Sardegna, i Giganti riemersi dalla terra riscrivono la storia del Mediterraneo

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Pubblico un articolo di Paolo Gallori, apparso su Repubblica il 13 ottobre scorso, con oggetto gli scavi archeologici di Cabras e il «ruolo» dei Giganti di Monte ‘e Prama. L’autore scrive di possibili ed eventuali ricadute su presenti e futuri studi storici. A distanza di più di dieci anni dall’epopea di Sergio Frau il quotidiano targato Espresso scrive ancora di Sardegna. Si tratta di un taglio sempre e comunque «osservante», interessante da cogliere. 

Quarant’anni dopo i primi ritrovamenti, due grandi statue di arenaria raffiguranti pugilatori sono state riportate alla luce nel sito di Mont’e Prama, in provincia di Oristano. La postura della prima è simile a un bronzetto nuragico datato IX secolo a.C., quando la grande statuaria greca non esisteva. Ma sul recupero del tesoro è polemica.

Quaranta anni fa, l’aratro del contadino Battista Meli urtò contro una pietra irremovibile, sotto la quale era sepolto l’esercito dei Giganti di Mont’e Prama, in Sardegna. Da quegli scavi, che all’epoca riportarono alla luce quasi trenta grandi statue di arcieri e soldati in pietra d’arenaria, escono ora nuove sorprese e un mistero che potrebbe cambiare le certezze degli studiosi sulle civiltà mediterranee e sull’arte che esse esprimevano. Alla fine di settembre, dal sito archeologico nelle campagne di Cabras sono infatti riemersi altri due giganti pugilatori – e potrebbe esservene un terzo, ancora più interrato – più integri e soprattutto differenti per postura rispetto ai precedenti scoperti nell’area.

Ieri è cominciata la delicatissima operazione di trasferimento degli ultimi due Giganti di Mont’e Prama verso il Museo civico di Cabras. Ci sono volute due ore per imbracare la prima statua in un telaio di legno, chiuderla in una cassa e sollevarla con il braccio meccanico di una gru per caricarla su un camion. Le operazioni di prelievo della seconda statua si dovrebbero invece concludere domani, mentre l’attesa è già tutta per quello che è nascosto sotto il secondo pugilatore. Gli archeologi non si sbilanciano, ma qualche pezzo di arenaria rivelatore è già stato “liberato” e nuovi esami col georadar avrebbero confermato una “anomalia” che lascerebbe pochi dubbi. Non resta che attendere.

Storia affascinante per un’impresa archeologica di eccezionale valore storico e culturale che ha già richiamato in Sardegna studiosi da tutto il mondo perché potrebbe riscrivere in parte l’epopea umana nel Mediterraneo, quando il mistero della datazione di quelle statue imponenti, alte tra i due metri e i due metri e mezzo, non sarà più tale.

Con gli ultimi ritrovamenti la risoluzione del mistero sembra davvero più vicina. Perché alcuni fondamentali dettagli distinguono i due Giganti dalla trentina di statue riemerse, in gran parte a pezzi, ai tempi dei primi ritrovamenti a Mont’e Prama, circa 40 anni fa. Era il 1974 quando il mezzadro Battista Meli si ritrovò sotto la lama dell’aratro una testa di pietra. E con gli scavi che ne seguirono si scoprì che i Giganti sovrastavano una necropoli.

Gli scavi nel sito nelle campagne di Cabras, finanziati con fondi dell’Università, sono ripresi cinque mesi fa con gli archeologi della Soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Cagliari e Oristano e dell’Università di Sassari. Il 25 settembre è stato portato alla luce il primo Gigante. Ed era già altissimo il fermento degli studiosi intorno a quel titanico pugilatore. Quasi integro, privo di piedi e testa, con gli archeologi fiduciosi di trovare il capo proseguendo lo scavo, mentre i piedi potrebbero essere quelli posti su un basamento recuperato qualche settimana prima.

Ma a rendere speciale questa prima statua è la postura: il pugilatore non ha il pugno col guantone e lo scudo elevati in alto sul capo, come i precedenti che si possono già ammirare nei musei di Cagliari e Cabras. Li ha invece stretti sul petto e sul fianco. Gli archeologi Alessandro Usai della Soprintendenza e Paolo Bernardini dell’Università di Sassari hanno spiegato che questo particolare rende il pugilatore somigliante in modo straordinario a un piccolo bronzetto nuragico ritrovato nella celebre tomba etrusca di Vulci, in provincia di Viterbo. Di quel bronzetto è stata ricavata con certezza l’età: IX secolo avanti Cristo, epoca in cui la grande statuaria greca era ancora da venire. Se il legame tra la statua di arenaria e il bronzetto fosse accertato definitivamente, i Giganti diventerebbero l’esempio più antico di “colossi” nella grande statuaria classica dell’area Mediterranea.

