Alberto Capitta, “Alberi erranti e naufraghi”. Dentro la maturità della narrativa sarda, leggere e sentirsi rapiti

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In Sardegna gli anni settanta sono stati lo spartiacque tra una letteratura prima e una dopo: Paese d’ombre di Giuseppe Dessì vince il premio Strega nel 1972, Padre Padrone di Gavino Ledda vince il Premio Viareggio nel 1975 e nel 1977 viene tradotto cinematograficamente dai fratelli Taviani andando a vincere la Palma d’oro a Cannes, Il giorno del giudizio di Salvatore Satta (1977 con l’editore CEDAM e 1979 con Adelphi) diventa il romanzo sardo per antonomasia, un irrefrenabile successo di critica e di pubblico e numerose traduzioni straniere (il grande critico americano George Steiner gli dedica un pezzo sul New Yorker giudicando il romanzo un capolavoro della letteratura di tutti i tempi, in Italia il più importante da allora insieme a Il nome della rosa di Eco).

Negli anni ottanta ha avuto inizio la stagione attuale, caratterizzata da un crescendo graduale di sperimentalismo narrativo (ma anche anche poetico, viene in mente Franco Cocco e la sua Arca di vento con prefazione di Mario Luzi) imperniata sul confronto con il canone deleddiano e la sua eredità da un lato e sull’offerta di un’Isola post-esotica dall’altro. Salvatore Mannuzzu (Procedura nel 1988 vince il Premio Viareggio), Giulio Angioni (L’oro di Fraus sempre nel 1988 ottiene l’attenzione della critica nazionale) e Sergio Atzeni (L’apologo del giudice bandito e Il figlio di bakunin sono pubblicati rispettivamente nel 1986 e nel 1991; l’autore, scomparso tragicamente, diventa amato dai lettori giovani) tracciano un discorso letterario nell’ordine dell’innesto e del gioco combinatorio tra tradizione del Novecento (che in Sardegna è Ottocento e Novecento letterario insieme) e nuove istanze del mondo post-ideologico. La letteratura non viaggia sola ma si accompagna ad altri percorsi: gli orditi e le trame, i grovigli di fili e di corde di telaio dell’ultima Maria Lai, quelli materico-sonori di Pinuccio Sciola, musicali-jazz di Paolo Fresu, Enzo Favatta e Paolo Angeli, musicali-etno di Elena Ledda, de su cantu a Tenore che diventa etno-musicologia del mondo, di Francesco Demuro che eleva la dignità de su cantu a chiterra fino ad arrivare alla cima della miglior tradizione operistica italiana, quelli cinematografici di Gianfranco Cabiddu (Il figlio di Bakunin su tutti), Antonello Grimaldi (il film Un delitto impossibile – del 2000 – è tratto da Procedura di Mannuzzu), Giovanni Columbu (il film Arcipelaghi – del 2000 – è tratto dal romanzo di Maria Giacobbe Gli Arcipelaghi pubblicato nel 1995) fino ad arrivare al raffinato e convincente Salvatore Mereu di Ballo a tre passi (con il quale vince il premio “Settimana Internazionale della Critica” alla 60ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2003 e il David di Donatello per il miglior regista esordiente nel 2004), Sonetaula (tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Fiori) e Bellas Mariposas (tratto dall’opera di Sergio Atzeni). Se letteratura e cinema offrono un collegamento diretto non è da meno quello tra musica e letteratura: irresistibile, ad esempio, il sistematico e piacevole rendez-vous che ha visto un’autrice come Lella Costa interpretare le strazianti pagine di Passavamo sulla terra leggeri accompagnata dalla tromba di Paolo Fresu.

