Fanta-biografia di Francesco Pigliaru fu Antonio. Ciò che nel PD sardo non sanno è che…

Francesco Pigliaru e il padre Antonio Pigliaru
Francesco Pigliaru e il padre Antonio Pigliaru

La candidatura di Francesco Pigliaru offre indirettamente  l’occasione per parlare del padre Antonio. Un uomo del Novecento, morto prematuramente a soli 47 anni nel 1969. E’ stato tutto: giovane e incosciente fascista, malato cronico; ha amato Croce e Gentile, Gramsci e Marx. Ha amato la Sardegna e su di essa ha scritto un saggio sottile e raffinato La vendetta Barbaricina come ordinamento giuridico. Ha messo in critica la Rinascita e la Costa Smeralda nel loro sorgere, ha duramente contestato lo scarso carattere autonomistico degli intellettuali sardi e il loro fallimento, come intellettuali e come autonomisti (il concetto di autonomia tradita nasce con lui). Ha fondato la rivista Ichnusa e con essa ha creato una significativa pagina intellettuale e d’approfondimento. Epica la sua presentazione/introduzione del film Banditi a Orgolo a Sassari nei primi anni sessanta. I figli non sempre hanno a che vedere con i genitori, ad ogni modo, qui di seguito, riporto l’humus in cui è nato Francesco Pigliaru e così facendo offro una sintesi di una vita intensamente vissuta, in Sardegna ma da cittadino «totale», quella di Antonio Pigliaru.

(Come fonte principale di quanto scritto sotto cito il sito http://www.pigliaru.it/)

Come stupendamente descritto belle pagine de Il giorno del giudizio di Salvatore Satta coloro che dal paesino/paesotto si trasferiscono in città coltivano spesso forza d’animo e ambizioni superiori alla media.

Antonio Pigliaru, padre del candidato a presidente della regione sarda Francesco, è stato un caso a metà. Emigrante d’arrivo e di ritorno. Il padre Pietro è di Orune, di famiglia contadina in un luogo in cui i contadini equivalgono all’ultima classe sociale; la madre, Maria Murgia, è di Sassari e si trasferisce a Orune per lavoro. Entrambi fanno gli insegnanti  elementari, si sposano nel 1909. Antonio nasce l’anno della Marcia su roma, nel 1922, sempre ad Orune, ultimo di cinque figli. Il 3 maggio del 1924 il padre Pietro muore suicida. Finite le elementari Antonio si trasferisce a Sassari e viene affidato ai nonni materni. Nel 1941 si iscrive alla Facoltà di lettere e filosofia di Cagliari. Anni di militanza sofferta all’interno di un sistema politico che Pigliaru, più avanti, dirà “disperatamente amato”, lo Stato fascista. Anni in cui si ammala ai reni, in seguito sarà un dializzato fino alla morte.

Il 21 marzo del 1944 viene arrestato. E’ accusato con altri, più grandi di lui, di reati gravissimi: attentati contro l’integrità, l’indipendenza o l’unità dello Stato; favoreggiamento bellico; spionaggio; guerra civile; cospirazione politica. Il primo è punito addirittura con la pena di morte. Il corpo del reato consiste in una busta contenente cinque fogli: uno manoscritto, due dattiloscritti, due ciclostilati. La busta viene sequestrata. Un tale Tanda rivela i contenuti del complotto: raggiungere Salò, creare un collegamento con la Sardegna, favorire il ricongiungimento dell’isola con i “repubblichini” dopo l’insurrezione del popolo sardo e fa i nomi dei cospiratori da lui conosciuti, tra i quali quello di Antonio Pigliaru. Il processo si chiude con sentenza emessa il 19 agosto del ’44. Pigliaru viene, insieme ad altri, condannato a sei anni di reclusione. Rimane in carcere dal giorno dell’arresto fino al 26 giugno del 1946 quando usufruisce della amnistia voluta da Togliatti.

Da questo periodo di reclusione trascorsa nelle carceri di Oristano, di Alghero e dell’Asinara: il Saggio sul valore morale della pena pubblicato nel 1952, le Meditazioni sul regime penitenziario italiano pubblicato nel 1954 e un ricco epistolario che lascia intravedere le difficoltà fisiche e psicologiche che Antonio ha attraversato. Nella riedizione delle due opere del 1959 un ricordo della madre e del suo fondamentale ruolo perché

se quell’esperienza ha consentito queste meditazioni, moralmente e quindi intellettualmente finendo col costituire un’occasione di pensiero e di vita, ciò è stato possibile, ancora una volta, proprio per come con l’alto esempio di tutta se stessa, aveva saputo insegnarci quell’amore a tutte le vicende che ti accadono, in cui consiste l’inizio di questa povera cosa che è la filosofia.

Dopo la scarcerazione Antonio vive a Sassari un periodo di isolamento dedicato a studi importanti e a riflessioni lunghe e meditate. Si laurea a Cagliari, nel 1947, completando la ricerca già iniziata in carcere, con la tesi Attualità di Leopardi. Agli studi condotti su autori tradizionali si affiancano richiami a Husserl, Jasper, Feuerbach, Unamuno, Ortega y Gasset, Serra. Del critico “trasgressivo” Renato Serra una citazione sulla tesi di laurea di sapore autobiografico:

non può essere concesso a nessuno di prendere congedo dal proprio angolo (…) scrollando la polvere del passato, voltando come verso un destino rivelato e decisivo un’anima leggera ed affrancata da tutte le responsabilità precedenti.

Nel novembre del 1946 esce il primo numero della rivista “Ichnusa” sulla quale si pubblica un po’ di tutto. La rivista non ha ancora maturato una connotazione organica, solo più tardi diventerà il punto di riferimento degli intellettuali isolani.

Alla novena di Natale del ‘46 incontra Rina Fancellu. Nasce un legame fortissimo che durerà tutta la vita. Rina studia giurisprudenza. Un carteggio epistolare testimonia l’intensità del loro rapporto.

