Matteo Renzi, al Pd non piaci abbastanza. Però piaci agli altri…

renzi

La verità è che non gli piaci abbastanza. Il titolo del fortunato libro di Greg Behrendt e Liz Tuccillo, i due sceneggiatori di “Sex and the City”, si attaglia perfettamente al rapporto contrastato tra Matteo Renzi e il corpaccione del Partito Democratico.

L’ultima puntata di questo amore controverso, di cui ho scritto qualche giorno fa proprio qui sull’Huffington, è la mancata nomina del sindaco di Firenze a “grande elettore”, in rappresentanza della Regione Toscana, per la votazione del futuro Presidente della Repubblica. Alla reazione, in verità un po’ scomposta di Renzi, che attribuisce lo stop ai giochini della politica romana, ha fatto riscontro la secca risposta di Bersani, questa in verità poco credibile, per il quale si sarebbe trattato di “una scelta che riguarda ovviamente e unicamente il Consiglio regionale della Toscana”.

Ma indagare sui dettagli della (mancata) scelta sarebbe riduttivo, avrebbe poco respiro. E’ evidente che a Bersani non facesse piacere la presenza ingombrante di Renzi. Ed è altrettanto evidente che Renzi intendesse usare l’occasione per mostrare la sua capacità di leadership. Piuttosto, trovo interessante riflettere sul perché, appunto, Renzi non piaccia abbastanza ad una larga parte del Partito Democratico.

Riflessione sollecitata anche dalla pesante sconfitta alle primarie per il sindaco di Roma recentemente subita di Paolo Gentiloni, che ha fotografato il valore della componente renziana addirittura sotto l’11%. Percentuale che a tutto voler concedere arriva al 15% se uniamo i voti di Patrizia Prestipino, che tuttavia ha un amore per Renzi non corrisposto. Ed è proprio la vicenda romana, a mio parere, ad insegnare che Renzi non piace abbastanza al PD non solo per il conclamato trend del partito ad interpretare il momento di difficoltà rifugiandosi nel porto sicuro della sinistra-sinistra, ma anche – e forse soprattutto – per la scarsa propensione del sindaco di Firenze a trasformare la sua vocazione alla leadership in un gioco davvero corale.

A Roma, la città che ha dato i natali al Partito Democratico, Renzi praticamente non esiste. Tanto da dover pescare il suo candidato, Paolo Gentiloni, persona degna e competente, proprio nel bacino dei politici “rottamabili” (è alla quarta legislatura). Perché? La sensazione è che il sindaco di Firenze rimanga uno straordinario solista, un fuoriclasse cui manca la capacità di fare squadra con gli altri talenti del PD: da Civati alla Serracchiani, passando per Sarubbi e la sua #opencamera, tutti possibili compagni che Renzi ha perso per strada.

A Renzi, cui piacciono molto le metafore calcistiche, ricordo che il vero campione non cerca mai di arrivare in porta da solo. Sa che non sarebbe possibile.

Myrta Merlino, Huffigton Post – 10.04.2013

 

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