Philip Roth: “Adesso vivo davvero e non combatto più contro la scrittura”

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Il romanziere americano racconta come è cambiata la quotidianità dopo aver lasciato la letteratura. “Ricevo ospiti a casa, ho un cuoco tutto per me e gioco ogni mattina con l’iPhone appena comprato”.

Di Charles McGrath

NEW YORK – Sul computer dell’appartamento di Philip Roth, nell’Upper West Side, c’è un post-it che recita: “La lotta con la scrittura è terminata”. È un modo per ricordarsi che Roth, che compirà 80 anni a marzo e che ha goduto di una delle carriere più lunghe e celebrate della letteratura americana, ha abbandonato la scrittura (31 libri dall’inizio della sua carriera, nel 1959). “Guardo quell’appunto ogni mattina”, ha detto l’altro giorno, “e mi dà una grande forza”. Per i suoi amici l’idea di un Roth che non scrive è come l’idea di un Roth che non respira. A volte sembra che l’unica cosa che ha fatto in vita sua è stato scrivere. Lavorava da solo per settimane di fila nella sua casa del Connecticut, presentandosi ogni mattina in uno studio lì vicino, dove scriveva in piedi, e spesso tornandoci la sera. A un’età in cui la maggior parte dei romanzieri rallenta la sua attività, lui ha conosciuto una seconda giovinezza e ha scritto alcuni dei suoi libri migliori: Il teatro di Sabbath, Pastorale americana, La macchia umana e Il complotto contro l’America.

A 70 anni inoltrati sfornava in continuazione (anche se più brevi), praticamente uno all’anno. Ma nel corso di un’intervista di tre ore – l’ultima, ha detto lui – Roth è apparso allegro, rilassato e in pace con se stesso e con la sua decisione, annunciata per la prima volta il mese scorso sulla rivista francese Les InRocks. Scherzava e rievocava, parlava di scrittori e dello scrivere e riesaminava la sua carriera con palese soddisfazione e pochi rimpianti. La primavera scorsa ha eletto Blake Bailey a suo biografo e da allora lavora a stretto contatto con lui.

Roth dice di aver preso la decisione di smettere di scrivere nel 2010, pochi mesi dopo aver terminato Nemesi, un romanzo su un’epidemia di poliomielite nel 1944 nella sua città natale, Newark. “Non ho detto nulla perché volevo essere sicuro che fosse vero”, ha detto. “Ho pensato: “Aspetta un secondo, non metterti ad annunciare che ti ritiri per poi tornare sui tuoi passi”. Non sono Frank Sinatra. Perciò non ho detto niente a nessuno, giusto per vedere se era proprio così “.

Su un tavolo in salotto c’è una pila di fotografie che gli ha appena spedito un cugino: sua madre in abito da sposa, con il velo che scende lungo una rampa di scale; un Roth giovanissimo con i genitori e il fratello maggiore, Sandy, davanti alla loro casa di Newark; un bel Roth adolescente seduto su un divano con la sua prima fidanzata seria; il soldato P. Roth con la divisa e l’elmetto dell’esercito. Vicino c’è un iPhone che ha comprato di recente. “Perché?”, dice. “Perché sono libero. Ogni mattina mi studio un capitolo di “iPhone per babbei” e ora me la cavo molto bene. Sono due mesi che non leggo una parola. Ho tirato fuori questo affare e ci gioco”. Poi si corregge: “Durante il giorno non leggo, ma la sera sì. Leggo per due ore. Ho appena finito uno stupendo libro di Louise Erdrich, The Round House. Ma più che altro leggo libri di storia del Novecento e biografie. Allora vivevo. Ero un bambino che andava a scuola o un uomo che lavorava. È ora che mi rimetta in pari”.