Nel 1950 diventa assistente ordinario della cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Sassari e pubblica la sua prima opera organica Considerazioni critiche su alcune posizioni del personalismo comunitario, che testimonia ancora il suo forte legame con l’idealismo gentiliano.
Nel gennaio del 1951 Rina e Antonio si sposano. In primavera si recano a Roma. Pigliaru vuole incontrare Giuseppe Capograssi  importante filosofo del diritto, che dal ’13 al ’15 ha insegnato a Sassari nella facoltà di Giurisprudenza e al cui pensiero saranno dedicate numerose opere. Il 10 gennaio del 1952 nasce Giovanni. Il 13 maggio del 1954 nasce Francesco. Nello stesso anno Antonio consegue la libera docenza in Filosofia del diritto mentre Rina si dedica totalmente alla cura dei figli. Nel 1955 l’Università di Cagliari gli conferisce l’incarico per la cattedra di Psicologia.

Dal 1949 al 1953 mantiene un lungo rapporto epistolare con Bottai. Il ministro fascista è stato, durante il regime, per molti giovani tra i quali Pigliaru, punto di riferimento. La lettura delle lettere conferma i tormenti di Antonio per scelte che gli appaiono inconciliabili. Gentile è stato giustiziato, Bottai abbandona l’Italia.

Temi quali la fedeltà e la coerenza, echi delle lunghe riflessioni dell’immediato dopoguerra: i fedeli, i traditori, i “voltagabbana”, i qualunquisti, mai visti come possibile punto di riferimento, sono ancora presenti nelle sue lunghe meditazioni.
Gli studi e le pubblicazioni ruotano intorno al pensiero di Croce e Gentile. Lentamente, però, questi interessi si affievoliscono lasciando spazio a problemi più concreti.

Riforma agraria, scuola, banditismo diventano temi centrali che, negli anni cinquanta, testimoniano l’allontanamento dall’idealismo e la scelta di un lessico più accessibile ai lettori. Alla riforma “Segni” vengono affidate le speranze che l’abolizione del latifondo crei la nuova figura del piccolo proprietario, la cui presenza diffusa sul territorio sia in grado di avviare la soluzione della “questione meridionale”. La riforma “Segni”, però, darà presto i segnali del suo fallimento. I poderi degli assegnatari garantiscono il sostentamento della famiglia contadina ma non consentono gli accumuli di capitali necessari al decollo economico.
La lotta all’analfalbetismo combatte un’altra antica piaga responsabile dell’arretratezza della Sardegna. Tutti i paesi, anche i più piccoli, hanno la scuola elementare. Le pluriclassi rurali diffondono la capacità di leggere, scrivere e far di conto. La riforma della scuola media inferiore sarà per Pigliaru un nuovo impulso all’approfondimento degli studi sulla pedagogia.
Introdursi nelle regole che connotano il banditismo significa affrontare un problema antico che ormai sta diventando di interesse nazionale. I sardi non si sono mai riconosciuti nello Stato italiano. I codici non scritti regolano il loro comportamenti anche quando per la legge nazionale si configurano come reati. E’ prassi, nella comunità pastorale dell’Isola, il prelievo del bestiame altrui momentaneamente incustodito. Lo Stato italiano considera furto questa prassi e ne persegue gli autori. Da qui la latitanza degli abigeatari e la strenua lotta senza vincitori tra pastori e forze dell’ordine.

Nel marzo del 1956 escono gli Atti di studio sul banditismo in Sardegna. Si tratta di un ciclostilato contenente le schede di un lavoro svolto dagli studenti guidati dai professori Francesco Cossiga e Paolo Sylos Labini. La ricerca è coordinata da Antonio Pigliaru. Sempre nel 1956 Sergio Cotta comincia a prospettare la possibilità di un concorso per la cattedra universitaria.
Il 23 aprile dello stesso anno muore Giuseppe Capograssi. Pigliaru pubblica su “Studi Sassaresi” Capograssi in memoriam. Si tratta di una svolta, una svolta importante rispetto al periodo in cui l’interesse principale era dedicato agli studi su Giovanni Gentile.
Sempre nel 1956 Pigliaru decide di dare un nuovo ruolo alla rivista “Ichnusa”. Il gruppo redazionale si rinnova completamente, vengono reclutati giovani collaboratori che hanno il compito di elaborare un progetto per la creazione di una rivista che dia voce alla questione sarda. Gli editoriali, redatti da Pigliaru, vengono sempre più spesso dedicati ai problemi della Regione e la rivista si propone come laboratorio di discussione, chiamando a raccolta gli intellettuali sardi che vogliano impegnarsi per la rinascita dell’ isola. “Ichnusa” testimonia un periodo di grande ricchezza e vivacità culturale che chiude definitivamente l’epoca delle sue produzioni mediocri.

Nel biennio 1956-58 l’università di Cagliari conferisce a Pigliaru l’incarico dell’insegnamento di Dottrina dello Stato. Nel 1956 compaiono i primi sintomi della ripresa della malattia, imputati da Rina al freddo e alla stanchezza dei frequenti viaggi a Cagliari. Nel 1957 escono le Considerazioni sulle riviste dei GUF. L’opera rappresenta una svolta importante. Lo spunto viene da Zangrandi che nel 1956 propone su il “Punto” un dibattito sulla generazione dei littoriali. L’opera di Pigliaru parte da una riflessione di fondo sulla “generazione intellettualmente maturata tra il ’35 ed il ’40:

quella generazione che non avendo avuto nel nascere e nell’affermarsi del fascismo alcuna responsabilità, nel fascismo conosceva il mondo in cui il rapporto cronologico del suo nascere l’aveva “gettata”: generazione quindi che nasceva “ fascista” per un mero fatto di stato civile e che da un mero fatto di stato civile veniva chiamata ad essere una generazione fascista (…) generazione fascista per antonomasia allora, e che per questo veniva detta di “di” Mussolini (…) coinvolta nella vicenda del fascismo senza apparenti e subito visibili possibilità d’appello.

