Lingua Sarda: “Iscola de istade” a Neoneli. Perché è importante esserci

Subito dopo ferragosto consiglio un appuntamento di grande importanza, la scuola estiva che sta curando il “Coordinamentu pro su Sardu Ufitziale” (CSU) e che si terrà a Neoneli il 23 di agosto.

Perché questo suggerimento? I motivi sono diversi. In questi giorni Giuseppe Corongiu è piuttosto pungente e suggerisce temi e argomenti utili per imbandire, durante la giornata, discorsi il più possibile adeguati al momento. Nel post Pro ite sa Giunta Pigliaru e sos soberanistas podent fallire in sa polìtica linguìstica e nel post Sa còntiga de sa cumbata cruda pro sa limba chi sos sàbios diant dèpere apasigare mostra più di un sentiero percorribile. Anzitutto mette in guardia dal pericolo che la forte “ateneocrazia” presente nella Giunta Regionale continui a pungolare una vecchia visione di politica linguistica: il sardo come una lingua con mille problemi, esotica, arcaica e primitiva. Il solito desueto racconto di una lingua-dialetto con mille varianti che nessuno potrà mai dominare e che, forse, è meglio diventi come il latino. Una lingua muta. Corongiu invita i sovranisti a non diventare «falsi sovranisti», a non mettere all’angolo la lingua sarda per approvare solo idee economizzanti (sempre che, poi,  queste idee portino da qualche parte, perché, se proprio la vogliamo dire tutta, gli economisti della scuola italiana – e quindi sarda – non sembra abbiano indovinato tante cose ultimamente). Nell’altro post Corongiu suggerisce attenzione verso questo «messaggio di pace» che proviene da sfere afferenti l’assessorato alla cultura e ambienti accademici vari. Subdolamente si vuole convincere che essendovi troppe risse non si può andare avanti con la politica linguistica ma occorra dunque fermarsi. Mi chiedo io, ma ci sono davvero tutti questi litigi? E chi litiga? No, la questione non è nell’ordine della rissa ma della furbata. Il discorso è questo: si vuole un servizio di promozione linguistica vero e proprio oppure si preferisce una lingua sarda chiusa dentro una campana di vetro, studiata come se fosse un bronzetto nuragico, per poi comunicare in italiano i risultati di questo studio? Ma dov’è, allora, l’amore e la stima per la nostra lingua? Vi invito quindi a leggere questi due post e a farvi un’idea chiara del momento vissuto dalla lingua sarda e dalla pianificazione linguistica.

Io, comunque, la metterei così. Vale la pena partecipare a questo evento perché è l’occasione per conoscere un mondo ricco di bellezza e fatto da gente che autenticamente e sinceramente ha a cuore la lingua sarda e un’idea di essa viva, forte, alta. Gente normale che con e in limba non vuole giocare ma semplicemente parlarci. Gente che desidera fare comunità a partire da quanto di più prezioso abbiamo nel segnalare chi siamo. Tutti costoro potranno condividere la propria esperienza e ciò che accade in fatto di lingua nel luogo in cui vivono. Grazie a strumenti come facebook, in fondo, è qualcosa cui assistiamo continuamente sulla rete. Occorre fare un altro salto, trasformare sempre più questo “stare insieme” da virtuale in fisico. Il 23 agosto il CSU e il paese di Neoneli invitano a un tavolo ricco di buoni piatti e profumi inebrianti, sentimenti profondi ed emozioni forti. Assentarsi è peccato.

Mi pare anche l’occasione buona per capire cosa è la Lingua Sarda Comune (LSC), qual è la sua ricchezza e perché il suo cammino non può essere così bruscamente interrotto in attesa di ambasciatori di pace, pause, richieste di nuove amicizie e altre questioni senescenti che non intendo citare. La Lingua Sarda Comune consente una lingua scritta forbita, una lingua che ritorna in tutta la sua unità e con contributi dell’intera Isola. Con essa si può scrivere un romanzo piuttosto che un regolamento amministrativo oppure una legge qualsiasi, si può facilmente insegnare ed è possibile scriverla con l’ausilio di software o moduli on line dotati di apposito correttore ortografico (clicca qua).

