Botta e risposta a proposito di questa foto sul carnevale sardo-barbaricino

20130202-164936.jpgRoberto Carta: «Giovanni Carru, Conosci questo lavoro fotografico?»

Giovanni Carru: «Non nello specifico, ma è impossibile star dietro alla crescita esponenziale del numero di questo tipo di immagini. Le sempre più numerose – e posticce – rappresentazioni del carnevale in Sardegna sono ormai un’occasione semplice e ghiotta per chi vuole sperimentare l’ebbrezza del reportage della domenica, il cui effetto è comunque garantito dall’aura tragica e teatrale delle sfilate. Per una singola maschera i fotografi si contano a decine, sia per gli appuntamenti più blasonati, ancora legati ai tempi tradizionali, che per quelli di basso folclore. La superficialità del racconto, quando non è strettamente legata al tipo di commessa, è purtroppo ciò che che accomuna questa mole di immagini tra loro e con la rappresentazione stessa, a dispetto di un tema ricco di stimoli e che meriterebbe ben altro approccio. Il carnevale è l’ultimo grande business (?) del folclore sardo, idealmente appaiato alla fortuna delle accabadore per la narrativa e la saggistica, e si va rapidamente deteriorando e svuotando di senso come tutto ciò che precipita nel calderone identitario per turisti. Ammetto di averne subito il fascino, più da studente fuorisede che da residente adulto. Frequento di rado le sfilate: non mi va di sgomitare tra le macchine fotografiche, le videocamere, i cellulari, per tirar fuori foto sempre uguali. Scusa per il pippone, ma la pioggia di sabato pomeriggio mi mette di cattivo umore!»

Roberto Carta: «Fermo restando che i pipponi in fondo mi affascinano e mi differenziano dagli esseri umani, il tuo non lo considero un pippone. Piuttosto un punto chiave sostanziale: cosa ne è della nostra autenticità al di là dell’abbaglio retorico-folcloristico-spettacolistico. Cioè, oggi, quanto è spiritualmente vero l’uomo che diventa mammuthone? O merdule? O thurpu? Si tratta di un offrirsi alla scena/teatro o di un prestarsi, ancora e come in origine, alla sembianza?
Se questo è un primo aspetto del punto, un’altra angolatura è quella di colui che “ritrae” la trasfigurazione, sia esso fotografo, cinematografo o scrittore. Cosa si vuole rendere con il ritratto? La spettacolarità della foto, la veridicità della ripresa, la descrizione della penna, riescono a cogliere, e questo è in estrema sintesi il carnevale barbaricino secondo me, l’essenza e la singolarità dello spirito religioso-animistico dei sardi? Al di là della bellezza e spettacolarità di una fotografia. A volte penso che questi tradizionali appuntamenti, ormai, siano semplicemente diventati una possibilità di fuga da un opaco quotidiano, sopratutto per quei sardi di città che così si iniettano endovene di sardità per non sentirsi troppo in colpa con se stessi. Al contrario, invece, si trascura con nonchalance un tratto fondamentale della nostra essenza religioso-animistica rintracciabile nel carnevale, o nel ballo sardo, oppure nel canto a tenore e nel suonare le launeddas, nel rapporto con il cavallo e nell’essere un cavaliere dell’ardia o della sartiglia o de sa carrela de innanti, e se vogliamo anche nel fare panadas nella sfera del domestico oppure nel portare cordoglio alla casa di un morto o, ancora, nell’essere Priore in  una festa/momento dedicato a un Santo o a una chiesa campestre: l’intimità. In tal senso non posso darti torto, il posticcio è ciò che accomuna tanti di questi lavori».