Ci vuole un grande coraggio. Pigliaru non ha mai accettato di schierarsi con un partito e questo rende più difficile la sua collocazione politica. Molti lo ritengono ancora fascista. Pochi hanno cognizione dei suoi tormenti e dei sensi di colpa che l’hanno spinto a tacere.
Rotto il silenzio, il tema sarà affrontato sempre più spesso. Tutte le occasioni saranno sfruttate per proporsi come testimone per i più giovani a mano a mano che la disattenzione verso il fascismo diventa rischio di mancata vigilanza. Mancata vigilanza che può far si che ci si trovi a dover affrontare, pur rispetto ad altre vicende, gli stessi problemi.

La cultura sarda si è a lungo posta in disparte sottraendosi ai suoi obblighi. Pigliaru diventa punto di riferimento degli intellettuali che operano per la rinascita della Sardegna.
La seconda metà degli anni cinquanta vede il rinnovamento della Democrazia Cristiana con la rivolta dei Giovani Turchi, la crescita del consenso intorno alla rivista “Ichnusa”, il crescere della ostilità dei gruppi cattolici che considerano Pigliaru uno da combattere, i tentativi non andati a buon fine di alcuni partiti politici di averlo con loro.
Nel 1958 il ricovero in clinica sembra allontanarlo dai suoi impegni. La stanza della clinica si trasforma, però, in uno studio frequentato da amici, compagni di lavoro, allievi. La moglie Rina cura con grande impegno i rapporti col mondo esterno. Antonio accetta la malattia come una compagna di vita.
Nel 1959 esce La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Opera importante e nota che ha, tra gli altri, il merito di portare all’attenzione nazionale uno dei problemi più gravi della Sardegna la cui estraneità alle regole dello Stato nazionale affonda le radici in tempi assai remoti. Pigliaru dichiara esplicitamente di dover abbandonare la teoria istituzionalistica dell’ordinamento giuridico per fare propria quella pluralistica che fa capo a Santi Romano la cui concezione di organizzazione sociale, strutturata come istituzione capace di fondare un ordinamento giuridico, si presta egregiamente a fornire basi scientifiche al lavoro che Pigliaru vuole condurre. Altro non può farsi di fronte alla necessità di studiare le regole giuridiche che connotano il comportamento della comunità del “noi pastori”.
Iniziata nel 1954, La vendetta risente di consistenti tagli operati da Widar Cesarini Sforza che dirige le edizioni dell’Istituto di Filosofia del diritto dì Roma. La motivazione è, anche, quella di renderne più fruibile la lettura. Pigliaru accetta i tagli e elabora una proposta interpretativa che, ad oggi, rimane una tappa necessaria per chi voglia porsi di fronte al problema del banditismo in Sardegna.
La conoscenza dell’opera diventa fondamentale per chiunque voglia capire la Sardegna e questo vale per chi ne fa oggetto di osservazione e di ricerca come per chi elabora analisi più rapide destinate alle cronache dei giornali. Inviati speciali come Gigi Ghirotti, Franco Nasi, Giorgio Pecorini utilizzano sistematicamente, nelle loro indagini, le discussioni fatte con Antonio, la cui competenza è considerata irrinunciabile.
Da una lunga e faticosa ricerca, arricchita da indagini svolte nel territorio più interno dell’isola, emergono ventitre articoli: dieci sui principi generali, sette sulle offese, sei sulla misura della vendetta.

La Vendetta viene letta come il primo libro che spiega la vocazione “delinquente” della Barbagia e la teorizzazione del mito del bandito buono. L’osservatore di turno parla di nuovo corso e spesso si chiede se sia vivo o morto il banditismo descritto da Pigliaru, rivelando così di non essersi liberato, con una lettura adeguata, degli stereotipi più vieti. Nessuna delle pagine del saggio si presta a confortare questa interpretazione. Pigliaru non manifesta né indulgenza né complicità, l’unico sentimento che trapela è la pietà per questo mondo abbandonato a una condizione di vita dettata dai ritmi naturali della pastorizia nomade. Rispondendo a un imperativo di giustizia, egli presta a questa i suoi strumenti, quelli che consentono, alla chiusa comunità barbaricina, di trovare le parole per comunicare con l’esterno.
Presenta alla Regione un piano di lavoro per una ricerca sul banditismo sardo. E’ un progetto di studio multidisciplinare collegato al seminario di Dottrina dello Stato, garantito per la sua validità scientifica dalla competenza degli esperti coinvolti e soprattutto esplicitato nei contenuti e nei metodi.
I luoghi comuni che pretendono di definirla come nuova: la venalità, la crudeltà, l’abigeato sostituito dal sequestro, l’organizzazione mafiosa dei banditi, sono gli esiti del pressappochismo con cui si affronta l’ipotesi della novità. I cambiamenti reali, o quelli supposti tali sono una variabile dipendente dai mutamenti che la Sardegna sta subendo: la speculazione sulle coste, l’insediamento dei poli di sviluppo, il fallimento dei piani di rinascita, la scarsa incidenza dei finanziamenti all’agricoltura sul tessuto della realtà pastorale.

A un brano del saggio Un’intervista sul problema del banditismo in Sardegna il compito di ribadire alcuni punti fermi a partire da risposte concrete a problemi concreti:

Da una parte le ragioni di una società e di una cultura che tendono a vivere in termini di storia moderna, e anzi contemporanea, dall’altra le ragioni e i modi di una vita cristallizzata sul chiuso delle valli, come direbbe Gramsci (ma ad altro seppure analogo proposito), una vita depauperata e risentita all’estremo continuamente ed ulteriormente messa in scacco e in crisi dall’esterno, senza rispetto ai fatti marginali e sempre, insomma, in termini disorganici ed episodici. E quindi ancora: da una parte, l’esperienza e le forme della società moderna, lo Stato, la politica, i partiti della democrazia, i sindacati, gli strumenti e i modi della lotta moderna: e, in conflitto con tutte queste cose, ma insieme coesistenti con tutte queste cose, un familiarismo chiuso e apparentemente incapace di svolgimento e di sviluppo; le cosiddette comunità locali atomicizzate all’infinito sul piano di solidarietà o sempre occasionali o sempre a due; il codice della vendetta; un linguaggio (alla fine) privo di presa sulla realtà, fortemente condizionato e condizionante

Il riferimento più significativo è a Gramsci, un passo tratto dalle Note sul Machiavelli:

non “può esserci riforma culturale e cioè elevamento civile degli strati depressi della società, senza precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico”.

