Movimento per il suicidio economico: ciao ciao Cgil dal “The Wall Street Journal”

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Lo so già, ho un marea di amici che non saranno d’accordo su ciò che sto per scrivere.

Ho davanti a me due immagini: la Leopolda e la manifestazione della Cgil. Mentre le guardo nella mia mente scorrono anche altre letture: dinamiche economiche, sviluppi sociali, movimenti culturali, moti comunicativi.

Il post berlusconismo è iniziato così: dopo una breve parentesi caratterizzata dai professori (governo Monti), dal ritorno dei politici navigati ma comunque sobri (Bersani), dai grandi saggi (anche questi sobri, quelli di Napolitano e Letta), e con l’unica eccezione comunicativa rappresentata dallo scatenato Beppe Grillo, siamo arrivati a un atto finale. La sinistra italiana (o se preferite la sua eredità) deve decidere cosa essere: Leopolda o manifestazione di piazza? La maggioranza sceglierà senz’altro Leopolda, la minoranza farà qualcos’altro a sinistra del Pd. Ma non c’è proprio partita, ciò che propone la CGIL è l’imitazione di ciò che la maggioranza degli italioti considera il peggio della politica d’annata. Quasi uno SpotPolitik per dirla alla Giovanna Cosenza, l’idea che per comunicare basti uno slogan (l’art. 18), un colore (quello rosso) e qualche bella immagine (di piazza). Comunicare con i cittadini non è semplicemente una questione di estetica superficiale o di scelta grafica (soprattutto per chi non ha gusto né per l’uno e né per l’altro). O di cerone utile agli ultra sessantenni, cerone letterale e cerone metaforico.

Non c’è partita perché a Renzi sono bastate tre battute per stravincere:

  • “Chi difende l’art. 18 è come uno che cerca di infilare un gettone telefonico in un i-phone”;
  • “Gli intellettuali (n.d.a. riferito a Micro Mega?) sono come i pensionati che guardano i lavori di un cantiere e dicono: non ce la faranno mai”:
  • “Rosi Bindi? Senza di lei siamo passati al 40%”.

D’altra parte un linguaggio tecnico, forbito e poco emozionale (tipico del mondo Cgil-Ds) non porta mai a buoni risultati o al massimo ti consente di vincere di misura quando dovresti stravincere (vedi Prodi). A essere troppo intellettualoidi si rischia invece il fenomeno «Riccardo Pazzaglia», il filosofo di Quelli della notte di Arbore incaricato di «tenere alto il livello della trasmissione». Dopo aver fomentato tanto chiacchiericcio agitava sempre una mano giù verso le scarpe, in direzione parallela al pavimento. Non aggiungeva alcuna parola, il livello era sceso fino a terra. Un’intellettualità inconcludente, da sublime basso.

Renzi fa le battute? Come Berlusconi? In realtà le fa decisamente meglio di Berlusconi. Renzi è il primo leader della sinistra italiana (in parte lo aveva intuito anche Veltroni, ma non aveva più l’età) a capire e mettere in pratica un marketing politico che non è imbarbarimento ma semplice allineamento al funzionamento delle altre democrazie. Anzi, ha tutta l’intenzione di rilanciare anche sul piano europeo. Stiamo attenti, ci saranno sorprese. Il Premier non fa gli errori comunicativi fatali a Veltroni: trarre dalle tecniche commerciali solo gli aspetti più esteriori e volatili come le scelte dei colori per il logo e i manifesti, inventarsi formule generiche per gli slogan, coinvolgere in modo banale testimonial provenienti dallo spettacolo (pensiamo a Paolo Fresu in Sardegna), imitare Obama senza adattarlo al contesto italiano. Piaccia o non piaccia ai nostalgici della sinistra che fu, va in scena una mutazione del tradizionale protagonista della democrazia, il partito politico. Come l’impresa ha innovato la sua struttura in seguito alla crisi del modello fordista, così i partiti modificano la loro natura dentro una cocente crisi di fiducia. E in questo scenario mutante la «comunicazione personale» non è semplicemente sufficiente, ma necessaria. Al centro dello scacchiere politico e mediatico non stanno più i partiti e le organizzazioni, ma le persone che li guidano. Il corpo dei leader tradisce più delle parole. Si vota sempre di più l’emozione che ti dà un volto. Un volto che fa battute è emotivamente vincente.

Sembrerò superficiale ma in un momento di grave crisi come questo la gente comune non vuole vedere fronte e sopracciglia aggrottate, spalle curve, bocche con pieghe amare, occhi, testa e postura orientati verso il basso. Sarebbe un linguaggio del corpo buono a produrre tristezza, preoccupazione, vergogna. Il muso lungo, inoltre, rischia di dare anche un’idea di altezzosità, di disgusto. Come Bersani quando commentava la vittoria delle Amministrative 2011.

Se è vero che comunicare significa entrare in relazione con gli altri, entrare nei desideri di coloro con cui si sta comunicando, in tutto questo Renzi è decisamente bravo. Al contrario della sinistra scesa in piazza che ha sempre comunicato in modo sostanzialmente cupo, parlando soprattutto di problemi e suscitando emozioni spiacevoli quali preoccupazione e rabbia. Renzi non ha un eccessivo tasso di oniricità e neanche di contraddizione. Alle primarie del 2009 Bersani scelse come canzone della sua campagna Un senso di Vasco Rossi, a un certo punto la canzone diceva che «un senso questa storia non ce l’ha». Mistero della scelta.

Perché Renzi gioca tanto sulla questione generazionale e sull’idea di Leopolda? Perché in Italia la politica non può far leva, come ad esempio negli Stati Uniti o in Sardegna, sulla diffusione di massa di sentimenti di orgoglio patrio legati all’autocelebrazione storica; gli italiani non amano la propria storia e soprattutto non hanno una storia unitaria. In Italia non c’è possibilità di una cultura visiva capace di sintetizzare dentro un logo i valori di cui si dice portatore un partito politico. Renzi tutto questo lo fa, ma non lo fa con la storia d’Italia, la storia del Pd, il logo del Pd. Lo fa con la sua storia personale di vincente che arriva dal popolo ed è investito dal popolo e con la storia e i sogni della sua generazione. E in questo non può inseguirlo neanche Grillo.

Mi si accuserà di parlare solo di «facciata», di immagine, di comunicazione e non di sostanza o di contenuti. Nella realtà concreta della massa accade che solo il 5% dei cittadini ha fiducia nei partiti politici. La forma partito novecentesca è al tracollo, il futuro della rappresentanza non può essere quello. Ciò di cui parla la minoranza civatiana o la vecchia guardia del Pd è un mondo scomparso, caratterizzato da mappe storiche obsolete su cui si continuano a formulare ipotesi inattuali. Non esiste più il parlamentarismo di partito così come non ci sono più i confini e i paesi dell’Italia pre-unitaria. Quello di cui scrive Andrea Scanzi, invece, è un mondo sognato, auspicabile, ma non ancora esistente.

Non fare i conti con tutto questo significa non avere capacità di analisi del presente, in fondo, per lo meno da un punto di visto speculativo, vuol dire non essere di sinistra.

Il Wall Street Journal scrive che l’Italia ha nell’Ue il maggior numero di piccole aziende, non perché non vogliano crescere ma perché temono che crescendo dovrebbero avere a che fare con sindacati come la Cgil.

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