Analisi politica. Pierluigi Battista: «Ripiombati nel peggio della seconda Repubblica»

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È come essere costretti a indossare un vestito vecchio e logoro che si credeva in disuso, adatto solo a un rigattiere senza pretese. In una settimana siamo ripiombati nel peggio della Seconda Repubblica, prigionieri di un sortilegio, di uno schema sempre desolatamente identico a se stesso. Dopo un anno di astinenza, riprendiamo l’unico giochino che sappiamo recitare a meraviglia.

Fonte: Corriere della Sera – Autore: Pierluigi Battista

Scongelati dal freezer tecnico, eccoci di nuovo qui ad assistere alla rissa gigantesca tra le due maschere sempre più invecchiate e sfatte di questo ventennio: il berlusconismo e l’antiberlusconismo. E continuiamo così, all’infinito, a farci del male. Il centrodestra, dopo qualche velleitario vagito di autonomia democratica, si riallinea, e la corte di nuovo obbediente si dispone dietro il Capo che ritorna a urlare le invettive che dopo vent’anni appaiono sempre più sgangheratamente ripetitive, figure retoriche inattuali, oramai guastate dall’abuso, parole svuotate di senso. Anzi, che di senso ne hanno uno solo: segnalare che si è ancora disponibili a sparare l’ultima cartuccia nella trincea degli irriducibili.

E dall’altra parte? I dibattiti appassionati ma civili tra Bersani e Renzi, due idee di società, l’impegno a guardare il futuro? Tutto svanito, tutto silenziato. Si ricomincia come prima. L’unico argomento di cui si parla è Berlusconi. L’unica paura è Berlusconi, l’unico fantasma è Berlusconi, l’unico linguaggio conosciuto e quindi usato come un mantra per cacciare gli spettri, per fuggire dai dolori della sconfitta, quello dell’antiberlusconismo. Chi seguiva più, a parte i magistrati, gli avvocati, i cancellieri e le disinibite testimoni, davvero, chi seguiva il processo milanese detto anche «processo Ruby». «Cercatela», intima il pubblico ministero per rintracciare l’ex minorenne che potrebbe incastrare il Caimano. E tutta la platea che non vede l’ora che ritorni Ruby, che implora una sentenza alla vigilia delle elezioni.

Prima dicevano, compunti e saggi: «Il processo faccia il suo corso senza che la politica interferisca». Se ne sono disinteressati per un po’. E oggi si risveglia il loro interesse. Si è risvegliato il mostro assopito che ci aveva dominato per vent’anni, lo schema immutabile di un bipolarismo primitivo. Basta scorrere i proclami dei social network: una pentola di isterismo, di panico incontenibile, una folla che urla con i forconi nel campo immateriale della Rete ma non per questo meno concitata e dissennata. Sperano che schizzi lo spread, tifano per la catastrofe pur di rintuzzare il Caimano. E i berlusconiani che con voce sempre più rauca ululano: «comunisti», «complotto europeo contro Berlusconi», «la magistratura di sinistra, la tv di sinistra, i poteri forti di sinistra», «i grandi giornali di sinistra». Un delirio cospirazionista incrociato senza più freni.

E i partiti? I partiti si adeguano. Quelli della destra ripassano il copione messo da parte un anno fa e cercano di riacchiappare in extremis un consenso buttato via, milioni di elettori in libera uscita che si spera di riattirare con la grande rissa, di rimotivarli con i decibel delle loro grida, i volti paonazzi del duello da talk show. Il Pd, che pure ha dalla sua sondaggi straordinari, non parla più un suo linguaggio, non impone un suo modello di priorità, non descrive più una sua agenda da almeno una settimana. Invece di disporsi come tranquilla forza di governo. Assiste allo sbandamento dei propri seguaci terrorizzati dalla ricomparsa della «Mummia», come la chiamano sull’onda di una copertina di Libération .

Archiviata la novità incarnata da Matteo Renzi, sente il richiamo della foresta e viene irresistibilmente attratto dalla replica infinita dell’eterno teatro della Seconda Repubblica, in modo autodistruttivo. Il Centro anche, fa il Centro come l’ha fatto in tutto il ventennio, con la destra che ulula per esserne la controparte moderata e la sinistra che rumoreggia in disordine per essere la controparte anche qui. Uno schema asfissiante. Che vanifica un anno in cui, almeno sul piano dello stile e della comunicazione politica, sembrava che l’Italia avesse trovato un punto di svolta. E invece ecco questo collettivo ritorno ai riti del passato, senza aver appreso la lezione. Per una campagna elettorale che si preannuncia come la più brutta degli ultimi decenni. Se questo è il «ritorno della politica», rimpiangeremo a lungo la breve stagione dei tecnici.

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