Che cosa è Placido Cherchi? Due o tre cose, per decidere di essere sardi

Placido Cherchi

Gli sono sempre piaciuti titoli e concetti che rimandano a forme geometriche,  «Il cerchio e l’ellisse», oppure rilanciano argomentazioni dubbiose e ipotetiche, «Il peso dell’ombra» – «Il recupero del significato» – «Il signore del limite» – «La riscrittura oltrepassante» – «Percorsi materici» – «L’ethos del trascendimento», o ancora mettono in campo politiche della dialettica, «Le dialettiche risolventi dell'”autocritica”» – «Le dialettiche del ritorno» – «Etnos e apocalisse: mutamento e crisi nella cultura sarda e in altre culture periferiche». Soggetti e oggetti d’amore intellettuale: Ernesto De Martino e la Sardegna, Klee-Nivola-Sciola. Sul tracciato di una impostazione decisamente critica del «Capitale», secondo evidenti traiettorie marxiste. Criptico solo in apparenza.

L’analisi della produzione teorica di De Martino è totalitaria: dai primi articoli, ai laboratori, ai carteggi fino ai testi più noti ed esaustivi dell’etnologo napoletano. Ogni libro si caratterizza per la ricchezza della documentazione, dell’apparato critico e l’attenzione a tutta, proprio tutta, la produzione demartiniana. Su questa sponda la grandezza di Placido Cherchi insiste nell’affrontare il discorso filosofico a partire dal banco di prova dell’osservazione etnografica, nel mettere in rilievo la volontà militante di liberazione verso il «mondo popolare subalterno». In termini psicoanaliticamente personali, invece, questo incessante desiderio di svelare e riposizionare De Martino si potrebbe inquadrare  nella direttrice edipica del ripensamento della figura del Padre. Di fronte allo sfibrarsi del cemento edipico collettivo ha inteso dar vita a una personalissima sfida in cui il «Padre» De Martino è stato la rappresentazione ideale del sapere e insieme l’ostacolo sul cammino di liberazione del proprio irrefrenabile desiderio intellettuale. Un Edipo, però, non seguito da Narciso, la preferenza della conflittualità sulla specularità ha favorito la non dissoluzione del soggetto. Il «Pensiero forte» batte il «Pensiero debole». La sua ricerca demartiniana ha delineato una figura del «Maestro» complessa e completa, osservata obliquamente nel suo incessante dialogare con la riflessione filosofica del XX secolo. Un apporto originale dentro cui riconsiderare i rapporti fra etnologia e filosofia.

La produzione saggistica di Placido Cherchi è uno dei punti di svolta negli studi sulla Sardegna. La strutturazione culturale del mondo isolano tradotta come «cultura del possibile» e non come «cultura del certo» è il tratto saliente della sua ricerca. A partire dallo scavo linguistico, una lingua sarda minuziosamente decostruita in «lingua del condizionale», classico delle culture post-coloniali, a dispetto dell’uso dell’indicativo  privilegiato dalle lingue delle culture egemoni. Celebre l’esempio del bicchiere e del condizionale. Si può raccontare più o meno così: «Se io parlassi un buon sardo e mi trovassi davanti un bicchiere e lo dovessi nominare non potrei mai affermare che «Custa est una tazza» («Questo è un bicchiere», secondo il classico uso indicativo). No, piuttosto dovrei dire «Custa diat essere una tatza» (trad. letterale «Questo dovrebbe essere un bicchiere», secondo un primo uso del condizionale). A differenza della lingua italiana, per esempio, potrei ancora usare due forme (iper-ipotetiche) di condizionale. Se non sono così convinto, infatti, potrei anche dire «Custa diat devere essere una tatza» (trad. letterale «Questo dovrebbe dovere essere un bicchiere», e già nella lingua italiana non esiste corrispondenza). Se proprio non sono per nulla convinto allora potrei tentare un «Custa diat devere podere essere una tatza» (trad. letterale «Questo dovrebbe dovere potere essere un bicchiere») e a questo punto, senza dirlo chiaramente, affermo di fatto che quello non è un bicchiere. Questo perché l’idea di bicchiere che ho in mente è decisamente più forte e importante del suo contingente apparire». Se esiste un autore che pone la questione filosofica dentro la questione sarda è proprio Placido Cherchi. Perché, si è chiesto più volte, nonostante una lingua fortemente caratterizzata in senso filosofico la cultura sarda non ha prodotto filosofi nelle stesse modalità, sopratutto comunitarie, in cui ha prodotto poeti? Tale vuoto andrebbe spiegato in buona parte con la natura aspra e difficile delle condizioni comunitarie che hanno sempre ridotto a poco i margini di invenzione accordati al soggetto. L’autocoscienza culturale e il concetto della vergogna di sé, tema demartiniano, sono altri argomenti privilegiati, vi prego di leggere questo scritto intitolato Due o tre cose, per decidere di essere sardi, nel quale affronta il complesso tema della proverbiale vergogna che i sardi hanno (avuto?) della loro cultura storica e tradizionale.

