La vera storia dello Stato prevaricatore e dei Comuni vittime sacrificali

Ormai il piano è chiaro, prestabilito, preordinato. Da tempo, già durante il Berlusconi 2001-2006 e il Prodi 2006-2008. Ma non è stato deciso da Renzi, nemmeno da Letta, neanche da Monti e da Berlusconi o Prodi. Al limite questi Premier non lo hanno mai sconfessato, osteggiato, limitato. Lo ha deciso quella che è una troika poco appariscente ma decisamente convincente: l’alta burocrazia economico-finanziaria dei ministeri e della Banca d’Italia.

In generale si può affermare che anno dopo anno lo Stato ha chiesto ai Comuni di eseguire una costante attività di spionaggio relativamente ai beni tassabili dei cittadini, con particolare attenzione, ovviamente, al patrimonio immobiliare. Di fatto si è arrivati a una mini-patrimoniale per i fabbricati ed è stata accresciuta la tassazione degli immobili nell’imposta personale sul reddito. Ma su chi è ricaduta questa enorme tassazione? E’ facile riscontrare che, dal punto di vista distributivo, sia andata a cadere sulla fascia media e medio-bassa dei redditi. Una patrimoniale non orientata ai grandi patrimoni ma, ancora una volta, alla massa dei piccoli risparmiatori. Quelli che hanno sputato sangue per farsi la casa di proprietà oppure che, ligi alla legge e ai doveri civici, hanno regolarizzato le loro posizioni patrimoniali con sacrifici notarili e impositivi di 10-15.000 euro.

I risultati sono visibili nelle tasche di tutti. Nel 2014 abbiamo riscontrato l’applicazione di un’imposta – la TASI – che estende i suoi effetti anche al patrimonio ultimamente regolarizzato (i famosi fabbricati rurali fatti accatastare qualche anno fa). Ai Comuni, per mezzo del loro ufficio tributi, è spettato lo sporco lavoro di accertare e riscuotere le somme oggetto dell’imposizione fiscale statale declinata furbescamente su scala locale. Lo Stato centrale e le sue appendici periferiche (Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Catasto) hanno infatti delegato ai Comuni il lavoro che non sono stati capaci di eseguire, sfruttando il rapporto «confidenziale» e di fiducia tra cittadino e istituzione comunale. Una fiducia di cui loro non godono. Di fatto hanno trasformato i Comuni, soprattutto quelli piccoli non dotati di entrate straordinarie (eolico, seconde case a uso turistico, grandi e numerosi impianti industriali), in semplici esattori dello Stato.

Nel 2011 la Spesa Pubblica italiana era così ripartita:

  • 813 miliardi circa l’intero ammontare della Spesa Pubblica, di cui poco più di 760 per la spesa corrente (interessi sul debito pubblico, pensioni e ammortizzatori sociali, stipendi pubblici dipendenti, consumi intermedi) e poco più di 50 per la spesa in conto capitale (investimenti fissi lordi e contributi agli investimenti quali strade, ponti, scuole e altre opere).

Nello specifico:

Settore Percentuale Spesa
Amministrazione Centrale 22,38% 182 miliardi di euro
Previdenza 37,52% 305 miliardi di euro
Interessi sul debito 9,22% 75 miliardi di euro
Regioni 20,66% 168 miliardi di euro (di cui116 Sanità)
Comuni 8,86% 72 miliardi di euro
Province 1,35% 11 miliardi di euro

Si può facilmente riscontrare come la spesa per le province e comuni nel 2011 fosse di poco superiore al 10% dell’intera Spesa Pubblica italiana e come la spesa per le regioni, depurata della sanità, fosse pari al 6,40%.

La pianificazione “federalista” è nata per attribuire agli enti locali maggiori poteri d’imposizione fiscale e superiore autonomia di spesa. L’obiettivo era quello di chiamare i comuni ad assumere un ruolo  ben al di là delle loro precedenti competenze e della loro sovranità sul territorio: diventare decisivi nel determinare il carico fiscale ed essere primi attori, insieme alle Regioni, del marketing territoriale. Nella realtà dei fatti è accaduto che i comuni hanno solo subito l’obbligo di aumento dell’imposizione fiscale locale senza alcun miglioramento in termini di capacità e autonomia di spesa, soprattutto quelli più piccoli che soffrono l’assenza di entrate straordinarie.

Dal punto di vista prettamente contabile va segnalato che nel 2008 il sistema dei comuni italiani non produceva deficit ma entrate per 83.375 milioni di euro e spesa pari a 80.955 milioni di euro. L’avanzo di gestione si è dunque manifestato già nel 2008. Ma di che tipo? Detto riequilibrio è avvenuto quasi esclusivamente attraverso il blocco degli interventi in conto capitale e quindi degli investimenti, mentre la spesa corrente si è assestata su valori consolidati. Non si è materializzata nessuna vera economia, piuttosto si è ridotta la capacità progettuale e si è abbandonata la visione del futuro.