A fine settembre, poi, il rinvenimento del secondo Gigante, ancora un pugile, stavolta con la testa ancora attaccata al collo. Condizioni decisamente migliori rispetto ai frammenti – tra cui 15 teste, 27 busti, 176 frammenti di braccia, 143 frammenti di gambe, 784 frammenti di scudo – che ricomposti ridiedero forma alle prime statue ritrovate di pugili, arcieri e guerrieri. Il nuovo ‘campione’ induce ora gli archeologi a porsi nuove domande. Una, in particolare: perché i due pugilatori sono scampati alla furia distruttrice dei Cartaginesi insediati nella fenicia Tharros, indicati come i più probabili responsabili della sistematica opera di distruzione dell’esercito di Giganti di arenaria che svettava su Mont’e Prama tra il decimo e l’ottavo secolo avanti Cristo, secondo le diverse teorizzazioni sin qui avanzate?

Interrogativo che si aggiunge a quelli già ben presenti nella mente degli studiosi. Cosa rappresentavano, quel sito e quella immanente milizia di pietra, per le popolazioni della tarda età nuragica? Erano monumenti funebri di re divinizzati? Sacerdoti guerrieri? Antenati eroi? E il senso di quegli scudi rivolti verso l’alto, come a protezione da qualcosa proveniente dal cielo? E ancora: esistono riferimenti comuni tra quelle statue ed espressioni artistiche di altre civiltà del Mediterraneo? Le risposte dovranno darle i prossimi studi e gli scavi.

Intanto, è stato rilevato un filo rosso che lega i Giganti di Mont’e Prama ad alcune maschere tradizionali della Sardegna. Il fotografo Nicola Castangia, di Nurnet, la Rete dei Nuraghi, ha ipotizzato che gli stessi pugilatori indossassero della maschere simili a quelle del Componidori della Sartiglia di Oristano, degliIssohadores di Mamoiada e dei Boes di Ottana: “Alcune teste presentano dei solchi laterali al volto che rimandano a un’ipotetica maschera applicata – spiega Castangia – in particolare, oltre a Su Componidori , ho raffrontato Issohadorescon la testa del pugilatore, la testa del guerriero con l’elmo cornuto con la maschera di Ottana. Queste comparazioni non vogliono affermare che i Giganti siano uguali a una determinata maschera, bensì, se i Giganti fossero mascherati si potrebbe pensare a una Sardegna mascherata fin da 3000 mila anni fa”.

I Giganti potrebbero dunque rappresentare figure mascherate, legate a un culto o a un rito ancestrale, di cui resterebbe traccia in quella tradizione che da sempre anima le strade della Sardegna nei giorni delle ricorrenze, conservando la memoria della caccia e della pastorizia, della lotta tra uomo e forze della natura, del rapporto dell’uomo con il destino, la vita e la morte. Ipotesi che, se approfondita scientificamente, potrebbe aprire nuovi scenari antropologici.

Davanti agli archeologi si schiudono studi di altissima potenzialità, a cui la stampa internazionale ha già prestato attenzione spedendo in Sardegna i suoi inviati. Eppure, prima della scoperta a Mont’e Prama regnava l’indifferenza, con gli studiosi a lamentare le incursioni di turisti e curiosi. Finché, solo tre giorni prima del sensazionale ritrovamento del pugilatore senza testa, il sito era stato “visitato” dai tombaroli, che avevano approfittato della mancanza di un’adeguata vigilanza. L’archeologo Raimondo Zucca, tra quanti vissero la grande scoperta dei Giganti quarant’anni fa e ancora oggi tra i responsabili dei lavori, per due giorni ha pagato di tasca propria il servizio di guardia prima che se ne facesse carico l’Università di Sassari.

Situazione avvilente, cambiata radicalmente con le scoperte successive. Dallo stato di abbandono alla ribalta internazionale. Con contorno di polemiche, soprattutto politiche, sul passaggio del sito di Mont’e Prama sotto la gestione diretta del Ministero dei Beni Culturali e conseguente ‘riduzione’ del ruolo dell’Università di Sassari e delle sovrintendenze locali. Polemiche che in questi giorni coinvolgono la scelta del Mibact di affidare il recupero, l’indagine scientifica e la valorizzazione dei Giganti a un’impresa emiliana scelta con procedura negoziata, senza passare da un vero e proprio bando pubblico, per un lavoro da oltre 430mila euro che interessa anche l’area di Tharros.

Tra qualche settimana, conclusa la campagna finanziata dall’Università, gli scavi passeranno dunque dagli archeologi sardi alla nuova impresa che risponderà direttamente al Ministero. Il sottosegretario Barracciu oggi ha confermato, in un’intervista al quotidiano La Nuova Sardegna, che non ci saranno interruzioni nei lavori. In mezzo alle polemiche, i Giganti, strappati alla terra e al passato, osservano silenziosi.