Rifiutando, con Gramsci, qualunque ipotesi di meccanicismo naturalistico Pigliaru risponde, chiarisce, sfata miti, non per sottrarre a critiche l’analisi della vendetta ma per portare sulla strada della corretta interpretazione quanti non si vogliano accontentare di soluzioni facili. Quanto agli interventi dello Stato, ne paventa il potenziale contributo al degrado:

Quanto a un certo modulo di intervento (opere pubbliche) si capisce che è il più falso, in larga misura anzi il più compromettente. Primo, perché nasce da una diagnosi del tutto sbagliata; secondo, per la sua evidente episodicità; terzo, per il materialismo volgare che di fatto lo anima. Nessuna società e nessuna ideologia sono volgarmente materialistiche come quella società e quella ideologia espressa da una borghesia che abbia perduto (o come quella sarda, non abbia mai avuto) l’originaria carica democratica, un’ originaria carica democratica, un originario impulso rivoluzionario. Nessuna civiltà è tanto bassamente materialistica come quella che suppone così facile e così automatica la compravendita dell’uomo. La confusione più grave (forse intenzionale), è nella rapidità con cui si trascorre dall’ipotesi di una ferma connessione tra struttura economica (…) barbaricina e banditismo, a quella di una criminalità meramente e automaticamente determinata da semplici fatti di miseria, da povertà in senso stretto, da una mera condizione personale, privata. Il banditismo sardo non è il risultato di una situazione di povertà individuale, perché è il risultato di una struttura economica, di un’economia povera strutturalmente, arretrata e arcaica, via via impoverita dal permanente stato di conflitto in cui si trova presa nei confronti di tutto il quadro dell’economia moderna, alla quale, infine, risulta profondamente alienata.
Combattere una situazione di questo tipo con provvedimenti occasionali e marginali come le opere pubbliche (i cantieri di lavoro!), ha significato qui, solo un ulteriore inasprimento dell’economia barbaricina originario e forse un certo inasprimento del cosiddetto banditismo del sabato (le rapine per il vino della domenica, nei periodi vuoti tra cantiere e cantiere, tra opera pubblica e opera pubblica); (…) temo che il pezzo pagato dalla comunità barbaricina (e dalla Sardegna in generale) a questa “politica delle opere pubbliche” e dei cantieri di lavoro sia piuttosto alto: ed è per questo che non posso pensare la politica delle opere pubbliche se non come una politica di espedienti, priva di prospettive e di reale possibilità di durata.

E Pigliaru racconta la storia degli operai tristi e di quelli allegri, tristi quelli costretti a allineare mattoni, allegri quelli impegnati nella costruzione di una cattedrale, tristi certamente quelli di Orune che appena finita una tubatura per le fogne la facevano saltare per ricominciare da capo.

Il 1962 può essere ricordato come un anno emblematico perché Pigliaru tiene un diario, un “quaderno segreto”. Si tratta di una sorta di espediente letterario che serve ad annottare pensieri, riflessioni, o prese di posizione. Frutto di una quotidiana abitudine a meditare, scrivendo su fogli volanti, su pagine di agende parzialmente utilizzate o ai margini di materiali di documentazione, il “quaderno segreto” uscirà poi su “Ichnusa” con una struttura definitiva datagli dall’autore.
La parte più interessante è l’abbandono del pudore che per anni gli aveva impedito di parlare apertamente del suo essere stato fascista, ora l’argomento viene affrontato con tutto il sollievo di chi si concede il conforto per un peccato espiato.

Salvarsi dal fascismo, salvare i nostri figli da una vita e una esperienza simile a quella che la mia generazione ha dovuto vivere, scontare per quali peccati non lo sapremo mai: per i nostri figli, per Giovanni e Francesco, il peccato tuttavia sarebbe il mio. Il fascismo è stato anche il mio fascismo. (…) Guarda tuo figlio: e pensa e conta tutto da capo: ricorda per esempio con quale tono un giorno ti ha chiesto se era vero che tu, proprio tu, col nome e col cognome che hai, eri stato, una volta un fascista (…)

Nel marzo del 1962 viene posta una carica di dinamite sotto la lapide che sulla facciata del Palazzo Ducale, sede del Comune di Sassari, ricorda il 25 luglio. Improvviso riemerge, sugli organi di stampa, il discorso sul fascismo, in una città che non ha mai palesato grandi passioni, né a favore né contro.

L’esplosione dinamitarda di Sassari è un fatto grave: darne un’interpretazione minore non significa attenuarne la portata, ma al contrario. Insomma se accettiamo la malizia di chi cerca di spiegarci che si tratta “di pochi sconsiderati,” dobbiamo dire che l’aspetto più sconcertante di questa faccenda comincia proprio da questo fatto.

E in un articolo uscito su “Sardegna oggi” Il primo dei mille tradimenti in aprile:

Siamo giusti: cosa abbiamo fatto, noi della “generazione di Mussolini” per trasmettere ai nostri fratelli minori, a questi nostri primi figli la lezione della nostra esperienza (…). All’indomani eravamo stanchi e mortificati, carichi di vergogna e di superbie inutili, (…) vittime e insieme complici di una devastazione che era stata profonda anche in noi. (…) Credo pertanto che spetti a noi, proprio per la crisi di fedeltà che abbiamo sofferto, per rispetto di una vita che abbiamo dovuto strappare, dire ai nostri fratelli minori: “Attenti all’inganno: il fascismo non sa essere (cioè non può essere) neppure violenza. Anche come violenza è solo una incredibile e impossibile mistificazione (…) è la mistificazione di tutto, e in questo senso rappresenta la misura più bassa e degradata dell’uomo.

