“Limba” o “espressioni locali”? So de acordu cun Corongiu, mègius «Limba»

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In die de eris L’Unione Sarda at istrangiadu unu meledu de Giuseppe Corongiu in contu de limba sarda e de una proposta de lege chi unos cantos cussigeris regionales cherent giùghere a dae in antis. Corongiu, ma finas deo la bido gasi, abbàidat a custa proposta comente a una faina provintziale meda, prus a totu unu torrare a cussa idea de «cultura sarda faeddada in italianu» contivigiada pro annos dae cuddos intelletuales sardos chi sardu no nde faeddant. Inoghe a sighire s’interventu intreu de Corongiu chi, istasera in Terralba a sas 18.00, presentat su libru suo “Il sardo una lingua normale”. Chie b’at a acudire nd’at a intendere.

Tre milioni di euro per insegnare ai nostri bambini che il sardo è poesia folcloristica o parlata locale. Ovverossia, in codice, che la nostra lingua è un dialetto. Paradosso e beffa: presentare un testo di legge per valorizzare una lingua dicendo al mondo che non esiste, ma si tratta di un coacervo di dialetti. La proposta di legge n 167, presentata di recente al Consiglio Regionale sul sardo a scuola, primo firmatario il sovranista Paolo Zedda, è inutile agli effetti pratici di un normale insegnamento didattico. Anzi è dannosa perché sancirebbe ufficialmente, se approvata, la divisione del sardo e la fine del sogno di una lingua unitaria. Faremo ridere l’Europa delle minoranze promuovendo le nostre “espressioni” invece che una lingua normale e ufficiale. Inoltre è un atto pleonastico e ridondante che aggiungerà burocrazia a burocrazia, provocherà spreco di denaro pubblico e creerà organismi pletorici destinati ad accademici ed esperti malleabili. Alcune norme, come la programmazione oraria settimanale, sono peraltro a rischio di impugnativa da parte del Governo e cassabili dalla Consulta. Gli altri obiettivi della proposta sono chiari: riportare il folclore e la “cultura sarda” veicolata in italiano al centro delle attività di finanziamento, ridare un ruolo agli accademici che in questi anni sono rimasti ai margini perché non conoscevano la lingua di cui straparlavano, togliere al sardo la forza dell’ufficialità per ridimensionarlo a materia scolastica folcloristica di serie B. Nessuna rivoluzione culturale o novità. La legge statale che permette l’insegnamento del sardo a scuola esiste già da tempo ed è la 482/99. Basta farla funzionare con i piani triennali e con la dotazione finanziaria della legge 3 del 2009 che invece è stata tagliata. La proposta si sforza con furbizia di cancellare l’esperienza della Limba Sarda Comuna, mentre le sperimentazioni avevano dato invece esito positivo. Contiene scelte tecniche che non si possono condividere come intervenire sull’inadatta legge 26/97, elencare materie estranee al curricolo e reintrodurre i laboratori pomeridiani. E’ solo un atto che serve a garantire alcune carriere politiche e a prendere tempo per coprire l’immobilismo regionale. La cifra promessa è eccessiva, ma in finanziaria non c’è. I dirigenti scolastici giustamente dichiareranno di tutto pur di garantirsi un finanziamento per le scuole ridotte allo stremo. E le risorse che andranno all’effettivo insegnamento della lingua saranno da verificare. Neppure un cenno alle altre lingue della Sardegna: catalano, ligure, gallurese e sassarese. Alla faccia della democrazia Dispiace vedere consiglieri regionali regalare la propria firma (anche se in buona fede e per buon vicinato) a un testo non meditato. Alternativa? Agire sullo statuto, rafforzare la standardizzazione unitaria, creare un’agenzia indipendente dalle università senza pesare troppo sulle casse pubbliche riconvertendo enti già esistenti. Avere un progetto complessivo che non sia solo quello di “addomesticare” lingua e operatori. Giuseppe Corongiu – Coordinamentu Sardu Ufitziale

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