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Un pensiero su “Sardegna, i Giganti riemersi dalla terra riscrivono la storia del Mediterraneo

  1. Questo articolo dal quotidiano menzionato, si capisce, lontano un miglio, sia stato scritto da persona totalmente a digiuno di cose sarde. Ha agito come solitamente è uso fare il continentale: si incontra con qulcheduno al quale fa delle domande, recupera qualche ritaglio, si fa raccontare delle storie, fa un consuntivo, conclude con delle previsioni meravigliose per il suo ospite, scrive il suo pezzo (non bello) e torna felice nel mondo civile.
    Ora, è questa una precisa fotografia di come va il mondo e non sarò certo io a pretendere esso si migliori. Mi sento però obbligato a metter giù due osservazioni.
    1- nel merito del devastante andazzo del mondo archeologico sardo nei cinquanta anni appena trascorsi. Esisteva un tizio che appellavasi Lilliu Giovanni, piccolo ma molto potente, che imbrigliò tutte le forze sprigionantisi dai sontuosi ritrovamenti archeologici in Sardegna, durante l’ultimo mezzo secolo, col risultato di occultare tutto ciò che potesse render grande il passato dei Sardi, perché egli era pienamente convinto (basta anche soltanto leggersi la sua “la civiltà dei Sardi”, a partire dalla prima edizione del 1963) che quei Sardi fossero esattamente come il nulla!
    Ora, ma guarda un po’ che miracolo, essendo costui morto nel 2012, i suoi discepoli (già vecchi anch’essi) hanno ritenuto che dopo due anni di lutto, fosse venuta l’ora di tirar fuori le altre statue giacenti nella stessa località, nella quale pur tanti archeologi avevano di già scavato dal ’76 in poi. Ma, come si fa a far ciò senza avere una scusa per aver celato le statue fino ad ora? Pensa che ti ripensa, salta fuori la insolente trovata del “georadar”! Gli si fa della pubblicità facendolo scorrere su vari luoghi ed anche sul sito di Monti Prama e dopo poco si va colpo sicuro a tirar su statue, come uscissero da una catena di montaggio! Tutto questo avrebbe raccontato una persona che si fosse dedicata veramente alla questione!
    2- nel merito d’un rilievo storico che trovasi nel tal articolo di giornale. Vi si dice: «Il nuovo ‘campione’ induce ora gli archeologi a porsi nuove domande. Una, in particolare: perché i due pugilatori sono scampati alla furia distruttrice dei Cartaginesi insediati nella fenicia Tharros […]?». Ora, caro lettore, tu sai perfettamente che cischeduno deve fare il proprio mestiere! E, gli archeologi, in quanto tali, non possono essere affidabili ove discutano su una materia in cui non sono preparati! Il sottoscritto, ha dimostrato ad abundantiam (anche nel suo penultimo libro “cartaginesi sempre sconfitti, dal 539 al 339 a.C”) come Cartagine, che era una grandissima società commerciale, non aveva nessuna dimestichezza con le armi, ma rabberciava eserciti giganteschi per accompagnare migliaia di navi cariche di mercanzie, al fine di trovare dei mercati che fossero sbocco alle stesse! La prima volta che la mercantile società cartaginese arrivò in Sardegna, con esercito e mercanti, per sostituirsi ai mercanti sardi che operavano a casa loro, fu intorno al 531 a.C. In tale occasione, pur con un esercito le cui dimensioni parrebero essere state vicine agli ottanta mila uomini, nel giro di due giorni, dai padroni di casa, GUARDA UN PO’ I SARDI (che sapevano tutto dei loro movimenti) fu ricacciata in mare! Ed il suo esercito semidistrutto, col suo condottiero Mazeus, riparò fortunosamente, e sfortunatamente, a Cartagine. La seconda volta, verso il 508 a.C., Cartagine ritentò l’impresa con navi mercantili ed esercito di quantità doppia, perché due erano i generali al comando. Il più esperto e valoroso dei due fu addirittura ucciso nella cruenta tenzone che aveva certo annientato la parte più cospicua da lui comandata. I Sardi rinvigoriti nell’animo dalla vittoria, ripresero la pugna con maggior vigore, mentre la parte dell’esercito cartaginese sopravvissuta, demoralizzata dall’accaduto luttuoso, ma anche per la mancanza di fiducia nel più giovane condottiero rimasto in vita, prese (come si deduce onestamente dalla fonte) LA VIA DELLA FUGA! Non vi fu mai più altra occasione per i Punici di arrivare in Sardegna, perché narra Polibio che essi nel 279 a.C. stavano ancora progettando di andare in Sardegna! Ma nel 238 a.C. (nessuno ne conosce ancora il motivo, nonostante le fantasie dei cultori della storia di Roma!) troviamo i Romani in Sardegna, ma dei Cartaginesi, ancora neppure l’ombra! Pertanto NON POSSONO ESSERE MAI ESISTITI DEI CARTAGINESI A THARROS!
    mikkelj tzoroddu

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