I veleni e i segreti di Siena. Ora il salvataggio del Tesoro

Fondazione

A Siena la finanza strutturata non ha colpito ignari pensionati o incauti risparmiatori. Qui ad essere stata travolta è stata direttamente Mps, la banca più antica del mondo, fondata nel 1472 e prossima a ricevere 3,9 miliardi di aiuto di Stato sotto forma di Monti bond. E costretta a tirare la cinghia tanto da tagliare 225 mila euro di contributi alle contrade del Palio. Dopodomani all’assemblea convocata per l’aumento di capitale da 4,5 miliardi al servizio dell’aiuto di Stato andrà in scena lo psicodramma di un’intera comunità e non solo. La linea l’ha dettata ieri l’ex sindaco, Franco Ceccuzzi, ricandidato per il Pd: «Le gravi irregolarità contabili sono una conferma, molto più dolorosa di quanto ci si potesse aspettare, di quanto fosse necessario ed urgente operare un ricambio ai vertici del gruppo». Tra chi ha annunciato interventi in assemblea ci sono Beppe Grillo e Oscar Giannino. Che con ogni probabilità commenteranno anche le condizioni dell’aiuto di Stato, fra le quali un interesse iniziale al 9% che sale fino al 15%, il divieto di fare riferimento nelle pubblicità all’aiuto di Stato o di «intraprendere politiche commerciali aggressive».

I Monti bond serviranno a Mps per coprire 2 miliardi di minor patrimonio determinato dal valore di mercato dei 22 miliardi di Btp che la banca ha in pancia. Btp che peraltro, a causa dei derivati sottoscritti su quegli stessi titoli, rendono appena 60 milioni l’anno. Nelle intenzioni dell’allora presidente Giuseppe Mussari dovevano invece rimpolpare la redditività di una banca azzoppata da un passo rivelatosi più lungo della gamba: l’acquisto di Antonveneta per 9 miliardi dalla spagnola Santander (che l’aveva pagata 6,3 miliardi pochi mesi prima) a fine 2007, alla vigilia della crisi, e costato agli azionisti due aumenti di capitale, il primo da 5 miliardi nel 2008 e l’altro da 2,2 miliardi nel 2011. Quei contratti derivati sono da mesi sotto la lente del nuovo board presieduto da Alessandro Profumo e guidato da Fabrizio Viola.

Dall’analisi degli advisor Pwc e Eidos sta emergendo che Mps avrebbe messo in piedi le operazioni in derivati anche per coprire centinaia di milioni di potenziali perdite, senza darne completa informazione. L’esame avrebbe individuato almeno 17 miliardi di Btp acquistati con finanziamenti su cui sono stati costruiti derivati, la cui chiusura potrebbe provocare perdite a livello patrimoniale fino a 500 milioni, come ha fatto sapere la stessa banca spiegando di aver richiesto mezzo miliardo in più di «Monti bond» (fino a 3,9 miliardi) per «assicurare la copertura, dal punto di vista prudenziale, degli impatti patrimoniali di eventuali rettifiche di bilancio, nonché degli eventuali costi di chiusura delle operazioni in oggetto». Ieri è venuta fuori l’operazione «Alexandria» del luglio 2009 con la giapponese Nomura e un altro dossier denominato «Nota Italia».

Nei giorni scorsi era stata scoperta la ristrutturazione del veicolo «Santorini», con Deutsche Bank (con sottostante 1,5 miliardi di Btp) per coprire 367 milioni di potenziali perdite nel 2008. Non sarebbero le uniche operazioni, né tutto sarebbe chiaro. La vicenda Alexandria risale all’inizio del 2009: Mps aveva necessità di chiudere uno swap costruito da Dresdner su mutui ipotecari rischiosi che era in forte perdita. Secondo fonti finanziarie, la banca giapponese ha realizzato per Mps un asset swap su Btp per 3 miliardi di nozionale (dalla durata media di 27 anni) per sostituire il vecchio derivato. Ad oggi la perdita Alexandria ammonterebbe a 220 milioni, mentre l’esposizione complessiva verso Nomura potrebbe arrivare a 740 milioni. È stato Il Fatto quotidiano a rivelare i dettagli della ristrutturazione: il contratto con Nomura sarebbe stato trovato solo lo scorso 10 ottobre scorso nella cassaforte dell’ex direttore generale Antonio Vigni e non era a conoscenza della Banca d’Italia.

La banca giapponese ha anche informato Viola della trascrizione di una telefonata tra Mussari e il capo europeo di Nomura, Sadiq Sayed, in cui quest’ultimo chiede al presidente di Mps se avesse compreso l’operazione, se il Consiglio fosse stato informato e se avesse inviato i contratti ai revisori. Viola ha girato le carte alla Procura di Siena, che da mesi indaga su Mps, con indagati Mussari, Vigni e l’ex collegio sindacale. «Non ricordo se un’informativa sia mai stata portata in Consiglio», ha detto ieri l’ex presidente dei sindaci, Tommaso Di Tanno, «se è stato fatto era talmente paludata da essere incomprensibile». Anche Mps ha detto che «non risulta» che l’operazione «sia stata sottoposta all’approvazione del Consiglio», in rettifica a una nota di Nomura secondo cui l’operazione «è stata rivista e approvata prima dell’esecuzione ai più alti livelli» di Mps, inclusi board e Mussari, e che lo scambio «era stato esaminato dai revisori di Kpmg». Anche la società di revisione ha precisato di «non essere mai stata messa a conoscenza di alcun accordo di natura riservata risalente al 2009 tra Mps e Nomura».

Fabrizio Massaro – Corriere della Sera 24 

 

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