Annunci

19 pensieri su “Botta e risposta a proposito di questa foto sul carnevale sardo-barbaricino

      1. Umberto Fara

        a me sembrate i due fighi di turno che vogliono uscire dal coro… egoncetrismo allo stato puro.. contenti voi..contenti tutti

  1. Anna

    Non sempre il buon italiano è sinonimo di buoni pensieri… delle volte si emettono parole sterili e prive di connotazione reale… Felice di sentir scorrere la sardita’ nelle mie vene (essendo cresciuta tra tinthieddu, gabbanos e brunzos) e fiera di fare mille reportage della donenica… vi consiglio,da Giovedi, di venire a trovarci in barbagia, in quella vera ed autentica, trovereste senz’altro un milione di spunti di riflessione… senz’altro più positivi delle strampalate elucubrazioni mentali che ci avete propinato qua dentro…

  2. gnomo irritante

    Leggo tanta irritazione da parte di chi ha fatto della fotografia una malattia,gente che fotografa qualsiasi cosa si muova e a ogni evento si precipita in loco come se avesse l’esclusiva per ogni evento,salvo poi ritrovarsi ad avere miriadi di foto tutte uguali,siate un po’ meno invadenti,non avete inventato nulla,parecchi di voi dovrebbero scendere dal piedistallo anche perchè avete molto da imparare,soprattutto sul piano del rispetto reciproco e su quello etico professionale di chi paga le tasse e viene intralciato da chi vende le foto abusivamente come voi.

  3. Ai lettori di questo post vorrei segnalare che la discussione che leggete è centrata sul (presunto ma non troppo) carattere folcloristico delle tradizioni sarde. Quelle rimaste in piedi. A proposito del carnevale, direttamente o indirettamente, vengono fuori i seguenti argomenti:

    – la superficialità dei ‘racconti’ fotografici (non della foto in sé, evidente, e che a me presa singolarmente oltretutto piace);
    – il carnevale come ultimo (?) business del folclore sardo;
    – il carnevale che rischia di spingersi verso il puro folclore e l’auto-esotismo perde senso e autenticità?
    – i paesi sardi dell’interno avranno come unico destino quello di essere delle perenni pro-loco tra carnevali, sagre e cortes apertas? Oppure c’è un altro modello di sviluppo locale e magari anche più quotidiano e costante? (Il quale naturalmente non esclude la possibilità di realizzare le manifestazioni di cui in precedenza).

    Infine, a scanso di equivoci, non si mette in dubbio l’amore per la Sardegna oppure per il carnevale, no. Piuttosto si indaga sulle pieghe della nostra identità individuale e collettiva, su come fare per non trasformare anche il carnevale tradizionale in uno spettacolo in stile ballo sardo ad uso e consumo del pubblico televisivo di “Anninnora” e “Sardegna canta” oppure del distratto turista estivo in salsa milanese o romana. L’invito, soprattutto a chi è giovane (di paese o di città è indifferente), e che vive queste tradizioni nel pieno della loro essenza, è quello di cogliere anche i risvolti meno evidenti ma comunque pericolosi per la sopravvivenza di queste stesse tradizioni.

    1. peppe

      Condivido la tua analisi. Credo che essa segnali i punti fondamentali di una decadenza ormai evidente della tradizione carnevalesca sarda. Quel carnevale che è sempre stato un *vivere* la tradizione comunitaria nelle proprie piazze, un esserne immersi fino al midollo dello spirito (spirito inteso in tutte le accezioni), è diventato una *rappresentazione* mediatica, un mostrarsi individuale che dura lo spazio di una domenica. Rappresentazione mediatica intesa ad ogni livello di diffusione, anche quello più recente dei social network, ma anche di semplice ambito casalingo, da esibire (album fotografici e video) più che da vivere in prima persona. Si è passati dal vivere la tradizione al rappresentarla, non si capisce a vantaggio di chi.

      La stessa sorte che è capitata al folklore del ballo sardo con l’invenzione dei gruppi in costume che si esibiscono sui palchi delle feste paesane o in trasmissioni televisive, ma spesso non fanno nient’altro, all’interno delle loro comunità, per diffondere una cultura del folklore e delle proprie tradizioni.
      Che tutto questo trasformi il folklore in rappresentazioni insipienti e noiose di se stessi è senza dubbio un fatto.

