Pigliaru sceglie: dichiarazione di guerra alla lingua sarda!

Pigliaru ha scelto di passare alla storia come il primo Presidente della Regione che dichiara ufficialmente guerra alla lingua sarda. E non può essere come le altre volte: non dopo 8 anni di servizio linguistico, di progetti di respiro internazionale, di accenno a un approdo «bilinguistico» autentico, di formazione di 150 operatori linguistici, di superamento della barriera della «vergogna». Azzerate iniziative quali l’Atlante Linguistico diretto da Michele Contini (linguista internazionale), la Conferenza della Lingua Sarda 2014, le opere didattiche e i videogiochi in sardo, le mappe linguistiche del progetto Camilisa e le opere di autori europei tradotte in sardo. Resettato anche il Correttore Ortografico della lingua. Stesso destino per gli stanziamenti relativi a Sa Die e Bilinguismu Creschet con l’Università di Edimburgo al palo.

Giuseppe Corongiu, ex direttore del Servizio Lingua Sarda sotto Soru e Cappellacci, si pone 5 domande: perché l’ossessione di distruggere ciò che Soru e Mongiu hanno creato e che neppure Cappellacci ha insidiato? Sarà d’accordo la maggioranza ‘sovranista’ in Consiglio Regionale? Avrà la forza il Consiglio di dire no alla Giunta? Chi ha paura della politica linguistica? Quali reali interessi si tutelano e si nascondono dietro questa cieca opera di distruzione? La sua riflessione: «La macelleria linguistìca di Pigliaru e Firino».

Dico io, e se si trattasse di una strada in piena continuità con la deflazione contabile, politica, civile e sociale che caratterizza questa Giunta? E dico deflazione in quanto, rispetto alla recessione, viene determinata anche dai comportamenti della politica, che appunto producono (consapevolmente o meno) un arresto della crescita. Ciò che qua in Sardegna non erano riusciti a realizzare  i quaranta anni di neoliberismo  (dalla presa del potere dei Chicago-boys, passando per  il thatcherismo e il reaganesimo, fino ad arrivare all’attuale stagione della finanziarizzazione dell’esistenza), lo si sta compiendo adesso. Oggi siamo dentro la più grave crisi del diritto alla lingua sarda. Una crisi deliberata. Che conferma l’egemonia e il dominio di quelle élites malas a morrere che da sempre non sopportano e guardano con disprezzo alle cose sarde. Con uno sguardo obliquo, introiettivo e percussorio che racconta anzitutto della loro provincialità da tardo impero.

Oggi il rottamatore Pigliaru sta rottamando ciò che considera inutile, superfluo, e lo fa manipolando abilmente il dizionario della politica e quel particolare vocabolario politico che è il dizionario della burocrazia contabile. Pigliaru si propone come rottamatore del vecchio, e quindi innovatore, producendo un pericoloso assunto: il diritto alla lingua sarda, per come è stato (parzialmente, faticosamente ma in modo comunque crescente) realizzato partendo da ciò che programmaticamente era stabilito dalla L.R. 26/1997 e dalla L. 482/1999 , apparterrebbe già al passato, chi lo difende è un grezzo da rottamare, un’inutilità. Oggi innovare significa ridurre i diritti e bypassare la vecchia democrazia assembleare in nome del populismo tecnocratico e modernista (ancora! Lo stesso identico errore degli anni  ’50-’60-’70).  Pigliaru non si rende conto (in verità se ne rende conto benissimo essendo élite che non ha mai esibito l’orgoglio  della sardità, piuttosto ha sempre nutrito l’aspirazione a essere vip «italiano», per natura e ideologia) che in questo modo è lui (e la sua Giunta) ad essere reazionario,  facendo appunto regredire la democrazia  linguistica ai tempi del ti sbatto in Sardegna e del ti picchio se parli in sardo. 

E’ la triste storia del presente che Pier Paolo Pasolini ha anticipato con gli scritti corsari degli anni settanta e che Cicitu Masala ha prefigurato in S’Istoria e in Dio petrolio. Loro lo hanno immaginato ben quaranta anni fa un Francesco Pigliaru Presidente della Regione Sardegna. Vibrano ancora i suoni di quelle parole. Oggi in Sardegna c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé. Gli uomini di potere sardi sono passati dalla “fase della globalizzazione” (dell’omologazione dilagante) alla “fase della glocalizzazione” (la domanda dello specifico e dello speciale) senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è assoluta; non sospettano minimamente che il potere, che essi detengono e gestiscono, non sta semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso sorriso. E visto che la Cina è di moda allora scrivo: siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il tuo nemico….

Ciò che avviene «fuori dal Palazzo regionale» è infinitamente più avanzato di ciò che accade «dentro». I potenti del Palazzo, e coloro che li descrivono, sopratutto quelli del capo di sopra, si muovono come pupazzeschi idoli mortuari. E’ uscendo «fuori dal Palazzo» che si ricade in un nuovo «dentro»: il penitenziario dell’abbandono scolastico e della galoppante disoccupazione giovanile, i cui protagonisti sono i giovani formati in questo periodo sardo di falsa apertura al mondo e falso progressismo. La realtà è nella cronaca ed è più avanti della storia di comodo. Ma questa cronaca vuole i giovani sconvolti in una crisi di valori e di lavoro, perché il potere, creato dalla generazione dirigente sarda, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria, fatta di puro consumo (di prodotti altrui!), autoreferenzialità, familismo e nepotismo, e quindi di falsa felicità.

Vedo un riflesso, il semaforo ideologico della vecchia sinistra comunista isolana che odiava a morte tutto ciò che parlava sardo. Quello di ieri è un attacco ideologico: gli inconfessabili retropensieri della (forse) sinistra sarda, quelli sulla questione linguistica, infatti, portano ancora una volta indietro nel tempo, ad un’epoca che sembrava superata, quella della «vergogna di sé» e quella della «autocoscienza» assente. Come se nella più assurda delle ipotesi del terzo millennio avessimo un Presidente della Regione che si vergogna della lingua sarda, che non ha coscienza del valore morale, culturale ed economico di questa lingua, che continua  a sognare di essere un «vip» italiano.

P.S. Ma veramente i consiglieri regionali del Partito Democratico la pensano tutti come Pigliaru? E quelli delle formazioni sovraniste presenti in maggioranza? Non tarderemo a scoprirlo, tra non molto, direttamente in Consiglio Regionale.

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2 pensieri su “Pigliaru sceglie: dichiarazione di guerra alla lingua sarda!

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