Grillo-M5S studia come sfruttare su scala europea il fallimento dell’Euro

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L’Europa dell’euro è politicamente, socialmente e culturalmente fallita, prima se ne prende atto e prima si trova la via per superare il fallimento. E questo è un fatto. Quella che anzitutto va smontata è l’Europa dei trattati e dei vincoli liberisti, l’idea (non) europeista che ha dato vita al nuovo regno del terrore: l’Austerity. Non è questione di entrata o uscita dal sistema monetario, piuttosto di indicare l’ordine del discorso: prima la democrazia e lo stato sociale e poi i mercati e la moneta. La scelta di unificare le economie partendo dalla moneta e dal liberismo ha prodotto, al contrario, l’aumento delle differenze e delle distanze tra le varie aree del continente. Ha prodotto rottura e oggi, proprio a causa della moneta unica, i popoli europei sono sempre più frantumati e distanti. L’euro è diventato una zona di guerra economica fratricida. Siccome non si poteva più svalutare la moneta, si svalutavano il lavoro e le tutele. Dalla speranza nella democrazia si è passati all’ottuso potere tecnocratico e autoritario della Troika, che affama la Grecia e il Portogallo, ma al tempo stesso è incapace di affrontare la crisi di una piccola economia come quella di Cipro.

In questa cornice Beppe Grillo vuole sferrare un colpo decisivo al sistema Euro. «Dopo aver fatto tutto ciò pensiamo di poter rimanere qua a Roma?», il pensiero è più o meno questo, l’obiettivo è quello di trovare sponda in Europa. Grillo e i suoi hanno appena iniziato, maturano i primi contatti con l’Europa dell’est (Slovacchia, Bulgaria e Romania) e intravedono possibilità relazionali con Grecia, Spagna e Portogallo. I contenuti di questo screening sono sopratutto ambiente e decrescita; il target quei cittadini legati da battaglie comuni piuttosto che da ideologie e appartenenze. Europei che non sentono più di avere una casa politica. Indignados spagnoli, indignés francesi, occupa wall street di oltre oceano, l’universo transnazionale di riferimento è questo. Grillo sogna un linguaggio comune che possa unire movimenti dentro e fuori l’Europa, dentro e fuori le istituzioni.

All’estero, intanto, studiano il fenomeno con meno approssimazione di quanto facciano Repubblica, Corriere, Bruno Vespa e compagnia cantante. Il politologo Jonathan Hopkin osserva che «Non è solo una sfida all’austerity, ma allo stesso sistema del partito tradizionale. In tutta Europa, l’adesione ai partiti politici è al più basso livello dal secondo dopoguerra. L’Italia potrebbe fare da apripista a un cambiamento che interesserà l’Europa intera».

Le ultime posizioni di Grillo parlano di un piano B per l’Euro per la sopravvivenza nei prossimi 10 anni, e in seguito, dopo aver correttamente informato sui costi e benefici dell’unione monetaria, decidere cosa fare con un referendum. Democrazia deliberativa e democrazia partecipativa, può essere che l’Italia indichi al resto d’Europa (meno la Germania) il cammino da seguire?

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