In questi 7 anni consecutivi di crisi economica, fenomeno mai accaduto prima, neanche durante la grande depressione degli anni trenta, si è capito che lo Stato ha spremuto da una parte il sistema delle autonomie locali con particolare riguardo alle province (teoricamente abolite ma sostanzialmente ancora in piedi) e ai comuni e dall’altra il sistema previdenziale (conosciamo tutti la riforma Fornero e le altre che l’hanno preceduta). Poco è stato fatto, ad esempio, sul sistema sanitario, che in una regione come la Sardegna vale circa il 50% del bilancio della Regione.

Ritorniamo ai comuni. Nel 2008 i comuni italiani registravano in media entrate complessive per 1.384 euro per residente. Il 68% delle entrate era di natura corrente, il 22% in conto capitale, mentre il restante 10% deriva da accensione di prestiti. Considerato che con il Patto di Stabilità gli avanzi di amministrazione possono essere spesi solo per il ripianamento dei mutui l’indice debitorio dei comuni da allora a oggi è ulteriormente sceso. Sempre nel 2008 i cittadini pagavano tributi per una media di 337,00 euro pro capite. La tassa sui rifiuti urbani (allora denominata TARSU) valeva 73,00 euro pro capite, mentre per le imposte (più eterogenee delle tasse) solo l’ICI valeva 163euro/abitante, con l’addizionale irpef comunale che si aggirava mediamente intorno ai 75euro/abitante. In soli 6 anni abbiamo vissuto una crescita esponenziale delle imposte locali: solo l’IRPEF comunale vale 4 miliardi di euro (quanto la vecchia ICI prima casa), mentre il passaggio dall’ICI all’IMU ha causato un aumento contributivo dell’80%. La tassa sui rifiuti urbani è aumentata, come minimo, del 33% (in quanto lo Stato ha obbligato i Comuni a richiedere la copertura totale delle spese che prima era fissata nel limite di legge di almeno il 75%).

Rispetto ai dati di cui sopra non si capisce il mutismo delle classi politiche regionali o forse, in un clima di costante cooptazione politica, lo si capisce fin troppo bene. Abbiamo tracciato le linee di un federalismo fiscale decisamente iniquo e con alla base l’idea di uno Stato centrale prevaricatore. La questione delle province si è dimostrata uno specchietto per le allodole, una scelta per lo meno dubbia: quando si fanno i conti ci accorgiamo che il costo delle province è ridicolo. Per le conseguenze, invece, i costi per l’adeguamento alla riforma saranno altissimi, il tutto avviene poi in un contesto in cui non si tiene conto delle priorità ma si è scelto di agire sull’anello più debole della catena. Vogliamo parlare di costi della politica in salsa provinciale? Un dato allora: nel 2011 il costo degli amministratori provinciali è stato di 113 milioni di euro. Dopo la manovra 2011, a regime, sulla base di quanto previsto dal decreto 78 del 2010 in materia di riduzione delle indennità degli amministratori provinciali, il costo complessivo dei 1.774 amministratori provinciali si è ridotto a circa 34 milioni di euro. Tutta questa gran cassa per 80 milioni di euro? Il gioco non vale la candela. Il Parlamento da solo, come costo della politica, sempre nel 2011, valeva 459,265 milioni di euro, le regioni (20 enti) 844,724 milioni di euro, i comuni (circa 8.000) 591,232 milioni di euro.

Nella realtà dei fatti, dopo la Provincia, lo Stato attacca ora l’altro anello debole della catena, il comune e in particolare i piccoli comuni sotto i 15.000 abitanti (che in Sardegna, ad esempio, sono la maggior parte). Lo Stato non attacca invece le Regioni, nonostante gli scandali della politica (questi veri) e il sistema sanitario che non funziona. Perché? Per un accordo tacito ma chiaro tra gli aderenti regionali e nazionali ai partiti maggiori: io favorisco la tua scalata su scala locale, tu la mia su scala nazionale, insieme ci facciamo i cavoli nostri e guadagniamo potere e denaro. Con tanti saluti ai Sindaci martiri che ricevono e incontrano quotidianamente cittadini sul piede di guerra che non capiscono più con chi prendersela e per i quali non possono più fare nulla.

L’obiettivo dello Stato è quello di scaricare la rabbia dei cittadini sui comuni e sui Sindaci, così come prima è stato fatto con le province. Narrazioni «nazionali» poco convincenti non spiegano come sia possibile aggredire continuamente comuni e cittadini consapevoli del fatto che il depauperamento dei bilanci comunali è dimostrato da una crescita delle entrate senz’altro inferiore al tasso di inflazione al consumo. Ai Sindaci viene chiesto di riscuotere più tributi, essere più bravi e razionali, accorpare i servizi tra comuni, fare le stazioni uniche appaltanti, digitalizzare i processi amministrativi, favorire la trasparenza. Tutto senza più soldi dello Stato (che anzi considera i comuni come bancomat), senza la possibilità di assumere, con dipendenti da ricovero che ancora lavorano fino ai 66 anni, con capacità e autonomia di spesa ridotta a zero, sulle tracce di un totale e sostanziale incertezza del diritto. Io la chiamerei emergenza democratica e mi stupisco di una classe politica locale incapace di andare oltre la propria avidità e curare realmente l’interesse legittimo della terra per cui sono stati eletti.

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