Come funzionano gli elementi della crisi economica: tasse, “casta” e finanza speculativa

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La rilevante operazione di ridistribuzione del reddito dal lavoro alla rendita finanziaria attuata negli ultimi anni, oltre a frenare la crescita economica, costituisce un potenziale “boomerang” per la tenuta dei conti pubblici di tutti i Paesi dell’’eurozona. Ecco qual’è la vera Casta contro cui ci si dovrebbe battere.

di Guglielmo Forges Davanzati – MicroMega

La convinzione diffusa – “anti-casta” – secondo la quale i costi della politica, in Italia, sono eccessivamente elevati andrebbe ridimensionata alla luce dei fatti. Su fonte Ministero dell’Economia e delle Finanze, si calcola che i fondi pubblici destinati ai partiti sono in costante diminuzione e che, dal 2013, saranno di importo inferiore a quelli erogati ai partiti politici rappresentati nel Parlamento tedesco. Il problema appare, dunque, connesso a ragioni di equità e di legittimazione del sistema, ma, per quanto riguarda il dato puramente contabile, non sembra che di problema (rilevante) si tratti. D’altra parte – ed è cosa ovvia – la politica costa e merita di essere ricordato che la politica costa anche per consentire di praticarla a chi, diversamente, non potrebbe permetterselo.

L’ideologia “anti-casta” è ancor più privata di fondamento se ci si riferisce alla convinzione – anch’essa assai diffusa – che la gran parte delle tasse pagate dai contribuenti italiani serva a foraggiare partiti politici ed Enti locali (province, innanzitutto) “inutili”. L’aumento vertiginoso della pressione fiscale, soprattutto nel corso del 2012, che ha raggiunto il massimo storico del 57% a gennaio 2013, è servito in larghissima misura a generare avanzi di bilancio destinati alla contribuzione italiana al bilancio generale dell’Unione Europea. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato, si registra che l’Italia è, da anni, un contributore netto del bilancio europeo e che i versamenti effettuati sono stati di gran lunga superiori ai rientri, in particolare nel corso del 2012. Gli ordini di grandezza dei costi della politica e dei costi del mantenimento di questa Europa sono incomparabili. Ma ciò che maggiormente conta è interrogarsi sull’uso che, in Europa, viene fatto delle risorse prelevate ai contribuenti.

Come diffusamente messo in evidenza, lo schema sul quale regge l’attuale assetto dell’Unione Monetaria è così schematizzabile, almeno per quanto riguarda l’Italia: aumento della tassazione → aumento dei contributi erogati al c.d. Fondo Salva Stati → aumento dei profitti bancari → speculazione bancaria sui titoli del debito pubblico, configurando una gigantesca operazione di ridistribuzione del reddito dal lavoro (e dal capitale) alla rendita finanziaria. Si tratta di un’architettura che contiene tre fondamentali elementi contraddittori, se, come dichiarato, l’obiettivo è ripristinare un sentiero di crescita economica.

1) L’attività speculativa delle banche è destabilizzante, sia perché costituisce un pericoloso potenziale “boomerang” (non potendosi escludere nuove ondate di attacchi speculativi sui nostri titoli pubblici trainati proprio dalle banche che, come contribuenti, finanziamo), sia perché è alla base della restrizione del credito. In altri termini, potrebbe considerarsi razionale un’operazione di “salvataggio” di istituti di credito se finalizzata a porre le condizioni per il finanziamento degli investimenti. La si può decretare del tutto irrazionale se, come sta accadendo, finisce per porre le condizioni per alimentare ondate speculative.

2) L’attività speculativa delle banche può anche manifestarsi con operazioni – più o meno riuscite – di fusioni o acquisizioni. Ciò rende il mercato del credito sempre più monopolistico. L’aumento del potere contrattuale delle banche nei confronti delle imprese genera un aumento dei tassi di interesse applicati sui finanziamenti degli investimenti e, dunque, una riduzione degli investimenti e, a seguire, dell’occupazione e del tasso di crescita. Si osservi che nel caso in cui (come per il Monte dei Paschi di Siena) queste operazioni non abbiano successo, lo Stato è chiamato – per l’obiettivo della tutela del risparmio – a interventi di “salvataggio” (circa 4 miliardi di euro per il Monte dei Paschi di Siena).

3) Per quanto riguarda, in particolare, l’economia italiana, la sequenza delineata sopra non fa che accelerare la recessione, innanzitutto per gli effetti che la restrizione del credito esercita sugli investimenti. Vi è di più. La restrizione del credito pone le imprese nella condizione di poter competere solo riducendo i salari (o licenziando, o a non assumendo), per l’ovvia ragione che il vincolo della scarsità di risorse finanziarie disponibili pone un limite al monte salari. A ciò si aggiunge che il calo dei profitti rende le imprese sempre meno disponibili ad accordare incrementi retributivi e sempre più spinte semmai a ridurre i costi. Il combinato della riduzione degli investimenti e dei consumi genera caduta (ulteriore) della domanda interna, dell’occupazione e della produzione, in una spirale viziosa per la quale quanto più l’Italia si impegna a “salvare” l’Unione Monetaria Europea tanto più danneggia sé stessa e potenzialmente l’Europa stessa (dal momento che gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico non riguardano necessariamente l’Italia).

In questo scenario, la questione rilevante non è tanto chi paga (ovvero come eventualmente ridistribuire il carico fiscale), a maggior ragione se si ritiene che si debbano ridurre i costi della politica per recuperare risorse sufficienti, ma perché pagare (o comunque perché pagare così tanto), ovvero perché tenere elevata la pressione fiscale per finanziare, in ultima analisi, attività speculative destabilizzanti e concausa della recessione. Va rilevato, a riguardo, che il rapporto del novembre 2012 della commissione europea sul sistema bancario dell’eurozona evidenzia il fatto che l’assunzione di rischio, da parte degli istituti di credito europei, è diventato eccessivo, e che occorrerebbe una più incisiva regolamentazione del settore, riconoscendo la sostanziale inefficacia delle regole fin qui introdotte. In una fase che si vuol far passare come post-ideologica, la nazionalizzazione delle banche non può essere un tabù: si tratta peraltro di operazioni già diffusamente sperimentate, indipendentemente dal colore politico dei Governi che le hanno fatte, come interventi di “riforma” guidati dalla necessità o, se si vuole, dal buon senso.

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