali candidature. Tuttavia le regole relative al procedimento di candidatura e designazione a consultazioni elettorali nazionali o locali potranno essere meglio determinate in funzione della tipologia di consultazione ed in ragione dell’esperienza che verrà maturata nel tempo. Lasciando, con quest’ultima notazione, spazio al campo sempre fecondo della perfettibilità. Per esempio in Sicilia, dove a fine ottobre si vota per le Regionali, i meetup delle varie città hanno scelto ognuno di votare per una paio di delegati riunitisi, in seguito, per un incontro regionale dove si sono scelti i candidati al Consiglio e si è indicato il candidato a Governatore.

Che cosa sono i meetup e basta farne parte per essere candidabili? I meetup sono dei social network dove i cittadini si incontrano virtualmente, on line, per discutere, denunciare, proporre. Dall’online si passa alla realtà nel momento in cui le persone iscritte al meetup, non altro che un sito, decidono di vedersi materialmente per discutere, denunciare, proporre. Il meetup di cui fa parte chi scrive si riunisce di regola una volta a settimana, ma può doversi riunire più volte poiché è preferibile dividersi i compiti e formare specifici gruppi che si costituiscono: chi si occupa di rifiuti, chi di energia, chi di trasporti, chi di etica eccetera. Tuttavia non basta questo per essere candidabili sotto il gonfalone del Movimento Cinque Stelle. E a decidere non è né Beppe Grillo né tanto meno Casaleggio, dipinto ultimamente come un massone al servizio di trame mondialiste, ma criteri piuttosto oggettivi.
La certificazione delle liste, infatti, è una misura necessaria perché si prefigge il compito di una vera selezione dei candidati che, sovente, nei partiti, è stata motivata da ragioni non meritorie e, soprattutto, di calcolo (quanti voti porterà il determinato candidato è più importante delle condanne o i procedimenti a carico che questo ha sul groppone o degli affari e le pericolose amicizie che il suddetto coltiva). Ogni candidato, dunque, dovrà presentare il proprio casellario giudiziario, che deve essere intonso, e non dovrà essere iscritto ad alcun partito.

Spesso nei partiti in nome della vittoria elettorale si è dato spazio a personaggi squalificati, incompetenti, e proclivi ad una visione affaristica della politica. Oggi, i dirigenti e i militanti del Pdl sono tutti contro Franco “Er Batman” Fiorito, ma non ci si pone mai la domanda cruciale: perché ci si è affidati a lui? Forse perché ha preso trentamila voti alle lezioni regionali laziali del 2005 e ventisettemila la volta dopo. A Renata Polverini che mette in effige il manifesto, quello sì populistico, con su scritto “Questa gente la mando a casa io” è venuto mai in mente di chiedersi per quale motivo migliaia di cittadini hanno votato la pietra dello scandalo Fiorito? E, soprattutto, avrebbe mai potuto rinunciare a quelle succose preferenze che le hanno permesso di diventare Governatore del Lazio? Quando Di Pietro, che si è sempre distinto per aver combattuto il puzzo del compromesso, candida De Gregorio e Scilipoti lo fa solo per questa logica. Egli sa che questi personaggi hanno voti che servono ad un partito per vincere, non importa come vengano raggiunti, secondo quali dinamiche oscure e meno oscure, quello che conta è vincere.

Ciò che il Movimento intende fare è rompere questi legami mortiferi, rinunciare ad un successo sicuro, prodotto dal clientelismo e dal voto di scambio, per inseguire progetti realizzabili che mirano al bene collettivo dei cittadini. Una forza politica, in un Paese ingessato come l’Italia, non può più continuare ad avere rapporti di servaggio e ossequio nei confronti di ambienti in limine con l’illegalità e della miriade di associazioni, reti d’impresa, istituzioni ecclesiastiche e categorie varie verso le quali mostra piaggeria prima del voto, e riconoscimento quando deve predisporre una legge o firmare una delibera per ripagarsi delle preferenze che queste le hanno procurato. Così si creano le lobby, che si annidano dietro una commissione parlamentare o comunale o regionale, accovacciate nella foschia pronte a riscuotere il credito in quanto portatrici di voti.
Una forza politica, se vuole che la politica diventi una componente decisiva, deve certamente confrontarsi con i vari membri della società ma non esserne il tornaconto. Un provvedimento in favore di chi ha procacciato consensi servirà a quella ristretta fetta di persone divenute categoria, ma ne scontenterà sempre la maggioranza. Da qui nascono molte scelte che in passato hanno condotto alle baby pensioni per accontentare certo sindacalismo, o leggi opache sul falso bilancio per dare la pappa a taluna imprenditorialità all’italiana. E gli esempi potrebbero richiedere l’aiuto di Diderot per una nuova enciclopedia.

