Sardegna/Mogol: si può non essere «anonimi» senza essere «esotici»?

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La canzonetta di Mogol ha (ri)smosso le agitate acque del romanzo familiare del nevrotico (quell’idea di romanzo collettivo coniata da Freud, che isolano non era ma delle cose del mondo qualcosa capiva) di cui tanto si nutre l’anima dell’osservatorio sardo (sia attivo che passivo). Passati pochi giorni dalla patinata presentazione del video in questione, presenti gli assessori regionali Morandi (Turismo), Deiana (Trasporti) e Firino (Cultura), quel soggetto chiamato «La Rete» demolisce e stronca lo stornello mogolliano. “MogAutogol” diventa hashtag, centinaia di commenti negativi si sprecano ovunque. Ai navigatori sardi, più o meno all’unanimità, la canzonetta non è piaciuta. Tra i pochi a mostrare entusiasmo ed enfasi l’assessore Morandi il quale, in una delle sue rare dichiarazioni al popolo, afferma: «Per noi questa canzone è uno straordinario spot per la promozione turistica».

Le principali accuse allo stornello e all’autore sono: sagra di luoghi comuni, banale, superficiale, sembra un ballo del qua qua, cosetta da baraccone, demenza senile. E mi limito ai commenti meno aggressivi. Personalmente ne ho scritto in lingua sarda in un fortunato (nel senso di visitato) post intitolato «Sardinia, Sardinia, Mogol? Mi chi non semus a poddighe in buca!» (Sardinia, Sardinia, Mogol? Mica siamo rimasti al ciuccio!). Il pezzo è stato citato dall’attrice sarda Francesca Petretto sul blog che cura per Il Fatto Quotidiano, in una riflessione che risponde al titolo di «Sardegna, non ci salverà una canzone di Mogol».

A partire dalla vicenda Mogol si potrebbe imbastire un discorso più ampio (ecco, le solite pipe da sardus pater direbbe qualcuno!). E’ evidente che non amiamo essere un soggetto “qualunque”, vale a dire frequentare troppo le pianure anonimizzanti dell’indistinto. A onor del vero, però, dall’Ottocento a oggi, abbiamo subito, offerto ed esibito una specificità declinata sopratutto in salsa esotica. Di questo dobbiamo anzitutto ringraziare i diversi viaggiatori che arrivati in Sardegna ci hanno onorato del loro sguardo non oltrepassante e si sono impegnati, in maniera sovente maldestra, a cogliere il mito del buon selvaggio senza chiamarsi Jean-Jaques Rosseau.

E i sardi purtroppo hanno iniziato ad auto-osservarsi allo stesso modo. La prova più importante è Lei. Sopratutto Lei. La più titolata, la vincitrice di un Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano». Grazia Deledda crea il «canone deleddiano», un codice letterario-narrativo caratterizzato da un colorato esotismo offerto in dono alla cultura osservante italica e italofona. Nonostante la scuola dello Stato italiano ancora oggi non la caghi neanche di striscio, con Lei e con il Suo canone, comunque, si sono intimamente misurati tutti coloro che in Sardegna hanno scritto opere di narrativa. C’è chi ha cercato di perpetuarla, chi di superarla, chi di oltrepassarla, chi di non considerarla, chi di prenderne le distante. I conti, comunque, li hanno dovuti fare un po’ tutti, nessuno escluso, anche chi è convinto di essersene infischiato.

La stagione dell’esotismo inaugurata dalla nostra Grazia nazionale si è ben presto, anzi subito, evoluta in ragione della stagione dell’auto-esotismo per sconfinare addirittura nell’auto-razzismo. La stessa Deledda, infatti, diede una mano al giovane antropologo Alfredo Niceforo, un seguace di Lombroso, quello della razza meridionale come razza geneticamente delinquente. In cosa lo aiutò? Gli diede buone indicazioni per la ricerca di crani di sardi utili, dopo opportune misurazioni, a dimostrare la certezza scientifica che quella sarda era una sia una razza delinquente che una razza inferiore.