  4. gnomo irritante

    Mi irrita la presunzione che assumete circa il voler immortalare a tutti i costi ogni evento,tralasciando la buona regola che impone il rispetto delle tradizioni,ma anche quello che dovrebbe escludere il commercio abusivo delle foto soprattutto per chi ha gia’ un lavoro..a volte statale,arrivederci alla prossima sagra o evento,il mio nome poco importa,anche il tuo puo’ essere inventato!

    1. Umberto Fara

      il mio non è inventato! e per inciso nessuna presunzione! uno con la sua macchina immortala ciàò che più gli apre…che ti piaccia o meno

  5. Antonio

    La mia immagine (tra l’altro estrapolata da una serie di foto sull’avvenimento), mi pare sia servita più da pretesto per creare questa discussione che altro. Alla tua domanda molto semplice “Conosci questo lavoro fotografico?” Il Sig. Giovanni Carru ( che ahimè non conosco come fotografo), risponde in maniera articolata con una serie di cose che esulano quello che è il significato della foto, toccando comunque un tema delicato che negli ultimi anni è tema di vere è proprie battaglie sui forum e sui social network. Ora non è che io volessi una recensione sul mio lavoro fotografico, che ho avuto anche la soddisfazione di vedere pubblicato su un magazine di Trieste a fianco ad artisti di ottimo livello, ma penso che una domanda più diretta del tipo “Cosa ne pensi della fotografia amatoriale in Sardegna” sarebbe stata più opportuna. Nel mio piccolo, da amatore puro, che non vive di fotografia, posso dire che la differenza tra professionista e amatore si è notevolmente assottigliata anzi, credo che al giorno d’oggi sia quasi impossibile stabilirla. Secondo me esiste più una differenza sostanziale tra chi le cose le fa pensandole e chi le copia e basta. Ma questo succede in tutti i campi non solo nella fotografia. Il genio, l’estro, la fantasia ce l’hanno in pochi. Non bisogna sempre per forza demarcare una linea precisa tra chi è pro e chi non lo è………anche perchè ci sono molti pro che non sono affatto pro……se uno pensa alla fotografia con passione, la vive, la sente… “pensa per immagini”. Un saluto Antonio Baldino.

  6. Daniele Tomasi

    Peccato, aveste messo una foto davvero banale avreste rafforzato i concetti del discorso “significato e importanza dei vari elementi della tradizione sarda e rischio che diventino semplice teatrino”, che mi paiono corretti. Invece avete messo una foto bella e affascinante.

    1. per carità..

      con quella foto la non si può parlare nemmeno di tradizioni, dal momento che è una maschera completamente inventata e resa nota da quell’orgia di amatori che credono di immortalare lo scoop del secolo… contenti voi..

  7. Antonio ha centrato la questione. La domanda a Giovanni nasceva dagli stimoli che questa foto aveva scaturito (evidentemente, l’ho già scritto in precedenza, mi aveva colpito). Oltretutto non conoscevo l’autore (che è proprio Antonio) e non sapevo neppure fosse un amatore. Nel resto del discorso, però, la foto e il lavoro fotografico da cui essa è estrapolata non sono l’asse centrale, la questione diventa un’altra: la nostra tradizione è ancora costume oppure semplice folclore spettacolarizzato? Le considerazioni finali di Antonio, oltre la maturità messa nel suo intervento, mi paiono interessanti per chi ama e frequenta l’arte della fotografia. Sinceramente, al proposito, non saprei cosa dire. Non sono né un fotografo amatoriale e né un professionista. Il mio sarebbe solo un parere di pancia. Però la fotografia mi piace un sacco, anche se da semplice osservatore. In tal caso l’ho voluta considerare come medium caldo (lo dimostra l’attenzione riservata a questo post) della nostra comunicazione culturale. Un ruolo importante che merita approfondimento e che le parole di Antonio, estendibili all’intero discorso artistico, spiegano bene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...