Un altro tema: gli abbandoni teorici e pratici rispetto al problema dell’autonomia. Gli intellettuali hanno grandi colpe omissive per non aver sviluppato il loro ruolo rispetto alla costruzione dell’autonomia. La Sardegna poteva e doveva essere laboratorio privilegiato di questa esperienza.
Ma la storia dell’autonomia sarda è la storia del tradimento dell’autonomia. La colpa più grave è quella di averne elaborato solo a livello teorico il concetto. La colpa degli intellettuali è colpa in vigilando, “inerzia”, complicità oggettiva. Questa egemonia culturale assolutamente negativa ha permeato di sé la concezione dell’autonomia e della rinascita, ne ha proposto una visione riduttiva, l’ha svilita richiudendola in luoghi comuni.
Per Pigliaru la classe politica e la cultura della borghesia sarda sono corresponsabili, la prima perché ha sistematicamente svuotato di significato tutto ciò che avrebbe potuto realizzare l’autonomia, la seconda perché vi ha costruito sopra una serie di concettualizzazioni qualunquistiche.
Nell’agosto di questo 1963 ricchissimo “Ichnusa” organizza a Nuoro uno stage di otto giorni su Piano di rinascita e l’educazione degli adulti. Si tratta di un tema che a Pigliaru sta molto a cuore.

Nell’agosto di qust’anno ricchissimo “Ichnusa” organizza a Nuoro uno stage di otto giorni su Piano di rinascita e l’educazione degli adulti. Si tratta di un tema che a Pigliaru sta molto a cuore.
Presiede lo stage Ross D. Waller, professore di inglese all’Università di Manchester e esperto nominato dall’ OECE per il progetto Sardegna. L’esperimento pilota, condotto in una zona omogenea individuata nell’Oristanese, era partito dall’esigenza, nata già nel 1948, di preparare le zone più svantaggiate a ricevere e a sfruttare adeguatamente gli aiuti che l’ Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica intendeva dare per incrementare la produttività delle imprese dei paesi membri.
Pigliaru aveva dedicato al progetto un numero monografico di “Ichnusa” . L’amicizia con Ross D. Waller era nata in questa circostanza.
Il professore inglese, tornato in Sardegna del 1966, su invito dell’Umanitaria scrive in una relazione destinata ad uso interno:

da Pigliaru forse c’è qualcosa da imparare. Egli mi invitò a visitare il suo gruppo di ferrovieri che si raduna in una piccola aula, dove ci sono banchi lavagne tranquillità (…). Ce n’erano circa 15: persone mature, criticamente indipendenti, cortesi amichevoli. Sia nell’aspetto che nel modo di parlare e ragionare erano esattamente identici a una delle classi della Wea inglese (…). Il programma di quelle riunioni prevedeva una serie di discorsi e discussioni sui massimi problemi politici italiani. Era il gruppo che non aveva la continuità di una classe della WEA, perché gli interlocutori erano diversi e venivano da Pigliaru invitati di volta in volta. Però Pigliaru è sempre presente tutte le sere alla riunione, sempre che la sua salute glielo consenta. Era seduto in un angolo accanto al primo banco, tutto intabarrato in un pesante cappotto: modesto, tranquillo, molto aperto; parlava in modo semplice, disinvolto, chiaro, intimo, senza alcun colore o sfumatura accademica o cattedratica. Così facendo riusciva a stimolare interventi sia nei riguardi dei membri del gruppo che nei miei riguardi. Sono rimasto molto colpito da questa esperienza. Mi sono detto che questo è il rapporto desiderabile che deve intercorrere tra il mondo universitario e il modello di lavoro (…). In Inghilterra noi consideriamo i tipi come Pigliaru modello e ispiratore di lavoro.

Le lezioni ai ferrovieri o quelle alle commesse della Upim sono il primo nucleo di una esperienza che si estende nel nord Sardegna. Vengono coinvolti molti intellettuali che organizzano dei corsi sulla Costituzione, sull’antifascismo, sulla resistenza sul diritto affinché si impari a distinguere le leggi democratiche da quelle che non lo sono.
Ma il versante più importante di questa esperienza è quello relativo ai maestri. Prassi avanzate sul piano dei contenuti e su quello didattico fanno del Centro maestri una struttura d’avanguardia che affianca la sua attività a quelle di “Ichnusa”
Nell’agosto del 1964 muore Togliatti, nell’autunno dello stesso anno, senza alcun apparente legame, viene compiuto un attentato dinamitardo contro la sezione “XIV luglio” del Pci. La stampa locale lo riduce a atto di teppismo, uno fra i tanti sconsiderati esempi di insulsaggine di una gioventù annoiata.
In nome di un dovere da esercitarsi soprattutto con le nuove generazioni Pigliaru adotta una linea molto dura di denuncia e di chiarificazione. Sassari è una città fondamentalmente fascista che alleva figli fascisti, coltivando la loro ignoranza e rafforzando la loro inconsapevolezza. Questi giovani

non sono ancora lucidi carnefici, ma semplicemente povere vittime. Vittime del clima politico che circola degli ambienti della piccola e media borghesia alla quale appartengono (…); vittime del qualunquismo che respirano a casa (…); vittime dell’agnosticismo di una scuola attenta a pronunciarsi il meno possibile (…) troppo spesso incline a confondere l’oggettività metodologica con il falso oggettivismo di chi si presume al di sopra della mischia e crede che essere oggettivi significhi difendere anche le ragioni del fascismo, mettere tutto sullo stesso piano dell’indifferenza, livellare e dissolvere tutte le responsabilità; vittime infine di una città che essendo a livello della sua borghesia ufficiale una città sociologicamente fascista e non avendo sofferto la dura esperienza della guerra civile e non avendo sperimentato in proprio la rivelatrice pedagogia della repubblica di Salò, è ancora strutturalmente legata al mito facile dell’Italia ordinata, senza scandali e senza scioperi, quando tutti eravamo amici, e i treni arrivavano in orario, e in pochi giorni si faceva un acquedotto e bastava un ministro per decidere in 24 ore uno “sventramento”, e soprattutto non si parlava di politica, vittime di una storia che non è arrivata a conoscere sino in fondo la verità del fascismo, che non ha conosciuto l’entusiasmo liberatore della Resistenza, che ha ancora una volta ricevuto e non ha conquistato la sua libertà, che ancora non ha imparato a vedere dietro la grossa cortina demagogica, “dei valori da salvare”, la sistematica distruzione della vita che il fascismo come ideologia della violenza e della morte realmente significa.