Per quanto ne sa, dice Roth, l’unico altro scrittore a ritirarsi quando aveva ancora qualche freccia al sul arco, per così dire, è stato E. M. Forster, che smise di scrivere intorno ai 40 anni. Ma Forster smise principalmente perché riteneva di non poter pubblicare libri sul tema che più lo interessava, l’amore omosessuale. Roth ha smesso perché ritiene di aver detto quello che aveva da dire. “Mi sono messo seduto per un mese o due cercando di pensare a qualcos’altro e pensavo: “Forse è finita, forse è finta”. Assumevo dosi abbondanti di succo di narrativa, rileggendo scrittori che non leggevo da 50 anni e che avevano contato parecchio quando li avevo letti. Ho letto Dostoevskij, ho letto Conrad, due o tre libri ciascuno. Ho letto Turgenev, due delle storie più grandi che siano mai state scritte, Primo amore e Torrenti primaverili”. Ha riletto anche Faulkner e Hemingway. “E poi ho deciso di rileggere i miei libri”, prosegue, “e ho cominciato dall’ultimo, ricome vedendoli a mente fredda. E ho pensato: “Hai fatto tutto bene”. Ma quando sono arrivato a Portnoy (Lamento di Portnoy, pubblicato nel 1969) avevo perso interesse e non ho letto i primi quattro che ho scritto”. “Insomma, ho letto tutti questi grandi autori “, aggiunge, “e poi ho letto i miei libri e ho capito che ormai le buone idee le avevo esaurite, e se me ne fosse venuta un’altra avrei dovuto sgobbarci sopra troppo”.

Roth ora è in ottima salute, dopo essersi sottoposto a un’operazione alla schiena in aprile, e fa regolarmente esercizi fisici. Ma dice: “So che non riuscirò più a scrivere bene scrivevo prima. Non ho più la forza per sopportare la frustrazione. Scrivere è una frustrazione, una frustrazione quotidiana, per non parlare dell’umiliazione. È come il baseball: due terzi del tempo sbagli”. Prosegue: “Non ce la faccio più a immaginare di passare altre giornate in cui scrivi cinque pagine e le butti via. Non ce la faccio più”. Il sole autunnale al tramonto comincia a splendere troppo forte e Roth tira una tenda per coprire una delle grandi finestre del suo salotto. Questa è la sua base newyorchese, ma continua a trascorrere gran parte del tempo nella casa del Connecticut, dove scrivere meno gli consente di ospitare di più. “Casa mia quest’estate era piena di gente”, dice. “Ho avuto ospiti praticamente tutti i weekend, e a volte sono rimasti anche durante la settimana. Ora ho un cuoco che cucina per me. Ai vecchi tempi non sarei riuscito ad avere gente per casa tutto il tempo. Quando venivano per il weekend, non riuscivo a mettermi a scrivere”. Roth non ha smesso completamente di scrivere. Sta collaborando via email a un racconto lungo con la figlia di 8 anni di un’ex fidanzata, e scrive lunghi appunti e promemoria per il suo biografo. “Ora lavoro per Blake Bailey”, dice. “La paga non è molto buona”. Aggiunge che non è mai stato così sincero con nessun altro prima. “Blake mi ha tolto il fardello dalle spalle”, spiega. “Non ho più la responsabilità della mia vita, di scavarci dentro. Sapete, avevo bisogno della mia vita come trampolino per le cose che scrivevo. Devo avere qualcosa di solido sotto i piedi quando scrivo. Non sono uno fantasioso. Saltello su e giù sul trampolino e poi mi tuffo nell’acqua della narrativa. Ma devo cominciare dalla vita per poterci pompare la vita dentro”.

Gli appunti che sta preparando per Bailey riempiono scatoloni interi, dice Roth. “Sono eloquenti e accurati “, aggiunge, “ma ce ne sono così tanti che alcuni non riuscirò a leggerli per anni”. C’è una cosa che vuole chiarire: spesso viene citato a sproposito per una volta che avrebbe detto che il romanzo sta morendo. “Non credo che il romanzo stia morendo”, rimarca. “Ho detto che il pubblico dei lettori si sta esaurendo. Questo è un fatto, e lo sto dicendo da 15 anni. Ho detto che lo schermo ucciderà la lettura, ed è vero. Prima lo schermo cinematografico, poi lo schermo televisivo, e ora il colpo di grazia, lo schermo del computer”.

Ma anche se i lettori diminuiscono, si continuano a scrivere grandi romanzi. “Ed Doctorow “, dice cominciando a elencare alcuni scrittori che ammira. “Don DeLillo. E ora questo tizio, Denis Johnson: autentica dinamite. Franzen, dinamite anche lui. La Erdrich, una potenza. E ci sono altri venti giovani scrittori che sono molto, molto bravi. Non è poco”. Aggiunge: “Perché dovremmo avere più lettori? I numeri non significano niente. I libri significano qualcosa”. Ma ormai si sta facendo buio. Si alza, cammina attraverso la stanza in calzini e accende un paio di luci.

(Traduzione di Fabio Galimberti) © 2012 New York Times News Service

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