La geografia culturale sarda si è poi arricchita di altra letteratura (e anche altri premi). Marcello Fois vince il Premio Calvino con Picta nel 1992 per poi prendere il volo con una sterminata produzione letteraria, ricca di tecnica del romanzo sopratutto noir. Giorgio Todde e Salvatore Niffoi (con La vedova scalza ha vinto il Premio Campiello nel 2006), Flavio Soriga (vince il Premio Calvino nel 2001 con una incantevole raccolta di racconti: Diavoli di Nuraiò) e Michela Murgia (vince il Premio Campiello nel 2010 con il romanzo dal titolo esotico Accabadora), Nicola Lecca (scrittore nomade, finalista del Premio Strega con l’opera Concerti senza Orchestra nel 1999) e Gianni Marilotti (vince il Premio Calvino con La quattordicesima commensale nel 2003), Luciano Marrocu (storico di fama e narratore tradotto all’estero) e Francesco Abate (scrittore targato Einaudi di una una Sardegna tutt’altro che tradizionale e sterotipica), Vindice Lecis (giornalista-scrittore che divide i suoi lavori tra gli anni Settanta del Novecento, Golpe, Infiltrato, e la Sardegna medievale, Buiakesos, le guardie del giudice (2012), Il condaghe segreto (2013), Judikes (2014), Rapidum. La Cohors II Sardorum ai confini dell’impero (2015). Trascuro, non per importanza, i tanti altri autori di narrativa che non sono stati baciati dalla fortuna della notorietà nazionale ma che hanno alto valore letterario in assoluto e per chi si interessa al discorso culturale sardo: cito Natalino Piras (Sepultas e Pizinnos, Pastores e Partigianos, campione di vendite del 2013, oltre tanti preziosi lavori di rilettura di autori come Salvatore Satta e Salvatore Cambosu), Mimmo Bua (Gente di Ischiria e un inedito postumo che cerca pubblicazione intitolato Aristeo oltre scritti inebrianti sulle pieghe letterarie-metafisiche-simboliche della cultura sarda materiale e immateriale) come autori noti se non al grande pubblico agli addetti ai lavori; Antonello Pellegrino (Bronzo, Dalla scura terra e Angelus) e Angelo Mascia (Boe Muliake Il Re Templare) come autori che indicano una tendenza tradizionale e allo stesso tempo in atto che è quella del romanzo storico. Ne dimentico altri, senz’altro, me ne scuso, se qualcuno lo vorrà segnalare il post è aperto a integrazioni.

Dedico le ultime righe all’autore con cui dialogherò stasera a Olbia per la rassegna “sul filo del discorso”, promotore l’Assessorato alla Cultura del Comune di Olbia e curatore Antonello Budroni. Si tratta di Alberto Capitta, sassarese. Ho letto il suo recente Alberi erranti e naufraghi edito proprio quest’anno da Il Maestrale. Un titolo, uno dei pochi, non ad uso e consumo del marketing libresco-librario. Ed è già un segno, preciso. Una narrazione interpretabile apertamente senza che la sua singolarità possa essere discussa. Una ricchezza di relazioni tale da permettere al lettore di instaurare ad ogni nuova lettura nuovi rapporti con essa. Il fruitore, quindi, è messo nelle condizioni di finire l’opera. Sogno e realtà non fanno differenza, l’icona è spazio-temporale e sopratutto non appartiene alla statica ma alla dinamica. Non possiamo accusare questa narrazione di voler porre la questione documentaristica della «verosimiglianza», vizio frequente dell’approccio sardo alle forme affabulatorie: quanto è vera la storia, i personaggi, la cornice, i fatti. No, il racconto vale come sintesi personale dell’autore nell’ordine della natura dei rapporti instaurati con i personaggi che inventa. Finzione narrativa che strizza l’occhio – tra parentesi, di fatto e non solo metaforicamente – alla poesia. A volte ti senti catapultato tra la profondità concettuale di un Salvatore Satta e il ritmo parola-musica ubriacante di un Fabrizio De Andre’. E’ questa la forza di un autore che è letterario, che probabilmente è cerniera-cesura tra un prima e un dopo in Sardegna (magari non il solo) e che invita a traiettorie di post-sardismo culturale. Nelle sue pagine echeggiano uomini di lettere importanti ma anche una sensibilità capace di cogliere l’Isola sarda secondo la leggerezza di Maria Lai e Pinuccio Sciola, la delicatezza delle sonorità di Paolo Fresu, la potenza dell’immagine di Salvatore Mereu. E’ questo il discorso aperto.

La magia di Peter Pan e dell’Isola che non c’è per raccontare l’auto-isolamento dell’uomo e di ogni uomo, un nichilismo totalizzante che non risparmia esseri viventi e natura. Una finzione bambina per indicare la possibile strada di un ritorno alle origini nel rispetto dell’unione con il creato. Saper parlare di uomo-animale-ambiente senza essere banali e senza essere -isti. Di sicuro non è ricerca di profondità in superficie.

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