Le lezioni sul fascismo diventano quindi una tappa irrinunciabile sia per il Centro di cultura popolare di “Ichnusa” sia per il corso universitario.
Nel 1964 si chiude, col numero 56/57, l’esperienza di “Ichnusa”. I motivi elencati da Pigliaru in una lettera ciclostila sono tanti, ma quello principale è la centralità del suo ruolo non più sostenibile per motivi di salute e di lavoro.
La Facoltà di Giurisprudenza bandisce nel 1965 un concorso per la cattedra di Dottrina dello Stato. La vicenda dà uno spaccato dei riti, delle procedure, dei sottilissimi equilibri, delle innumerevoli compatibilità che connotano le vicende dell’Accademia, delle sue leggi non scritte ma costantemente applicate e degli intrighi.
Parallela alla intricata vicenda del concorso la scoperta della gravidanza di Rina: Amelia Maria nasce il 28 gennaio del 1966.
E’ in questo periodo che alcuni collocano un definitivo approdo di Pigliaru al marxismo. Un marxismo non ortodosso, difficile da sistemare all’interno delle diverse scuole di pensiero, ma molto legato alla visione del mondo che Antonio ha sempre espresso. Gli autori più frequentati sono Sartre e Gramsci. In realtà non si può parlare né di approdo né tantomeno di conversione. Molto più semplicemente alcune teorizzazioni di Marx si prestano, più di altre, a dare sostegno scientifico alle indagini sulla democrazia sulle quali Pigliaru sta riflettendo, come chiavi utili, più di altre, a decodificare le vicende contemporanee e a studiarne i correttivi.

E’ difficilissimo, per non dire impossibile, cercare in Pigliaru adesioni a questo o a quel pensiero: gentiliano, cattolico, marxista sono termini inadeguati, in realtà anche quando si è lasciato coinvolgere in maniera più forte da un movimento o da un autore ha sempre mantenuto una sorta di aristocratica solitudine, utilizzando di volta in volta autori e correnti di pensiero per fondare i propri convincimenti. E del resto tutto questo è in sintonia con quel ruolo dell’intellettuale che egli ha sempre difeso e praticato.
Il 4 ottobre del 1966 Giovanni Lilliu presidente del Comitato scientifico che celebra il trentennale della morte di Gramsci comunica a Pigliaru che il Comitato Scientifico del Convegno Internazionale di Studi Gramsciani, che si terrà a Cagliari dal 23 al 27 aprile 1967, gli conferisce l’incarico per lo svolgimento della relazione sul tema L’eredità di Gramsci e la cultura sarda. La relazione, che non verrà esposta personalmente per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, si articola sulle vicende della Sardegna e sui vizi storici degli intellettuali sardi. Interrogandosi sul senso e sulla legittimità della ricerca che gli è stata affidata, Pigliaru individua i punti che possono giustificarla, avvertendo che essi sono in ogni caso elementi significativi del pensiero gramsciano prima che dati “per un bilancio sul rapporto Gramsci-Sardegna”:

estremo rigore metodologico, (contro) l’improvvisazione, il “talentismo”, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato, la mancanza di disciplina intellettuale, l’irresponsabilità, e la slealtà morale e intellettuale (…) la ricaduta dell’ideologia intesa nel senso deteriore e dunque nel dogmatismo delle verità assolute ed eterne, la confusione della filosofia della prassi (come materialismo storico) col materialismo volgare (…); la perdita della piena “coscienza delle contraddizioni” (…); la chiusura (…) in quel provincialismo e in quel particolarismo integranti, a volte, i vizi d’origine di “culture” che non realizzano una trasfigurazione collettiva in senso nazionale – europeo, ma restano somma di “raids individuali”, “sortite” che “in questo senso assumono forme (…) caricaturali, meschine, “teatrali, ridicole”

Il convegno su Gramsci è un’altra occasione di denuncia. E allora la cultura sarda ufficiale, con tutti i suoi elementi negativi, può collegarsi efficacemente al pensiero di Gramsci perché è stata tutto quello che Gramsci non è stato:

assoluto disimpegno metodologico;

ripetizione automatica (…) di formule assimilate meccanicamente;

prevalente tendenza al qualunquismo, neanche nel senso rigoroso del termine, anzi proprio in quello più involuto, corrotto e corruttore;

rifiuto totale e sistematico delle forme ancora aperte dell’esperienza, come immediato corollario pratico degli atteggiamenti elencati nei punti precedenti;
abbandono immediato e senza ipotesi e possibilità di revisione a tutte le forme del provincialismo più banale e saputo; cosmopolitismo (…) e insieme regionalismo chiuso, (…) degradazione del folclore al folclorismo;

concezione dell’intellettuale come chierico non sportato dal tradimento dell’impegno e quindi au dessous de la melée;

tendenziale restringimento dell’orizzonte storico, ciò che sostanzialmente è comprovato dai moduli propri degli storici sardi e dalla caratteristica municipalistica del loro lavoro;

riduzione della questione sarda entro schemi sempre più arcaici, sia per quel che riguarda l’analisi della struttura, sia per quel che riguarda la proposta di soluzione della questione meridionale.

Gli studenti manifestano timore, sembra vogliano sottrarsi alla seduzione e al convincimento operato da uno che comunque è una controparte, uno che a tratti appare più pericoloso di tutti quelli che si dissociano dal movimento o apertamente lo contrastano. Chiedono a Pigliaru strumenti per difendersi da lui e da quello che lui dice. Al rimprovero di portare le sue interpretazioni Pigliaru risponde:

Cosa vuol dire una sua interpretazione? Deve avere, per aver significato, solo un senso che nelle mie lezioni manca (…) quello di esporre obiettivamente e in modo asettico le dottrine. Qui non lo fa perfino la procedura civile, bene attenta a non interpretare nulla per non compromettersi (…). Non è lo schema logico della scuola accademica questa falsa obiettività? Non è lo schema tradizionale della lezione cattedratica questa falsa e asettica obiettività che consente alla gente di passare pulita, senza bruciarsi, attraverso tutti gli incendi e tutti i regimi? Non è proprio l’Università che contestate questa? Bene, allora, cosa vuol dire interpretazione? Debbo dire, da un punto di vista metodologico, che non esiste un discorso scientifico che non sia un’interpretazione (…). L’obiettività di una proposizione, cioè la scientificità di una proposizione (perché l’obiettività è sempre da verificare) è legata al protocollo di verifica e alla ripetibilità dell’esperienza. Ciò che verifica la scientificità del mio discorso, della mia interpretazione delle tesi di Marx su Feuerbach, non è il sistema delle altre interpretazioni delle tesi di Marx su Feuerbach ma è la lettura delle tesi di Marx su Feuerbach. Metodologicamente tra la mia interpretazione delle tesi di Marx su Feuerbach e la verifica di questa interpretazione non c’è altro tramite che la lettura delle tesi di Marx su Feuerbach. Cioè una proposizione è scientifica solo quando, nel momento stesso in cui si pronuncia, dà, indica gli strumenti per la propria verifica.

Il corso, prima della chiusura per le vacanze di Natale, è dedicato alla spiegazione puntuale e paziente di ciò che si deve intendere per rapporto di libertà, lezione colloquiale, lezione accademica, rivoluzione, libertà di insegnamento. La fine dell’anno è difficile e pesante. La malattia si acuisce al punto da imporre, come unica possibilità di sopravvivenza, il ricorso al rene artificiale.

L’aggravamento delle condizioni fisiche, la sofferta decisione di affrontare l’esperienza del rene artificiale, la lotta sempre più esasperata e carica di incomprensioni all’interno del gruppo dei collaboratori aprono un anno duro.
Il corso riprende affrontando il problema della libertà di coscienza di chi fa ricerca. Pigliaru spinge gli studenti a una riflessione sui limiti che la scienza deve porsi, introducendo un problema che da tempo lo sta affascinando: la responsabilità dello scienziato che, dopo la scissione dell’atomo, affronta ora la manipolazione genetica.

Pigliaru fa lezione fino al 26 marzo. Le ultime due registrate sono del 20 e del 24. La speranza posta nel rene artificiale sembra a tratti infondata, soprattutto per la stanchezza generata dalla dialisi che dura l’intera giornata. L’attività di Antonio, pur scadenzata da questi intervalli, continua in modo indefesso anche se il peso della situazione, mai manifestato in maniera esplicita con quanti lavorano con lui, diventa ogni giorno più gravoso.

Antonio Pigliaru muore il 27 marzo di mattina, durante la dialisi, dopo aver detto a Rina che nota sul viso una particolare stanchezza: “è che faccio un po’ fatica a respirare, ma non preoccuparti”.

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4 pensieri su “Fanta-biografia di Francesco Pigliaru fu Antonio. Ciò che nel PD sardo non sanno è che…

  1. Fernando

    Il testo sulla vendetta lo leggo e rileggo da anni. Solo per questo Pigliaru è un grande sardo. Libro letto da pochi e già dimenticato. Certo che il passare da fascista a comunista è stato il vero dramma di questo grande uomo. Non poteva essere diversamente per chi aveva assorbito cultura totalitaria fin dall’infanzia. Se fosse vissuto di più chissà come di sarebbe tormentato dopo la caduta del muro e la scomparsa dell ‘URSS e dei principali partiti comunisti europei. Sia da fascista come da comunista Pigliaru rimase profondamente un nazionalista italiano. E su Ichnusa che raccolse molti intellettuali sardi ma tutti antisardisti. Il suo fu un autonomismo antisardista compiacendo il pci che dell’antisardismo ne aveva fatto una dottrina. Ma peggio di lui, che come ho scritto in premessa però era un grande, fecero coloro che dopo la sua morte ristamparono Ichnusa, con il progetto di opporsi al nuovo sardismo che in quegli anni stava risorgendo e preannunciava il vento sardista. L’opposizione alla rivendicazione linguistica che criticava il passato sardismo autonomista per averla ignorata, che apriva ad una analisi della questione sarda non solo economicistica e quindi “nazionale sarda” , fu durissima, reazionaria, filo colonialistica, e in definitiva sconfitta duramente. Il Psdaz fece propria questa evoluzione, forse non fu in grado di sostenerla, ma oggi è egemone e spinge da sotto terra come una risorgiva liberatoria. Quei post Pigliarini che come Pigliaru era nato fascista, erano nati non repubblichini ma repubblicani . In questa repubblica centralista e non federalista, colonizzatrice oltre che economicamente sopratutto culturalmente attraverso il lavaggio del cervello di scuola, università e tv , per snazionalizzare i sardi,cancellare la loro cultura, la loro lingua, la loro nazionalità. Lo scopo non era favorire i sardi per essere cittadini della repubblica in quanto sardi, ma per convincerli di essere italiani, cioè di un altra nazionalità. E con voi instillando complessi d ‘inferiorità e odio per se stessi e per le proprie origini, favorendo un processo mai accaduto in passato di meridionalizzazione, cioè di mafiosità e di corruzione tipica e ormai trasbordante dello Stato italiano che sta putrefacendosi. Anche i post Pigliarini sono stati sconfitti. Ma ancora l’economicismo, chissà perché fatto proprio da Pigliaru, ed economicismo marxista per non dire comunista ma che era certamente pciista, rispunta a bocca di elezioni col solito greve antisardismo. E con l’economicismo, il servilismo per i continentali, il bisogno di capi stranieri. Questo peccato originale forse porterà ancora una volta la sinistra sarda a perdere le eiezioni. Da questo punto di vista il figlio, certamente un galantuomo, è come il padre, forse peggio, perchè il padre da schizofrenico e bipolare politico come lo sono tutti i colonizzati, in un canale della sua anima, cultura e scienza ha regalato alla nazione sarda un’opera immortale, che va però letta alla sarda per comprenderla sino in fondo, assaporando il messaggio in “suspu” che contiene per arricchire l’analisi e tramandarlo alle giovani generazioni.

    P.s. Complimenti per l’ottimo ed entusiastico lavoro. Mi dispiace solo nella mia grande ignoranza di conoscere poco delle opere di Pigliaru, ma dato l ‘elenco, cercherò di rifarmi.

