Finkielkraut: “Progressisti io vi accuso, così l’Occidente ha perduto se stesso”

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Repubblica pubblica un’interessante intervista all’intellettuale ‘neocon’ Alain Finkielkraut. Il suo ultimo libro intitolato “L’identité malheureuse” è il più venduto in Francia, lui è accusato di essere ‘la bella copia’ del Front National ed è irrimediabilmente contro la «questione» dell’identità e del multiculturalismo così come viene posta in salsa moderna. Finkielkraut, figlio unico di un superstite di Auschwitz (i cui genitori, a sua volta, sono stati deportati ad Auschwitz), è stato allievo della École Normale Supérieure, “agrégé” in letteratura e laureato in filosofia. Docente di Cultura generale e Storia delle idee presso il dipartimento di Scienze Umanistiche e Sociali dell’École polytechnique. Membro eminente di una certa Intelligencija parigina, è frequentemente invitato su tutte le emittenti televisive e radiofoniche per la sua capacità di riflessione sulla contemporaneità; la laicità, il valore della repubblica, la scuola, la cultura, gli ebrei e gli ultimi conflitti sul pianeta Terra. Hannah Arendt, Heidegger, Freud, Emmanuel Lévinas e Vladimir Jankélévitch hanno incontestabilmente ispirato il suo pensiero.

La sua riflessione è per noi molto interessante alla luce della débâcle del mondo progressista italiano (in Sardegna ancora peggio) degli ultimi 20 anni e del peso sempre più attuale della questione identitaria in Sardegna. È anche insolito, almeno in Italia, leggere un intellettuale “reazionario”, “conservatore”, di questa portata.
La domanda, alla fine, è: relativismo culturale si o relativismo culturale no?

Qui di seguito l’intervista di Repubblica.

PARIGI – Defilato per qualche anno dall’agone intellettuale parigino, il ritorno editoriale di Alain Finkielkraut è stato fragoroso. L’identité malheureuse, cupa riflessione sull’identità francese minacciata, e dunque infelice, è in testa alle classiche da settimane. Il filosofo prosegue la sua critica antimoderna, contro il relativismo culturale, denunciando i continui attacchi alla laicità, la crisi dell’integrazione degli stranieri, proprio lui che è figlio di ebrei polacchi naturalizzati dopo la guerra. Un pamphlet che intercetta l’air du temps e che, secondo alcuni commentatori, mette in bella copia le pericolose idee del Front National. “È invece la sinistra che, vigliaccamente, ha abbandonato la difesa di alcuni suoi principi repubblicani” risponde Finkielkraut, circondato da pile di libri nella casa di rue Vavin.

Definito da Le Point come uno degli ideologi del nuovo movimento “neocon” francese, galassia di intellettuali reazionari sempre più agguerriti da quando la sinistra è al governo, il filosofo firma uno dei suoi libri più personali, nel quale racconta anche la gioventù da gauchiste del Sessantotto, oggi amaramente pentito.

Si riconosce nella definizione di nuovo intellettuale reazionario?
“Il cosidetto progressismo, inteso come supremazia del politico sulla realtà, ha fallito. Avrebbe dovuto essere sepolto tra le rovine del Muro di Berlino. Oggi, in verità, lagauche non crede al progresso ma all’eterno ritorno, paventando un balzo all’indietro fino agli anni Trenta, preludio di un altro fascismo. Come se il presente non potesse essere nuovo, solo una copia del passato. Rifiuto queste analogie storiche. Penso, invece, che attraversiamo un’epoca inedita che getta nel panico alcuniintellettuali, incapaci di riflettere sull’ignoto”.

Lei sembra un inguaribile nostalgico. Già nel 1987, in La sconfitta del pensiero, criticava la “barbarie del mondo moderno”. L’Identité malheureuse è il seguito ideale?
“Nel suo rapporto alla Storia, l’uomo oggi si sente depotenziato. Il cambiamento non è più quel che facciamo, ma quel che ci succede. Come scrisse François Furet nelPassato di un’illusione, “l’idea di un’altra società è diventata quasi impossibile da pensare”. I governi, la politica, non determinano più un progetto, lo accompagnano semplicemente. Ci ritroviamo a dibattere su alcuni argomenti, come l’immigrazione, a cose ormai fatte. E così ci sentiamo “condannati a vivere nel mondo nel quale viviamo” per riprendere ancora una citazione di Furet”.