Si potrà anche approfondire un altro discorso. Il futuro politico e governativo della Sardegna sarà sempre e solo nell’ordine di regione a statuto speciale dello Stato italiano (in un momento, oltretutto, di nuovo centralismo autoritario) o si può pensare di tracciarne uno nuovo all’interno della questione delle minoranze linguistiche europee? Un’Europa, ricordo, molto più attenta alle lingue minori di quanto abbia mostrato fino a oggi lo Stato italiano. Per dire, sono noti i vantaggi politici e amministrativi delle minoranze linguistiche europee? Certo che no, e badate bene, questo è un modo intelligente di mettere insieme ideali e concretezza.

Dopo un’estate trascorsa a rilevare quanto sia scontato, banale e improduttivo il nostro modello turistico, poco aperto al mondo e ossessivamente ripiegato su se stesso, parlare di pianificazione linguistica significa anche entrare nel cuore dell’idea turistica che ci trasciniamo dietro e dentro. Mogol ci ha regalato la canzoncina Sardinia Sardinia, un dono frivolo che nasce dal turismo rozzo che abbiamo ideato, caratterizzato dall’assenza stordente di ogni idea di profondità. Un turismo desueto ormai, questa canzone, se proprio la vogliamo dire tutta, ci restituisce il malessere di un modello trombato dal presente. Osvaldo Bevilacqua ci ha regalato un servizio di Sereno Variabile con oggetto Cabras da leccarsi i baffi. Continua incessante l’idea di parlare dei sardi come argomento di cui ridere, a un certo punto si deve ridere per forza, sia esso un approfondimento della Rai piuttosto che delle accademie di comunicazione e marketing di Milano, si finisce sempre in risate che fraintendono l’essenza delicata del nostro tratto culturale. Aggiungo questo però: uno degli strumenti più importanti che abbiamo a disposizione, in senso educativo e di coscienza, per non cadere in questi tranelli è proprio la lingua. Lingua sarda vuol dire auto-stima, volersi bene nel modo giusto, capire i “luoghi” e tradurli (anche) in economia turistica. I beni naturali e culturali che abbiamo, fondamentalmente, parlano tutti in sardo, nascono e crescono con lei, con la lingua, e solo lei li può raccontare nella maniera più idonea, anche per poi tradurli in lingue straniere. Senza limba non si potrà mai passare a un modello valido di turismo e a una qualitativa cultura dell’accoglienza: ogni buon piatto, ogni vino delicato, ogni pietra, ogni sentiero nascosto, ogni sguardo dall’alto e da lontano, tutti i balli e tutti i suoni, seguono le orme della lingua sarda e sono insiti in essa. Certo, l’operatore turistico dovrà pur parlare l’inglese, ma senza la mediazione della lingua sarda, tra lui e il luogo di cui vuole essere ambasciatore, non potrà mai raccontare la Sardegna in tutto il suo splendore. E queste non sono argomentazioni futili, lasciatevelo dire, semplicemente la verità.

Alla fine, lo ribadisco, e così chiudo, si tratta di un giorno di festa, della lingua sarda e, dunque, dei sardi. Un giorno in cui dare vita a sentimenti e annusare emozioni, un appuntamento che consentirà l’immersione nella profondità della lingua e nelle mille pieghe della politica linguistica sarda. Una giornata da passare con bella gente, per ritornare a casa più ricchi e soddisfatti, per godere di buoni propositi e sentirci importanti dentro quella sfida che, senza cedimenti, occorre rilanciare per fare del sardo una lingua ufficiale, una lingua del futuro e non una lingua ferma e morta che aspetta di essere decantata in italiano da qualche professorone che cammina tre metri sopra il cielo.

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