Laurea ad honorem a Paolo Fresu: purché non scada nel baratro del politically correct mediatico.

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Lui, uomo pragmatico e di indubbio valore, dopo una vita spesa per la musica e una straordinaria carriera artistica, si è trovato (non di colpo) proiettato nel mondo meno pratico e compassionevole: il sistema mediatico. Così il passaggio da esempio sardo-moderno a “Santo” è breve.

“Ce ne fossero di Paolo Fresu in giro…”. È un mantra popolare, ormai, quello che risuona nelle orecchie di tutti i sardi (e non solo) da quando Paolo Fresu, tra gli uomini jazz di punta per l’Italia e proprio oggi insignito della laurea ad honorem in “Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici” dall’Università Bicocca-Milano, ha cominciato ad essere presente nei salotti di carta della stampa sarda e nazionale.

Ora, è fuori discussione la caratura personale di Paolo Fresu, uomo tra i più ammirevoli in questa Sardegna e anche in questa Italia. Ma dall’esempio sardo-moderno al “Santo pellegrino”, beatificato in vita dalla stampa patinata di matrice sopratutto progressista e (a volte) dal tubo catodico, il passo è brevissimo e il rischio è di piombare rovinosamente nel baratro del politically correct mediatico.

Ogni singola testata che si occupa di musica e di Sardegna, anche solo di striscio, ha elevato agli onori degli altari il jazzista di Berchidda. Potenza dei media, innanzitutto, ma anche del momento sociale che impone la scoperta di nuovi modelli da dare in pasto al pubblico affamato di un’epica individuale acqua e sapone e con le origini umili. L’operazione “facciamo di Fresu un santo” è stata evidente. Le chiese cartacee e televisive hanno consumato da tempo la liturgia definitiva, anche quella che suggella ogni beatificazione catodica che si rispetti: l’ospitata da Fabio Fazio a “Che tempo che fa“ (anno 2007 se non sbaglio)

Il diacono Fabio Fazio è maestro in questo campo, capace com’è di elevare al rango di Dottore della Chiesa anche Al Capone, se solo lo volesse. Compito oltremodo facile, dunque, se sulla comoda poltrona c’è un uomo come Paolo Fresu. E lui, a dire il vero, non è sembrato così scomodo nei panni del paladino della “Nuova Sardegna (Italia)”. In totale buona fede, racconta chi è e cosa ha fatto di meritorio negli ultimi trentanni, avvalorando così la vulgata secondo cui trattasi quasi di un mistico 2.0. Un Saviano laico per intenderci, un uomo del fare che consente la produzione di un sogno pulito, sincero, limpido. Quasi non facesse parte di un mondo core business. Un folletto, una favola.

A dire il vero, fino a questo momento si è avvertita in lui la volontà di sottrarsi. Speriamo fino in fondo che si renda conto del rischio di banalizzazione a cui è sottoposto. Anche se il timore è che, da un momento all’altro, cominci a consegnarsi agli stimoli autocelebrativi che la civiltà del consumo impone. Ad uso e consumo di quei gaglioffi che ne decantano le lodi sulle pagine dei giornali, oppure di quei politici (ad esempio Walter Veltroni o Renato Soru) che lo candiderebbero a capolista di partito in Sardegna. Lui, per fortuna, in questo è stato bravo, ha sempre detto di no, ha preferito autoincensarsi di mano propria. Con il Time in Jazz, i 50 concerti sardi per i 50 anni, la rivisitazione del costume musicale sardo come musica universale del popolo umano incastrabile con il jazz (altra splendida word music), con i video, i con documentari e con altro materiale filmico che ne ritrae le gesta biografiche a partire dagli insegnamenti del padre contadino-pastore. Sopratutto, questo da sardo viscerale, e segnalo che solo un certo tipo di sardi possono capire, ha sempre pensato che l’unica vera (auto) celebrazione non può che avvenire nella sua terra o tramite essa. Secondo traiettorie di un saper essere e di un saper fare tipiche di quel mondo sardo delicato cui continuamente rimanda, con le immagini che la sua musica produce e con le figure (tradizionali) di riferimento cui fa cenno senza soluzione di continuità (in primis, e lo ripeto, quella del padre e della famiglia).

P.S. La motivazione della Laurea ad honorem è per:
«I risultati raggiunti nella sua pluriennale carriera di musicista, per aver dedicato la sua arte alla promozione della cultura nelle comunità e nei gruppi della sua terra, attivando le relazioni sociali che si pongono a fondamento della convivenza; ha così favorito il benessere di tali collettività. Fresu ha dimostrato così la potenza comunicativa della musica, in quanto forma simbolica, coniugando in un rapporto originale e fecondo il jazz e la cultura folklorica sarda».

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