    1. Ciao Fernando,
      ti ringrazio del bel commento, anzi, dell’ottimo spunto per un’analisi che necessita di grande profondità. Credo molto in un aspetto che traspare da quanto hai scritto: la nevrosi post coloniale di noi sardi. Penso sia credibile e plausibile impostare in questo senso anche un’analisi dell’intellettualità isolana. Antonio Pigliaru è stato un pensatore costantemente in tensione, teso verso il continuo superamento ideologico delle sue convinzioni (come ribadisci anche tu è stato prima filo-fascista e poi filo-gramsciano, ed ha anche intrecciato sottilmente i fili del sardismo e dell’antisardismo). E’ stato un filosofo puramente novecentesco, forse l’unico di alto livello avuto in Sardegna oltre Gramsci. Ha vissuto da militante e attivista, sempre e comunque: della politica, della cultura e anche dell’etica. Il suo lascito è importante ma non esaustivo, perché il presente scorre sempre e perché oggi è un altro momento storico. Importanti gli strumenti di analisi che ci offre sia per indagare la Sardegna sia per scrutare la sua stessa opera filosofica (in quanto tale “opera aperta”, sempre riscrivibile).

      P.S. Nel 2008 ho organizzato e curato un convegno dal titolo “Sardegna e Brasile, due isole post-coloniali”. E’ stato molto interessante combinare la visione del “Grande Sertao” brasiliano con il Supramonte, gli stili letterari di un Guimaraes Rosa con quelli di Salvatore Satta. Come dire: il tratto post coloniale ci associa a tanti altri luoghi del mondo, non tenerne conto sarebbe un grave errore. Il tuo commento coglie quindi nella giusta direzione.

      1. Fernando

        Caro Roberto,
        Due cose mi sono rimaste in punta di penna. La prima riguarda la dissimulazione e la seconda la sindrome del sequestrato o meglio di Stoccolma, che affliggono i colonizzati. Mi sono spesso domandato che necessità avesse avuto Pigliaru ( secondo me ) di far finta di essere comunista. La sua riflessione sulla Sardegna ed i sardi è stata di molto superiore a quella di Gramsci, che peraltro quasi nulla ha detto sulla Sardegna dato che il suo orizzonte era altro. Perché dirsi Gramsciano? Andava di moda e chi voleva orbitare nel Pci ma non aveva stomaco per atti di fede Togliattiana preferiva dirsi Gramsiano. Ma dirsi Gramsciano e quindi accettare comunque di farsi fotografare nell’album di famiglia Leninista-Stalinista, serviva per avere il salvacondotto per l’Università saldamente in mano ( ancora oggi) ai commissari politici comunisti che alzavano e abbassavano le sbarre d’ingresso ( paradossalmente tutti Togliattiani, lettori dei quaderni di Gramsci falsificati e giudici degli ingressi nell’area pci dei post fascisti ideati proprio da Togliatti). Ecco, secondo me Pigliaru dissimulava, sembra brutto dirlo, per tentare di fare carriera. Carriera che gli sarebbe stata dovuta in forza delle sue capacità, ma che gli sarebbe stata preclusa senza l’abiura che , come ben hai delineato, fu lunga e sofferta. Carriera per salvaguardare anche la pagnotta, cioè la sua difficile sopravvivenza e quella della sua famiglia. Al contrario l’avrebbero schiacciato e reso senza voce e possibilità di riflettere e pensare. Non credo ti sia sfuggito come fosse tenuto sotto sorveglianza e uscissero dalle fumose stanze dei cannibali picisti, periodicamente le indiscrezioni malevoli sul suo passato di fascista repubblichino militante. L’area alla quale faceva riferimento poi, delle sue idee ne fece strame. Nella pratica di appoggiare non l’industrializzazione della Sardegna, ma l’industrializzazione di rapina e sopratutto petrolchimica per soppiantare con una pretesa cultura industriale e proletaria, la cultura sarda che andava sradicata appunto dalle radici. Come si può dimenticare l’industrializzazione della piana di Ottana pensata senza vergogna e con entusiasmo proprio per sradicare la cultura pastorale? Come non ricordare il sostegno teorico degli intellettuali sardi della sinistra e sopratutto del pci a questo tentativo di genocidio bianco? Tutto il contrario di ciò che pensava nel suo intimo forse Pigliaru. Si sarà accorto che la sinistra sarda, i comunisti sopratutto erano diventati i nuovi compradores coloniali? Col patto scellerato di cogoverno cn la Dc si era costruita una farlocca borghesia sarda parapolitica, non imprenditoriale ma intermediaria di poteri esterni scesi alla rapina e sazi di potere pubblico, clientelismo e corruzione. Oggi gli stessi, confidando nella perdita di memoria collettiva, si riciclano affermando falsamente: io ero contrario!
        Della profondità resistenziale, pur dissimulata, si accorse come ben hai ricordato il Prof.Liliu. Invitandolo a quel convegno, nessun altro lo avrebbe fatto. Lilliu un’altro tollerato e combattuto, santificato alla scomparsa dai suoi nemici e detrattori ..Tantomeno lo avrebbero fatto gli intellettuali e politici di sinistra, sospettosi e sopratutto invidiosi della sua scienza ma non meno della sua onestà. Scusami se mi sono dilungato, un po’ mi sono perso e non c’è la faccio a scrivere del secondo punto che ho evocato. Mi piace però dire che una seria riflessione sull ‘identità sarda, non genetica ma nazionale, potrebbe ripartire dalla vendetta di Pigliaru, perché secondo me quei tratti ancestrali, che rimangono molto tempo dopo che fatti storici e materiali li hanno creato accompagnati ( con buona pace degli economicisti da baraccone ) riguardano tutti i sardi, campagnoli come urbani e che la loro identificazione con una valorizzazione di quelli positivi, potrebbe essere una chiave per diradare le nebbie e i fumi degli immondezzai del periodo autonomistico che offuscano le menti, aprono la strada ai mediocri, populisti e violenti, aprendo uno spiraglio di futuro e di speranza.

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