Placido Cherchi è forse l’unico che ha potuto e saputo osservare le dinamiche culturali della Sardegna dal punto di vista antropologico, filosofico e artistico. Oltre che esponente della scuola antropologica cagliaritana, infatti, è un critico e storico dell’arte. In tal senso ha saputo regalare pagine e parole memorabili per l’opera di Costantino Nivola e di Pinuccio Sciola. Un’idea ricorrente era quella di chiudere il cerchio degli studi sardi con l’etnomusicologia, offrire così un pensiero quadrimensionale che potesse combinare filosofia, arte, antropologia e musica.

L’uomo Placido Cherchi è quanto di più umile, tra gli intellettuali più o meno noti della Sardegna, abbia potuto conoscere. A dispetto dell’area meditativa, delle parole utilizzate come solidi e della proverbiale flemma retorica. E’ diventato uomo facendo il «balente» a 13 anni, vicino al nuraghe Lugheria, a nord del centro abitato di Oschiri, proprio dove il generale La Marmora a metà ottocento trovò l’unico cofanetto in bronzo del periodo nuragico. Per scommessa con gli amici accettò di distendersi lungo la ferrovia e farsi passare il treno sopra, a quei tempi la littorina. Sdraiato in sole mutande, su di una ferrovia polverosa dei primi anni cinquanta, fece esplodere di emozione il suo cuore neanche adolescente. A Oschiri si racconta di un bambino che correva scalzo nei campi brulli lungo la ferrovia, di un bambino che si era fatto passare il treno sopra e che correva per scappare dal macchinista convinto di averlo tramortito e ucciso. «Mi so fatu omine in unu pisinzu», così amava raccontare chi ha scritto del Paul Klee teorico.

Chi scrive si è interessato alla complessità del «discorso sardo» appena diciannovenne, dopo aver ascoltato un compaesano che nemmeno conosceva tenere un discorso dal titolo «Tempo mitico e tempo storico nell’uso della lingua sarda». Quell’uomo era Placido Cherchi ed io ero un adolescente che sentiva parlare della sua lingua, il sardo, in un modo nuovo, fiducioso, possibile. Nell’ordine dell’innovazione e della ricchezza culturale. Alcuni anni dopo è iniziato un appassionato carteggio senza scritti tra un giovane appassionato e un eccellente studioso, un rapporto che continua e continuerà. Pietro Clemente, presidente dell’Associazione degli Antropologi italiani, tra i più importanti antropologi italiani, un anno fa mi disse: «E Placido come sta? E cento volte più grande di me!». Proprio così Placido, sei grande.

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Un pensiero su “Che cosa è Placido Cherchi? Due o tre cose, per decidere di essere sardi

  1. raimondo masu

    ho sempre pensato che per essere sardi fosse necessario nascere sardi, respirare il mare senza attraversarlo , se non a occhi chiusi, per non perdere l’incanto. Ha sempre pensato che fosse la tarra cana, lu bucchiuleddu , e li mani di babbumeu, Ma quando cresci devi anche decidere di esserlo, devi dell’isola maturarne il mistero , il solitario canto, il dover essere di uno stormo,io, ancora un isola: Io dovrei poter essere un sardo.

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