(La recensione) “COSA NOSTRA – STORIA DELLA MAFIA SICILIANA” di John Dickie

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Se qualcuno volesse farsi un’idea concreta di che cosa è l’organizzazione chiamata Mafia può attingere dalle oltre 500 pagine del saggio intitolato “COSA NOSTRA – STORIA DELLA MAFIA SICILIANA”, lavoro firmato dallo storico inglese John Dickie.

La lunga ed esaustiva parte introduttiva chiarisce l’intendimento dell’autore: seguire la storia dell’organizzazione mafiosa senza mai dimenticare la pluri-cornice storica, economica e politica in cui essa si è evoluta da metà Ottocento fino ad oggi, uno sfondo che è insieme siciliano, italiano e americano. Il filo della ricerca segue esempi italiani molto significativi quali i classicissimi ed indispensabili Diego Gambetta di “La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata” e Salvatore Lupo della “Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni”.

La mafia fa affari ma non è una congrega di affaristi. Traffica, ma non è una banda di trafficanti. Tratta con i politici ma non è un partito politico. È un’organizzazione criminale ma non è solo “criminalità organizzata”. Il saggio di John Dickie indaga con completezza e rigore l’intero tempo mafioso, dalle origini ottocentesche ai risultati odierni. Emerge con forza la fotografia di una struttura criminale che aspira a modellarsi sullo Stato strappandogli le funzioni fondamentali, dal monopolio della violenza al controllo territoriale.

Convincente la localizzazione dell’origine del fenomeno mafioso nel primo Ottocento: seguendo le indicazioni di Gambetta e Lupo l’autore individua tale momento nelle modalità specifiche del processo di dissoluzione del feudalesimo. Una dissoluzione tardiva che, in presenza di una debole classe dirigente e di strutture statali inadeguate a rivendicare a sé il monopolio della violenza, ha prodotto incertezza e disordine in tre settori fondamentali: nel controllo della forza-lavoro contadina, nei diritti di proprietà, nei diritti di uso, esclusività e priorità nell’utilizzazione delle risorse. Le tensioni sorte, ovvie in una società in corso di modernizzazione, non furono lasciate alla logica delle forze di mercato: non si attese che i meccanismi dei prezzi e della concorrenza le risolvessero. I fenomeni di delinquenza mafiosa nascono in una logica di modernizzazione distorta, o violenta: la domanda di protezione che nasceva da questo processo di rapida modernizzazione trovò, in assenza di forti strutture statali, dei fornitori di protezione emersi dallo scioglimento dei legami feudali e dalla fine del controllo baronale, cioè i mafiosi. E quali sono i “luoghi” dove ha origine la mafia? Essa è stata di volta in volta vista collegata al latifondo, ai mercati urbani o all’uso della violenza nei conflitti locali ma, considerando i mafiosi come venditori di “protezione”, si è in grado di situarli nel punto intermedio in cui la ricchezza urbana e la prosperità commerciale potevano combinarsi con profitto alla rudezza contadina. La mafia non salta fuori completamente formata dai latifondi, e neppure appare semplicemente dove più vivaci erano i commerci, ma dove questi mondi si incontravano, il che fornisce la spiegazione del perché ancora oggi le famiglie mafiose vincenti provengano da paesi come Corleone e così importanti siano le mafie provinciali.

Superata l’origine, a partire da metà dell’Ottocento, John Dickie dipana una teoria interminabile di nomi, a volte mafiosi altre sfidanti della mafia o semplici osservatori del fenomeno oppure politici legati a questioni di mafia. I mafiosi secolari Antonino Giammona e Raffaele Palizzolo, i primi omicidi eccellenti: il marchese Emanuele Notarbartolo (1893) e l’uomo di polizia italo-americano Joe Petrosino (1909). Grande spazio, ovviamente, all’insediamento della Mafia negli Stati Uniti, tra il 1900 e il 1940, in seguito all’emigrazione in massa dei siciliani verso la terra promessa (800.000 solo a New York), e anche il perché i mafiosi italo-americani più importanti provenissero dai paesi dell’entroterra palermitano e non direttamente dal capoluogo (ad esempio paesi come Cinisi e Castellammare del Golfo). Lucky Luciano e Al Capone sono la storia del gangsterismo americano ma anche la storia dei legami e degli intrecci tra mafia siciliana e mafia americana. Se il primo business mafioso era legato al racket territoriale e al commercio di agrumi Palermo-New York, successivamente questa strada si evolverà in ragione del traffico di eroina e vedrà l’incrocio alternato di Mafia italo-americana, repressione normativa e giudiziaria italiana e statunitense. Lo stesso termine “Cosa Nostra” nasce negli States tra gli affiliati dell’organizzazione e viene importato in Sicilia durante il Novecento.

