Tra «Lucciole», «Palazzi» e «Processi»: cambiare tutto per non cambiare nulla.

Pier Paolo Pasolini è stato uno suscitatore di scandalo intellettuale. Prima poeta, poi romanziere, critico letterario, cineasta. Alla fine profeta polemista degli scritti corsari-luterani.

Una stratificazione in tensione, una costante e poliedrica ricerca di affermazione. Temi scottanti e alcune tra le più belle metafore simbolizzanti il periodo a cavallo tra i sessanta e i settanta: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il processo alla Dc, la mutazione antropologica, il genocidio, lo sviluppo senza progresso, il neocapitalismo. Chiavi per la lettura plurale di un cambiamento in atto, di un processo che travolge l’Italia secolare e la consegna a quella civiltà dei consumi dotata di un centralismo che non lascia più spazio alle culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie). Ad imperare è il «modello televisivo» che impone un paradossale  avvicinamento tra borghesia e sottoproletariato. I ragazzi sottoproletari si imborghesiscono e i borghesi si sottoproletarizzano. Un Potere dal volto «bianco», caratterizzato da una falsa tolleranza, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista quanto il consumatore.

Nel 1963 dopo il mediometraggio La ricotta viene processato per vilipendio alla religione di stato, condannato a quattro mesi di reclusione e il film sequestrato. Alberto Moravia scriverà «L’accusa era quella di vilipendio alla religione. Molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana».

Quando giunge il ’68 Pasolini ha già in corso una sfida con l’autoritarismo. Con la religione, con lo Stato, con i produttori di cultura e di spettacolo, con gli intellettuali organici e con le neoavanguardie, con l’idea tradizionale di famiglia, con il marxismo e il neo marxismo. Gli studenti possono essere eroi? Quegli studenti francesi e italiani che mettono in crisi la cultura marxista tradizionale ma anziché ricostruirla la rifiutano regredendo su posizioni risorgimentali? Non si tratta di una rivoluzione ma di una guerra civile, una guerra santa che la borghesia combatte contro se stessa. La polemica con il popolo dei contestatori diventa aspra dopo i fatti di Valle Giulia, la pubblicazione della poesia Il PCI ai giovani e l’appellativo dato agli studenti di ‘figli di papà’ al contrario di chi si arruolava nella polizia che proveniva dal proletariato o dal sottoproletariato. Valle Giulia come episodio di lotta di classe rovesciato, in cui il vero nemico (il Potere) usa speculativamente classi di poveri contro classi di altri poveri. Pasolini accusa gli studenti di essere in ritardo, di non capire che il massimo di rivoluzionario che si può ottenere è applicare in modo radicale la democrazia.

PPP specchio del travaglio emotivo dell’Italia boom. Nell’anno della sua morte partorisce le immagini simboliche che immortalano quella società: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il Processo.

Il 1 febbraio 1975 il Corriere della Sera pubblica una straordinaria pagina poetico-letteraria,  Il vuoto di potere. Il poeta friulano, per distinguere le due fasi del regime democristiano (una prima come appendice del fascismo e una seconda in cui nasce un nuovo fascismo che sfugge al controllo del potere politico) pone una data-evento a metà degli anni sessanta e la chiama la «scomparsa delle lucciole». Tale eclisse è dovuta all’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Fino alla scomparsa delle lucciole «la continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta, i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Dopo la scomparsa delle lucciole i “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale, si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; […] del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé. Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere?”. La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto.  Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola».

Un altro celebre scritto è Fuori dal Palazzo, 1 agosto 1975, Corriere della Sera. La radice nell’esame della letteratura giornalistica assorta su ciò che accade «dentro il Palazzo». Della gente invece pare si occupino solo gli istituti di statistica, la pagina della cronaca dei giornali ospita titoli anacronistici. Ciò che avviene «fuori dal Palazzo» è infinitamente più avanzato di ciò che accade «dentro». I potenti del Palazzo, e coloro che li descrivono, si muovono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari. E’ uscendo «fuori dal Palazzo» che si ricade in un nuovo «dentro»: il penitenziario del consumismo, i cui protagonisti sono i giovani formati in questo periodo di falsa tolleranza e falso progressismo, «con un’ironia imbecille negli occhi, un’aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico – quando non un dolore e un’apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza». La realtà è nella cronaca ed è più avanti della storia di comodo. Ma questa cronaca vuole i giovani sconvolti in una crisi di valori, perché il potere, creato dalla generazione dirigente, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria, fatta di pura produzione e consumo, e quindi di falsa felicità.

Con un articolo del 24 agosto 1975 Pasolini celebra un paradossale Processo alla classe politica democristiana. I capi d’accusa: «indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori». «I potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent’anni precedenti (traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più (e non sa) che cosa farsene di loro».

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