Primo post 2014: dedicato alla lotta alla mafia e alla corruzione

La mia generazione, quella nata negli anni ’70, come dice Andrea Scanzi nel suo celebrato e ben reclamizzato libro Non è tempo per noi – quarantenni una generazione in panchina, è senz’altro cresciuta con un cartoons tristissimo e violentissimo (quasi sfigato) come L’uomo tigre, con i robot antiestetici della saga dei Mazinga e gli improponibili esorcismi atletici dei protagonisti di Holly e Benji. Altre colpe gravi subite: quella genialata satirico-commerciale che è stata Drive in, quel cattivo modello di uomo di sport che era Alberto Tomba, i Promessi sposi che non erano di Alessandro Manzoni ma di Solenghi, Marchesini e Lopez. Il Si truccato “75” e la Vespa truccata “130”, i telefoni-cabine sip per chiamare la fidanzatina sperando non rispondessero i genitori, l’Uni Posca dal colore tamarro (come minimo fucsia), i punk e i paninari, e tante altre cose che con il senno di poi ci sembrano ridicole. Anche in fatto di calcio ci è andata male: nel 1982 eravamo troppo piccoli e nel 2006 troppo grandi per goderci il mondiale vinto dalla nazionale di calcio con la convinzione di poter morire in quel momento. Il nostro mondiale era quello del 1990, giocato in casa, ed è stata una disfatta per colpa di Zenga e Caniggia. E’ vero, si, proprio così. Inoltre presentizziamo parecchio il passato, l’infanzia e l’adolescenza; cerchiamo spesso alibi per ostentare un evidente atteggiamento vittimistico.

A tutto questo, però, è doveroso aggiungere un altro fattore educativo e gli diamo il  nome di 1992. Il tritolo della Mafia e il tintinnio delle manette di Tangentopoli; le stragi ordinate da Cosa Nostra per eliminare Falcone e Borsellino, residui del pool antimafia degli anni ’80, e i mandati d’arresto del pool Mani Pulite di Milano con destinatari i ricettatori di mazzette di vari partiti politici. Palermo una via di mezzo tra Chicago anni venti e Beirut, Milano una capitale sudamericana decadente. Per questo motivo noi siamo la prima generazione che è diventata adulta sapendo che la mafia esisteva per davvero (non solo per le stragi ma anche perché si era già tenuto il maxi-processo) e che anche la corruzione politica-partitica era una dura realtà. Non si trattava di fenomeni mitico-leggendari, no, non più. Se i nomi di Totò Riina e Bernando Provenzano riempiono ancora oggi le pagine di cronaca giudiziaria, quelli di Mario Chiesa e del Pio Albergo Trivulzio, invece, sono dei colti citazionismi di storia recente della politica italiana, trascurati troppo in fretta.

Fatto sta che noi non ci dimentichiamo l’ancorato invito rivolto alla Mafia da parte della vedova ventiduenne dell’agente di scorta Vito Schifani, morto nell’attentato a Giovanni Falcone («Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: “se avete il coraggio…”] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare, loro [applauso]» – clicca qui per vedere il video). E non dimentichiamo neanche la sera del 30 aprile 1993, il momento in cui Bettino Craxi usciva dall’hotel Raphaël di Roma ed entrava nell’auto di servizio sotto una pioggia di monetine. E non solo monetine: banconote da mille lire («Vuoi pure queste, Bettino?»), sassi, accendini, pacchetti di sigarette… volava di tutto in quel giorno divenuto un simbolo nella storia d’Italia (clicca qui per guardare il video).

Caro Andrea Scanzi, forse hai ragione sul segretario-piacione-paninaro Matteo Renzi, sul fatto che sia l’evoluzione del modello educativo anni ’80: la ricerca della profondità in superficie. Magari, però, sei meno virtuoso nell’osannare il Movimento 5 Stelle come unico moto di disapprovazione dell’organizzazione e dell’ostentazione del potere. L’indignazione diffusa esiste da molto prima di Grillo e i due video linkati in questo post  ne sono un significativo esempio. Il nostro esempio.

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