Auto-razzismo e auto-esotismo sono andati di pari passo, pur evolvendosi, anche nel secondo dopoguerra: abbandono della lingua sarda («che grezzo, parla in sardo!»; «una lingua inutile, votata al passato»; «il sardo lo parlano solo i pastori»;«non ci capiamo neanche tra noi, un logudorese non capisce un campidanese» sono solo alcuni dei concetti triti e ritriti ascoltati in anni e anni di delirante genocidio linguistico); cultura locale messa in croce con incapacità latente di riconoscere i meriti del genius loci («Lo ha detto la televisione»; «Siamo pochi, matti, maledetti e disuniti»; «Se non fosse stato per l’Italia moriremmo di fame» sono altre delle migliori perle di un’ignoranza virale che ha coinvolto la massa dei sardi); non dimentico l’intellettualità isolana, sopratutto quella accademica, interamente votata all’asservimento culturale-professionale italico-italofono («La vendetta barbaricina» di Antonio Pigliaru è una splendida ricostruzione di vita comunitaria infarcita di tempo mitico, scritta da chiara posizione «osservante» borghese; la stagione della rivista “Ichnusa”, capeggiata sempre da Antonio Pigliaru, ha prodotto e tradotto una stagione intellettuale viziata da forti nevrosi. La migliore quella di Michelangelo Pira, partito sostenendo che occorreva liberarsi della zavorra chiamata lingua sarda (ne parlava in termini di «sintomo di arretratezza»)  per poi abbandonarci prematuramente con un opera pubblicata postuma, scritta proprio in lingua sarda e intitolata «Sos Sinnos»; non escludo dal particolare elenco la classe politica locale diventata nazionale: i Segni, i Cossiga, i Berlinguer oppure più recentemente gli Angius, i Parisi e i Soro. Che rapporto ha avuto questa gente con l’Isola? Con i suoi dilemmi, le sue pieghe identitarie, i gangli politici, la sua storia sottotraccia, la sua economia sinonimo di sviluppo nel sottosviluppo? Irrilevante.

Di esempi del genere ce ne sono a non finire, inutile farne altri. Rimane l’idea di una lunga elaborazione della «cultura della vergogna di sé» da un lato e di una scarsa elaborazione della «cultura dell’autocoscienza» dall’altro.  Questo indissolubile binomio ha dato vita al senso più profondo di quanto scrivo,  cioè al fatto che tanti sardi, con riguardo al periodo che va dagli anni cinquanta agli anni ottanta, sono diventati italofoni e italici non perché convinti in ragione di un discorso patriottico italiano ma, piuttosto, per una serie di ragioni evidentemente sottrattive. «Siccome noi sardi siamo davvero mediocri allora meglio essere italiani». Può sembrare banale ma lo slogan vincente, sottocute o non, era proprio questo. La maggioranza di sardi, come sotto ipnosi, viene travolta da una crisi identitaria e si regala completamente, magari anche senza essere per forza voluta, con tutto il suo patrimonio culturale, a uno Stato senza Nazione qual è l’Italia. Non conoscendo la propria storia, in quanto a scuola non viene insegnata, buona parte dei sardi non sa, ad esempio, che i Savoia ottennero il titolo di “Re” proprio grazie alla Sardegna, la quale a inizio Settecento costituiva un Regno. In ragione di questo nel secondo Ottocento i Savoia si poterono vantare di essere divenuti i “Re” d’Italia.

Non è semplice affrontare un ragionamento secolarizzato sulle pagine di un blog che, invece, dovrebbe contenere post immediati, diretti, efficaci, brevi, altrimenti nessuno lo leggerebbe. Comunque, arrivati a questo punto, si può ragionevolmente affermare che la reazione dei sardi a queste soggiacenze storiche e a questi gangli identitari irrisolti è quasi sempre biforcuta. Da un lato, quindi, abbiamo quelli che «abbandonano» l’Isola e ne buttano a mare le essenze, vogliono la discendenza reale, la Sardegna non ne ha e loro la cercano altrove (in primis la maggior parte dei politici, degli accademici, dei professionisti, degli insegnanti, dei dirigenti P.A., degli imprenditori del mattone, dei giornalisti e de sos poveros mezorados – i poveri migliorati – come si suol dire dalle mie parti); dall’altra quelli che invece le discendenze reali se le inventano (vedi le «Carte d’Arborea» di metà Ottocento, letteralmente inventate da Fra’ Cosimo Manca di Pattada per annunciare al mondo che il più alto magistero culturale medievale era in Sardegna alla corte di Eleonora Arborea e non in Sicilia alla corte di Federico II o in Toscana alla corte dei Medici – un falso straordinario smontato dalle accademie tedesche tra fine Ottocento e primi del Novecento; oppure coloro che in questi ultimi ultimi anni parlano della Sardegna-Atlantide e dei sardi del II millennio a.C. come i più temuti tra i popoli del mare del mediterraneo e scelti, addirittura, come guardia reale direttamente dal mitico faraone egizio Ramses; oppure, ancora, seppur in scala minore, quelli che affermano che «di salsiccia buona come nel mio paese non ne fa nessun altro», va beh, concedetemela).

