La polemica sulla lingua sarda: il miglior strumento di veicolazione è ancora la musica

Alla luce del recente dibattito apparso su La Nuova Sardegna a proposito dell’ultimo libro di Giuseppe Corongiu Il sardo una lingua normale, che ha visto polemicamente coinvolti il Rettore dell’Università Sassari Attilio Mastino, lo scrittore-antropologo Giulio Angioni, lo studioso ed editore Diego Corraine, lo scrittore-storico Luciano Marrocu, propongo una riflessione che trae spunto da uno spettacolo culturale sulla lingua sarda che avrà luogo ad Oschiri questo venerdì 29 novembre, presso i locali della Fondazione Giovanna Sanna in Piazza Monsignor Bua con inizio alle ore 18.00.

Si tratta di uno spettacolo insieme teatrale, filmico, letterario, musicale, con la mia conduzione in qualità di esperto di lingua e cultura sarda. Elementi colti e dinamiche popolari interagiranno per dare vita a una festa de sa paraula. Da vivere soprattutto nella dimensione dell’ascolto del canto in lingua sarda, a mio parere lo strumento ancora oggi più importante per una autentica veicolazione de sa limba. La poesia tradizionale è sempre stata melica: originata dal canto, trasmessa dal canto e destinata al canto. Ed è stato il principale strumento di comunicazione dei sardi almeno fino alla fine dell’Ottocento. Paraulas et sonos. La prima metà del Novecento, con riferimento ai componimenti in Limba, ha rappresentato una sorta di buio linguistico: metrica uguale al passato, poca produzione di nuove parole e nuove espressioni, ripetitività delle figure retoriche. L’espressione artistica (Ciusa Romagna), il romanzo (Grazia Deledda-Emilio Lussu-il primo Giuseppe Dessì), il saggio (Antonio Gramsci-Franco-Cagnetta-Antonio Pigliaru), il cinema documentaristico (De Seta) soggiogano il discorso poetico-artistico in lingua sarda, sofferente di estrema staticità oltre che incapacità nel comunicare la nuova società. Da questa crisi la lingua sarda viene fuori con il discorso musicale: nel 1963 Benito Urgu e i Barritas ballano il twist cantando in sardo e vestiti in abito tradizionale negli studi ancora in bianco e nero della RAI; negli anni settanta, in pieno furore polemico per i risultati del Piano di Rinascita,  Maria Carta rende accessibile ad altre culture la rivisitazione della nostra tradizione musicale; negli anni ottanta Andrea Parodi dimostra la possibilità di un presente e di un futuro pop anche per la musica cantata in sardo. Quell’isola fisiologicamente musicale che è la Sardegna comunica la sua dimensione ad altri popoli quasi esclusivamente in lingua sarda messa in musica, una sardo-fonia musicale che si presta ad essere il più importante strumento per veicolare sa limba. Ad esempio, quanti tra gli artisti che oggi praticano la musica leggera sarda parlano quotidianamente il sardo come lingua madre? La minoranza, eppure cantano solo in sardo. Quando accade che la lingua sarda comunica la propria semantica ad altri popoli e diventa patrimonio culturale condivisibile anche con chi non la parla? Con la musica e i testi di Elena Ledda (logudorese, campidanese, gallurese, catalano di Alghero, tabarchino); con le contaminazioni etno-jazz di Enzo Favata, Paolo Fresu, Paolo Angeli, Gavino Murgia; con la presentazione, ovunque, della vera radice del bel canto di Francesco Demuro: il canto sardo accompagnato con la chitarra; con le sonorità de sas boghes de su Tenore de Bitti: la formazione Remunnu ‘e Locu alla trasmissione “Quelli che il calcio” e il gruppo Mialinu Pira ad “Affari Tuoi”, il verso Milia vatu cussa trota diventa una frase in sardo nota in tutta Italia. Lo stesso discorso vale tra noi, qui, nell’Isola, con Maria Giovanna Cherchi, Maria Luisa Congiu, Carla Denule e Giuliano Marongiu che diventano icone di un pop nostrano in grado di travalicare il litigio linguistico e nel quale i sardi si rispecchiano ascoltando e ricantando in tutte le varianti linguistiche possibili e anche secondo declinazioni di Limba Comuna. Oltre la musica  il cinema: Mereu, Columbu, Cabiddu, Sanna. Anche in questo caso nascono combinazioni linguistiche tra parlate localizzate con colpi di glottide, campidanese e logudorese.  La cronaca di costume e arte, come quasi sempre accade, è avanti rispetto alle analisi a tavolinu.  Essa dimostra come si può preservare la parlata della comunità e in prossimità proporre la lingua unificata, nell’ordine di una ricchezza e di una cittadinanza linguistica che ha forza di coesione e non soffre di ossessioni-possessioni. Il modo in cui la lingua sarda parla il tempo presente, in fondo, è questo. La variante paesana non è sufficiente per il salto, comunque necessario, dal “costume” alla “comunicazione” più varia: istituzionale, amministrativa, economica, scientifica. Non ho letto il libro Il sardo una lingua normale, mi prometto di farlo quanto prima. Ad essere intellettualmente onesto, in merito a questa polemica, devo riconoscere che l’istinto mi porta ad essere dalla parte di Giuseppe Corongiu. Con tutto il rispetto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...