Cosa rende, secondo lei, così infelice la Francia?
“Il nostro modello di integrazione non funziona più. In alcuni quartieri o città, le leggi francesi non vengono rispettate. C’è un disagio sempre piùprofondo rispetto a rivendicazioni religiose e culturali che vogliono scardinare le fondamenta della nostra République.
I professori che lavorano in alcuni licei dibanlieue denunciano l’aumento dell’antisemitismo, del sessismo, della francofobia. Ormai l’insulto “sporco francese” è sempre più diffuso. La Francia si è costruita sul modello dell’assimilazione, un sistema di accoglienza alla pari: l’immigrato rinunciava a qualcosa ma in cambio aveva moltissimo”.

Teme che avanzi il modello multiculturale?
“Da figlio di immigrati, mi sento in debito verso la Francia. A scuola nessuno mi chiedeva da dove venivo, in quale religione credevo. Oggi invece ogni immigrato è catalogato per paese, cultura, religione. Bisogna rispettare ogni differenza. Viene proposta una società inclusiva, in cui ognuno arriva con il suo bagaglio e rimane così com’è. Dietro a questa apparente generosità, c’è in un impoverimento dell’ospitalità francese e un abbaglio: la società inclusiva non risolverà la crisi della convivenza.
Le culture non si mettono accanto come negli scaffali del supermercato, dove il sushi sta bene vicino alla paella. Gli stili di vita possono confliggere”.

Lei però attacca una cultura e religione in particolare?
“Non sto facendo alcuna discriminazione, fotografo solo la realtà. Il rischio oggi è minimizzare, chiudere gli occhi. È vero che durante le altre ondate di immigrazione in Francia abbiamo conosciuto tensioni, anche gravi, ma laRépublique non era mai stata contestata nei suoi principi fondamentali. Nessuno sta insultando l’Islam. Dobbiamo dire che esistono regole di convivenza che non possono essere messe in discussione. Quando si fa una legge per vietare il velo nelle scuole, non si escludono le ragazze: si esclude semplicementeil velo”.

In L’Ebreo Immaginario aveva già fatto una riflessione sull’identità della diaspora. C’è un legame?
“In quanto ebreo, sono consapevole che, in passato, il concetto di identità è servito per discriminazioni e massacri. Ho criticato Nicolas Sarkozy quando halanciato il suo controverso dibatitto sull’identità nazionale. Poi però ho trovato incomprensibile l’indignazione di alcuni intellettuali che esageravano nell’altro senso. Non è perché comunichiamo con tutti, nel cosiddetto villaggio globale, che sono scomparse le frontiere. Siamo esseri incarnati, viviamo in un luogo fisico, che determina le nostre emozioni, Se l’Italia dichiara il lutto nazionale per le vittime dell’alluvione in Sardegna significa che c’è un sentire comune, che in questo caso non coinvolge i francesi. La nazione è lo spazio in cui ciò che arriva all’altro succede anche a me. Il relativismo culturale è la base del nichilismo: perdiamo il senso del tragico”.

Quando si è sentito per la prima volta francese?
“A poco a poco, per shock successivi. Da giovane il mio impegno politico era apolide. Sono stato gauchiste, come tutti quelli della mia generazione, contro il “Sistema”, la “Dominazione”, come scriveva Pierre Bourdieu. Poi ho incominciato a leggere le testimonianze dei dissidenti comunisti e mi sono resoconto dell’importanza della democrazia. Sono diventato un antitotalitarista. Solo alla fine degli anni Ottanta, quando sono incominciate le prime querelle sul velo islamico nelle scuole, mi sono sentito difensore della République.

Fino ad allora non mi ero mai interrogato sull’interpretazione francese della democrazia, molto diversa da quella di americani, britannici e forse anche dagli italiani. Sulla laicità, ad esempio, siamo un esempio quasi unico al mondo: le leggi che abbiamo fatto qui in Francia sono considerate liberticide in altre democrazie. Insomma, sono diventato francese invecchiando, sentendo in pericolo tutto ciò che questo paese ha dato a me e alla mia famiglia”.

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