A dire il vero alcuni segmenti della società sarda si sono spesso sottratti a queste dinamiche nevrotiche. Esiste un sottobosco culturale letterario-saggistico-artistico di omines e feminas, autentici militanti culturali, prevalentemente non accademici e non scrittori di narrativa patinati (cioè non pubblicano con editori italiani e non vengono invitati ai festival letterari sardi), che ha dato vita a un’idea di grandeur culturale sarda non troppo ubriaca di sé: alcuni nomi sono Placido Cherchi, Paolo Cherchi, Mimmo Bua,  Natalino Piras, Franco Cocco, Antonio Canalis, Benvenuto Lobina, Salvatore Cambosu, Bachisio Bandinu, Paolo Pillonca, Nicola Tanda, Michelangelo Pira, Giovanni Dettori, Diego Corraine, Giuseppe Corongiu, Franciscu Sedda. In campo artistico si possono segnalare Enzo Favata, Gavino Murgia, Paolo Fresu (in questo caso non c’è sottobosco, ovviamente), Paolo Angeli  per il mondo jazz, Andrea Parodi, Elena Ledda, Piero Marras, Maria Carta, Franco Madau, Benito Urgu – sopratutto quello dell’inizio – il “Tenore” (in senso sardo) Remunnu ‘e Locu di Bitti,  il “Tenore” (in senso italiano e lirico) Francesco Demuro, il suonatore di launeddas Luigi Lai per la world music. Ci sarebbero anche altri nomi, e me ne scuso, l’importante è cogliere il senso del discorso.

Sui tornanti del pensiero creativo sardo aggiungerei altri due casi noti: Video On Line e Tiscali.

Video On Line è stata uno dei primi Internet Service Provider italiano. Fondata a Cagliari dall’editore Nicola Grauso nel 1993, l’azienda fu venduta nel 1996 a Telecom Italia. La storia di Video On Line inizia ufficialmente il 4 dicembre 1994, ma le sue origini vanno ricercate dal forte legame con il centro di ricerche CRS4 di Cagliari, allora guidato dal premio nobel Carlo Rubbia che era stato direttore del CERN dove lo stesso World Wide Web è nato. Con la collaborazione del CRS4, infatti, l’editore Nicola Grauso mise online il quotidiano locale L’Unione Sarda nel marzo 1994, primo giornale in Europa.

Tiscali fu la prima azienda innovativa nel settore di internet in Italia, e a fine anni novanta ebbe un successo davvero travolgente. Rappresentava la nuova frontiera delle comunicazioni, attiva nei servizi web e nella telefonia fissa, si presentava come un nuovo colosso delle telecomunicazione da contrapporre a Telecom. Così, ancora una volta, si crearono grandi aspettative attorno all’azienda, con grandi possibilità di sviluppo per il futuro. Tiscali incarnava la classica società della “New Economy”. Il 27.10.1999 il titolo Tiscali fa il suo ingresso sul mercato azionario con un prezzo che si aggirava indicativamente attorno ai 46 euro ad azione. Questa notizia era attesa con ansia dagli investitori, che aspettavano da giorni quello che veniva definito il collocamento del decennio: in questo periodo molti partecipavano a tutti i collocamenti di nuove società, sicuri di un rapido incremento dei prezzi in poco tempo.

Un’altra nota caratteristica della recente storia sarda è la continua conflittualità tra codici. Negli anni cinquanta e sessanta si aveva una forte conflittualità tra codice giuridico statale e codice giuridico comunitario, tra lingua dello Stato e lingua della comunità, tra economia capitalistica e economia comunitaria. Negli anni novanta, grazie a Tiscali e Video On Line, e a dispetto della classe politica e dirigente ingessata e appiattita da logiche interne al mondo politico italiano, l’Italia prima e l’Europa poi conoscono alcune delle novità planetarie permesse dal word wide web proprio nella minuscola, invisibile e impalpabile Sardegna. Come quando Orgosolo, negli anni sessanta, da un lato conosceva la potenza del cinema che trionfava a Venezia con il film Banditi a Orgosolo oppure l’inizio del muralismo nel campo delle arti visive e al contempo viveva la stagione delinquenziale del bandito Graziano Mesina. Sempre negli sessanta è facile ricordare la grande emigrazione insieme alla nascita e diffusione dell’industria chimica di base da un lato e del turismo di lusso della Costa Smeralda dall’altro. Paleoindustriali, industriali, post industriali nell’arco di soli 30 anni. Per questa rivoluzione in Inghilterra c’è voluto più di un secolo, nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova quasi un secolo. In Sardegna è stato uno shock collettivo, il trionfo senza argini della civiltà del consumo con la gente comune lasciata senza strumenti di comprensione. Più ricca, indubbiamente, ma senza comprendonio delle cose.

