«Alghero. Archeologia di una città medievale»: una guida non solo archeologica.

marco-milanese-13200A meno di tre anni dalla pubblicazione del primo volume della collana Aura (Archeologia urbana ad Alghero), che raccoglieva i primi risultati degli scavi de Lo Quarter coordinati da Marco Milanese tra giugno del 2008 e settembre del 2009, è uscito in questi giorni il libro che presenta un’efficace sintesi delle indagini archeologiche urbane svolte ad Alghero.

alghero

L’autore è professore ordinario di Metodologia della ricerca archeologica e di Archeologia medievale nell’Università di Sassari, conduce da oltre quindici anni indagini archeologiche in città con la collaborazione dell’ispettore archeologo della Soprintendenza Daniela Rovina. Il libro, il quarto volume della collezione “Sardegna medievale” per Carlo Delfino Editore, diretta dallo stesso Milanese, offre gli strumenti per un’attenta lettura della storia algherese attraverso i risultati dell’archeologia urbana, con l’ausilio di testi di agile lettura corredati da un ricco apparato iconografico. Il linguaggio usato si caratterizza come aperto e accessibile anche ai non addetti ai lavori. Potrebbe sorprendere il senso di un medioevo sardo molto diverso da quello solitamente dipinto: nessun isolamento, magari periferia, questo sì, ma sempre dentro la cornice della storia d’Europa.

Il racconto di Milanese si fa avvincente con la storia degli ebrei algheresi, la più importante comunità ebraica medievale dopo quella di Cagliari. Ancora oggi si cerca di capire dove localizzare la sinagoga. Particolare storico interessante il fatto che anche dopo la cacciata dai territorio spagnoli, avvenuta nel 1492, famiglie di ebrei continuano a recitare ruoli significativi nello sviluppo della città di Alghero.

Il volume riporta una scoperta piuttosto singolare.

Nel corso dello scavo archeologico condotto sotto la direzione del Prof. Marco Milanese nel cortile dell’ex Collegio Gesuitico del quartiere San Michele in Alghero, sono state riportate alla luce, dal giugno 2008 (data di inizio dello scavo d’emergenza), i resti scheletrici di 400 individui deceduti verosimilmente di peste durante l’ondata epidemica che colpì la città tra il 1582 ed il 1583. Questo ritrovamento riveste un carattere del tutto eccezionale. Sono state rinvenute 16 sepolture colletive “a trincea”, ovvero a fossa lunga (5-6m) e stretta, ciascuna contenente i resti composti di 10-15 individui in media (un massimo di 30 individui è stato registrato nella trincea n°10), deceduti contemporaneamente o a breve distanza di tempo da consentirne comunque il seppellimento simultaneo.
Oltre alle trincee, alla stessa fase sepolcrale determinata dalla violenta epidemia, appartengono anche 10 sepolture multiple di forma rettangolare, con numero medio di 6 inumati, che a loro volta intersecano, tagliandola, una fase sepolcrale con tombe a fossa singola, probabile testimonianza di un utilizzo del cimitero in un momento non interessato da eventi epidemici (Milanese, 2009).
Per le sue caratteristiche e dimensioni, la situazione cimiteriale evidenziata nel ritrovamento dello scavo di Alghero è un caso unico che non ha confronti in Sardegna né nel resto della Penisola. Il caso di Alghero risulta essere, ad oggi, un caso unico su tutto il territorio nazionale comparabile solo a quello del cimitero di appestati di Martigues (sud-est della Francia, 1720-1721 AD) di epoca ben più tarda.
La peste, al pari di altre malattie epidemiche, non produce lesioni specifiche a livello osseo poichè  il suo decorso è molto rapido e sovente mortale. Tuttavia, la messa a punto di nuove tecniche diagnostiche permette, oggigiorno, di giungere all’identificazione di tracce biologiche (proteine, DNA) del bacillo nei resti umani antichi e di formulare una diagnosi retrospettiva. Al tal fine, sono stati testati dei campioni ossei prelevati da quattro individui esumati da  quattro distinte trincee identificate durante la campagna di scavo. Sono stati analizzati anche dei campioni di suolo provenienti dalle 4 trincee.
L’analisi è stata effettuata utilizzando Il Test per la Diagnosi Rapida della peste (RDT), un test immunocromatografico messo a punto e validato dagli Istituti Pasteur del Madagascar e di Parigi. Questo test riconosce la glicoproteina capsulare immunogenica F1 specifica di Y. pestis.
Ciascun campione è stato pulito a secco, con una piccola spazzola monouso, per eliminare i residui di terra. L’antigene F1 di Yersinia pestis è stato identificato nel 100% dei campioni testati (4/4) con concentrazioni comprese tra 2.5 ng/ml e 0.625 ng/ml. I campioni di suolo provenienti dalle 4 trincee sono risultati negativi all’identificazione dell’AgF1 escludendo la possibilità di cross-reazioni con batteri del suolo.
Si conferma, pertanto, che i quattro individui analizzati erano affetti dall’infezione da Y. pestis al momento del loro decesso. [Tratto da  http://www.paleopatologia.it]

Un volume non solo per addetti ai lavori e non solo per turisti. Gli appassionati di studi sardi potranno trarre interessanti indicazioni sull’importanza dell’archeologia urbana nel tradurre gli sviluppi intervenuti nell’Isola a partire dall’età moderna e la comparabilità di questa disciplina con la storia, l’antropologia e la biologia.

Milanese ritiene sbagliato relegare come inutile il periodo a cavallo tra basso medioevo e inizio dell’età moderna (1300-1600), coincidente con la dominazione spagnola sull’Isola. «E’ proprio questo – così suggerisce il prof. Milanese – il periodo storico in cui intuiamo con maggior facilità l’origine del tempo presente, le dinamiche geo-territoriali e strategiche in parte ancora valide e lo strutturarsi della Sardegna non solo moderna ma anche contemporanea».

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