Sereno Variabile racconta Cabras con la solita spruzzata di esotismo (con l’immancabile auto-esotismo di ritorno)

Su malizioso suggerimento di un’amica ho guardato in streaming la puntata andata in onda ieri di Sereno Variabile  (clicca qui per vederla) e dedicata a Cabras e alle sue emergenze: stagno, pesca, bottarga, vino,Tharros, villaggio di San Salvatore, Giganti di Monte ‘e Prama, la tradizionale corsa degli scalzi, il ballo sardo con gli uomini che mentre danzano portano un bicchierino pieno di vernaccia in testa. E non è poco, Cabras è uno dei paesi che più simbolizzano l’Isola intera: mare splendido, pesca e prodotti raffinati, vernaccia sublime, tradizione sentita e praticata nell’ordine del costume e non del folclore, eccellenza archeologica in campo nuragico (i giganti), fenicio (Tharros) e romano (di nuovo Tharros). Paese natale della scrittrice Michela Murgia e del giornalista Mario Sechi.

La puntata ha inizio e un Osvaldo Bevilacqua ingessato di cerone ci presenta tre accompagnatori: una biologa marina, un giornalista del quotidiano La Nuova Sardegna, una signora che cura l’animazione turistica del territorio. Riprese mozzafiato, immagini che parlano da sole. Eccetto la definizione di “spiagge selvagge” da parte della biologa (ma che vorrà mai dire “spiagge selvagge”? Forse ha letto molta Grazia Deledda…), la puntata fila liscia fino al momento del ballo sardo anche se, a onor del vero, va segnalato che gli accompagnatori prescelti, gradualmente, spariscono dal servizio (più meteore che altro quindi).

Dopo l’esibizione del ballo, come per magia, il caro Bevilacqua tira fuori il desiderio di esotismo che cannibalizza lo sguardo straniero sull’Isola. Ha inizio una grottesca intervista ai danzatori di Cabras, domande retoriche farcite di esotismo alle quali seguono risposte all’insegna dell’auto-esotismo (un mix tra la peggior Grazia Deledda e il miglior Benito Urgu). Idem come sopra l’intervista all’artigiano di strumenti musicali, presentato più come un artista che fa le bizze e non stacca mai dal lavoro, piuttosto che come un “normale”, seppur singolare, lavoratore. Naturalmente una domandina la si fa anche a “Ramon” (soprannome di un tizio), deduco sia un personaggio particolare, che pare abbia ricevuto questo soprannome fin dai tempi della stagione spaghetti western vissuta dal villaggio di San Salvatore. Sembra facesse sempre o quasi la parte del banchiere. Da non trascurare poi delle  signore vestite di antiche tuniche che fanno assaggiare piatti tradizionali ai turisti presenti a Tharros (l’ultima volta che ci sono stato, tre anni fa, non ho notato questo “servizio turistico”, magari è stato erogato ad hoc per la trasmissione di Bevilacqua, non so). Una sorta di versione “marina” del “montagnino” pranzo con i pastori: tutta la Sardegna è paese. Ci mancava il mammuthone del mare e avremmo avuto la ciliegina sulla torta.

Il mio pensiero è questo. Belle le riprese, le immagini e anche i temi scelti, tutti degni di nota. Pessima e scadente la performance narrativa di Bevilacqua. Piuttosto che una narrazione trash e pulp (ma senza ironia e senza violenza) come questa, meglio le sole immagini. L’idea caricaturale dei sardi permane nelle narrazioni del grande pensiero generalista, sia esso prodotto dalla RAI o dalle accademie milanesi di comunicazione e marketing. Cultura osservante da strapazzo che non si rende conto di essere diventata cultura osservata (dal resto del mondo, secondo traiettorie di godibile risibilità). Un servizio perfetto per l’italiano medio (e magari anche il sardo medio) che guarda la televisione, quello che secondo Bernabei ha la capacità di apprendimento di un bambino di prima media e secondo Berlusconi di terza media.

A esclusione delle riprese e delle immagini, questo servizio è l’esatta banalizzazione di un’idea forte di cultura e di turismo. Faccio un esempio: avete mai visto servizi di questo genere caratterizzati da una parte caricaturale ed esotica, che ne so, sul Palio di Siena e sui contradaioli? Penitenziagite. Credo invece che Cabras sia uno dei paesi più belli e rappresentativi della Sardegna. Ritengo meriti tutt’altra narrazione, nell’ordine della profondità e secondo traiettorie che rimandano a sottigliezze, piuttosto che una sterile favola con protagonista l’uomo sardo che beve vernaccia tutto il giorno e che si presenta a corteggiare la futura moglie con il bicchiere in testa. Questa non è ironia ma ricerca becera e banale del mito del buon selvaggio che va ancora sull’asino (ecco, l’asino non c’era, strano). Una raccomandazione, la Sardegna è fatta di gente normale, non aspettatevi di vedere marziani o strani e pittoreschi personaggi che girano giorno e notte con il bicchiere di vernaccia in testa o fanno chissà quali strane cose. Bevilacqua è riuscito a banalizzare quella che è una prova di abilità, una balentia, saper ballare con un bicchiere di vino in testa: compostezza, equilibrio, sicurezza. Basta poco, una impercettibile deviazione dello sguardo, per passare dalle stelle alle stalle. Poveri giganti di Monte ‘e Prama, praticamente snobbati e indirettamente vilipesi.

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