Insomma, nevrosi familiare del nevrotico, coscienza scissa, vergogna di sé, auto-esotismo e auto-razzismo; stereotipi, luoghi comuni, contraddizioni e conflittualità. Incapacità di essere e sentirsi “normali”, culturalmente e linguisticamente. Però, però, un patrimonio culturale immateriale e materiale raro e singolare: launeddas, canto a tenore, cantu a chiterra, poesia improvvisata, variegate danze popolari con successive rivisitazioni di questo universo musicale; sistema linguistico completo di una lingua prevalente, il sardo, e di diverse minoranze linguistiche come il gallurese, il sassarese, il catalano e il tabarchino; sistema culturale praticamente completo e definito anche quando l’Isola era una società di reciproca conoscenza, come fino agli anni cinquanta; universo archeologico ricco, originale e a tratti unico – ovviamente i nuraghi; patrimonio naturalistico strepitoso, sia marino che interno, travolto perennemente dall’idea dominante del mattone ovunque, tanto domani non ci siamo e quindi chi se ne frega!; enogastronomia al pari di qualsiasi altra buona cultura culinaria e vitivinicola; grandiosa cultura dell’accoglienza «personale», solo in Brasile ho visto un galateo dell’accoglienza simile al nostro.

Ammesso e non concesso che tutto questo sia vero, come poteva essere accolta dai sardi la canzone di Mogol? Ovviamente con l’Assessore al Turismo che, in rappresentanza dell’élite italica-italofona, afferma che si tratta di un importantissimo strumento di promozione turistica e con il popolo che da un lato si sente non capito e dall’altro sente di non capire il suo magico e sinistro appartenere all’Isola. Di tutto ciò Mogol non ha nessuna colpa.

P.S. I frammenti di romanzo collettivo e di storia delle idee della Sardegna e dei sardi che ho scelto non sono ovviamente esaustivi. Giusto i primi che mi sono venuti in mente, ok?

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3 pensieri su “Sardegna/Mogol: si può non essere «anonimi» senza essere «esotici»?

  1. donatella

    per
    Però troppo spesso Bachisio Bandinu, partecipa agli eventi “culturali” nelle varie piazzette della Costa Smeralda a spiegare ai continentali chi samo i sardi. Ho molto apprezzato in passato, Bandinu ora mi sembra che anche lui sia in qualche modo affascinato da un certo ambiente in cui si guarda la Sardegna attraverso chi la racconta e non vivendola. “Ma guarda questo sardo come parla bene e quanto è colto…non sembra vero”. Voglio dire che il complesso di inferiorità continuamo a portarcelo: Forse le nuove generazioni sapranno cambiare questa mentalità du..ra a morire, Quando? quando tuti i sardi potranno accedere ai diversi gradi di istruzione e potranno viaggiare per il resto del mondo e magari continuare a fare i pastori, ma questa volta per scelta.

    1. Ciao Donatella, quello che scrivi in fondo è vero. Ci piace tanto «offrirci» a quella che è un’ipotetica e pseudo «cultura osservante», sopratutto secondo linee di «auto-esotismo», «vergogna di sé» e «complesso di inferiorità». Non farci i conti sarebbe sbagliato. Tu scrivi del fatto ci sia stato un primo Bandinu, meno patinato, e un secondo Bandinu, più patinato. Forse è così, però ti debbo dire che Bandinu è anche un intellettuale che è stato fortemente osteggiato e trattato da imbonitore da buona parte dell’intellettualità accademica sarda. Questo me lo fa preferire a tanti accademici…

  2. Pingback: Facebook, Twitter, Blog: in scena ‘Sardegna on line’ (e i post della settimana) | Roberto Carta

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