Nel 1957 il boss italo-americano Joe Bananas, originario di Castellamare del Golfo e a capo della dinastia mafiosa newyorchese dei Bonanno, soggiorna in Sicilia per un lungo periodo. La Cuba di Battista sta per essere conquistata dal duo Castro-Che Guevara e i capo-mafiosi americani sanno di aver perso il paradiso offshore della raffinazione e distribuzione dell’eroina. Joe Banana chiede alla Mafia siciliana di entrare nel giro: i marsigliesi seguiranno la raffinazione e i siciliani la distribuzione, lungo quella sinistra tratta che da molto più di un secolo si chiama Palermo-New York. Negli anni settanta, ironia della sorte, la Sicilia diventerà padrona di questo mercato e ciò porterà alla mattanza del 1982-83, meglio nota come seconda guerra di Mafia, vinta dal clan dei corleonesi capeggiato da Totò Riina (Luciano Liggio, il precedente boss, venne arrestato nel 1974) contro la mafia palermitana elegante e profumata dei Bontade e degli Inzerillo.

Dickie ci spiega un altro aspetto. La Mafia è quasi sempre in guerra, almeno sino al 1993; non ha senso parlare di una prima e una seconda “guerra di mafia”. Gli osservatori hanno sempre avuto notevoli difficoltà a cogliere i delicati e sottili meccanismi di equilibrio di Cosa Nostra siciliana. Ed è stato così fino al cosiddetto “teorema Buscetta”, diventato verità giuridica nel 1992.

Durante gli anni ’80, vinto lo scontro con le altre cosche, il clan dei corleonesi impose una dittatura in seno a Cosa Nostra. Questa vittoria “totale” avvenne grazie a una strategia tipicamente mafiosa: i corleonesi sono stati un cancro in seno alla Mafia così come solitamente lo è stata la Mafia in seno allo Stato. Quel gruppo di “viddani” (contadini provenienti dall’entroterra), arrivati a Palermo a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta dopo aver eliminato il boss di Corleone Michele Navarra, capeggiati inizialmente dalla primula rossa e sciancato Luciano Liggio (soffriva del morbo di Pott) e poi da Totò u’ curtu, conquistarono Palermo e la Sicilia. Non solo capi, la “famiglia” ha avuto un nucleo di killer storici efficaci e imprendibili come Calogero Bagarella (morto nella strage di Viale Lazio nel 1969), Leo Luca Bagarella, Bernardo Binnu Provenzano detto u’ trattori. Dalla seconda metà degli anni settanta la squadra della morte comprese anche Pino Greco detto Scarpuzzedda (cui sono addebitati circa 60 omicidi molti con successivo scioglimento nell’acido dei cadaveri), Filippo Marchese, Antonino Madonia, Mario Prestifilippo. A questo gruppo di killer sono stati attribuiti tanti assassini eccellenti: i mafiosi più importanti per Palermo e per gli Stati Uniti, Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo; gli uomini dello Stato o della società tra i quali il magistrato Rocco Chinnici, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, l’onorevole Pio La Torre, il vice-brigadiere Antonino Burrafato, l’agente di polizia Calogero Zucchetto.

Gli anni più recenti parlano dell’epica di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, del loro sacrificio e del velenoso clima in cui vivevano. Famosa la polemica mossa dallo scrittore Leonardo Sciascia sui “professionisti dell’antimafia” e sbattuta sul quotidiano nazionale borghese per antonomasia, il Corriere della Sera. Molta importanza viene data al personaggio prima mafioso e poi pentito, ma sempre uomo d’onore, Tommaso Buscetta. Segue il resoconto delle stragi del 1992-93, l’arresto di Riina, Bagarella e Provenzano.

Pagine toccanti quelle su Peppino Impastato di Cinisi. Destinato ad essere un rampollo mafioso (il padre era un uomo d’onore) diventò il più importante avversario del boss del suo paese e trafficante internazionale di eroina Tano Badalamenti. Su ordine di quest’ultimo è stato ucciso nel 1978.

Non mancano i riferimenti alla grande letteratura siciliana: il verismo di Giovanni Verga, “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia, un Andrea Camilleri alle prime armi. Non viene citato l’altro grande della cultura siciliana, Luigi Pirandello.

“Cosa Nostra – Storia della Mafia siciliana” di John Dickie è un saggio di ampio respiro, una splendida lettura per chi ha voglia di conoscere e capire il fenomeno umano chiamato Mafia immergendosi in una lettura a 360 gradi. Un libro che viaggia insieme ai maestri e ai lavori che hanno ispirato Dickie: Diego Gambetta con “La mafia siciliana. Un’industria della protezione privata” e Salvatore Lupo con “Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni”.

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