Se la politica vuole riaffermare la sua azione deve essere libera di poter decidere per i cittadini, da cui deve essere giudicata (nel Movimento, ogni sei mesi, ciascun eletto si sottopone al giudizio dei cittadini che possono votare on line per la sua conferma o meno). La politica deve varare leggi neutre e che non abbiano a cuore alcun interesse particolare di lobby, partiti, mafie, ordini e vari. E deve assolutamente dare voce ai cittadini medesimi tramite lo strumento del referendum a cui va tolto il quorum (per qualificarlo) e le leggi di iniziativa popolare che si devono poter discutere in Parlamento. Ad oggi, qualsiasi cittadino può raccogliere 50000 firme per una legge d’iniziativa popolare ma il Parlamento non ha l’obbligo di discuterla e dopo due legislature questa decade come suggerimento legislativo. Come accaduto alla legge d’iniziativa popolare, firmata da 350mila cittadini, sulle Liste Pulite presentata da Grillo nel 2007 (c’era Prodi), mai discussa e destinata a morire con la fine di questa legislatura. Tra l’altro si proponeva di vietare la candidatura ai condannati e di mettere il limite dei due mandati: temi che adesso vengono branditi come vessilli da Governo e partiti, ma che, nel 2007, suscitarono un’ondata unita di pensiero unico che bollò come demagogiche e qualunquiste quelle rivendicazioni popolari e democratiche.

Di certo chi vuole candidarsi con il Movimento può farlo tassativamente per sole due volte, qualunque sia l’assemblea in cui è eletto, proprio per evitare la mummificazione del potere, l’addensamento delle responsabilità nelle mani delle stesse persone per venti o trenta o quaranta anni. Diversamente dall’Italia, sarebbe impensabile vedere in Germania e Inghilterra Tony Blair e Helmut Kohl ancora su uno scranno parlamentare a legiferare.
Spesso viene chiesto il programma al Movimento. Il programma c’è ed è ben visibile, scaricabile, ma soprattutto come per il Non-Statuto è perfettibile, migliorabile. Come? Discutendolo in Rete. Non è redatto da qualcuno che decide per la maggioranza, ma è la maggioranza, se vuole, a poter aggiungere idee, lamentare deficienze, o fornire ampliamenti.

Il programma partì in Rete con una discussione accessibile a chiunque, a cui parteciparono non solo i barbari demagogici inneggianti al qualunquismo ma, tra gli altri, anche economisti come il premio Nobel Joseph Stiglitz. Si divide in sette parti chiamate nell’ordine: Stato e Cittadini, Energia, Informazione, Economia, Trasporti, Salute e Istruzione.
Si dirà che prevenire l’infiltrazione di personaggi poco raccomandabili è pressoché impossibile. Per esperienza personale chi scrive ha avuto modo di vedere che coloro che si avvicinano al Movimento con finalità di pura utilità personale, come un lavoro o un interesse meramente elettorale, sono i primi ad andarsene quando si rendono conto che durante i meetup si discute solo ed unicamente di problemi reali senza l’ossessione della campagna elettorale, la logica cancerosa che ha ridotto anche il partito più sano, composto da valenti e onesti signori, in una putrescente macchina elettorale.

Si è solo all’inizio. Il Movimento presenta ancora meccanismi poco oliati di selezione dei candidati, probabilmente è ancora acerbo per governare un Paese intero (d’altra parte i partiti hanno dimostrato di non saperlo fare) ma la cosa che deve essere chiara è che la sua sfida è solo parzialmente tesa alla tenzone elettorale. La vera partita è quella per il miglioramento della democrazia che langue, a dir la verità, in tutto il mondo. Si vive in attesa del’ultimo rapporto di una troika non eletta, si aspettano notizie dalla televisione, si attende come gli indigeni del colonnello Kurtz il responso del leader, il Movimento, e questa è la ragione per cui chi scrive ne fa parte, vuole permettere a chi ha una voce inascoltata, una posizione di seconda fila, di incidere nella società in cui vive, per il presente e, soprattutto, per il futuro quando l’istituto “partito” sarà scomparso per esaurimento e mancanza di senso. Siamo dentro l’embrione di un nuovo secolo e la democrazia, per sopravvivere, dovrà fare i conti con nuove forme di rappresentazione e, specialmente, di collegamento tra cittadino e decisioni.

Articolo pubblicato da Jeremy Bentham per l’Undici

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